La leggenda narra che quando “Allah creò il mondo, raccolse le pietre avanzate e le scaraventò sulla Terra”: e che fu così che allora prese forma l’Afghanistan, incastonato nel cuore dell’Asia. Nel corso dei secoli questo sperduto “mucchio” di rocce privo di sbocchi sul mare, in buona parte formato da deserti e costellato da cime che superano i 7.000 metri d’elevazione, è stato l’inospitale casa di guerriglieri temprati dalle avversità naturali e insofferenti ad ogni dominazione. Oltretutto, si tratta di varie etnie tra loro molto diverse, ognuna estremamente fiera e combattiva, con una babele di lingue.

 

POPOLAZIONE, ETNIE, LINGUE
Nel 2019 gli afghani erano poco più di 38 milioni, suddivisi in 34 province e in varie etnie. I relativi ultimi dati ufficiali sono quelli del 2008, conservati nella Biblioteca del Congresso USA: Pashtun 42%, Tagiki 27%, Hazara 9%, Uzbechi 9%, Aimak 4%, Turkmeni 3%, Baluchi 2%. Tra le altre etnie anche i nomadi Kuchi, che nel 1979 erano 1,5 milioni: dati più recenti non ce ne sono. 
Le lingue parlate sul territorio sono decine. Ripeto: decine. Quelle ufficiali sono il Dari, una versione del persiano, parlato da almeno il 50% della popolazione, e il Pashto, parlato da circa il 35%. L’11% parla invece lingue di origine turca come l’uzbeco o il turcomanno, detto anche turkmeno. 
Come si vede, un bel mix piuttosto variegato, frammentato e disomogeneo, esistente da molti secoli anche se in percentuali diverse. Il che, ovviamente, è un problema. Oltre che per gli afghani anche, e soprattutto, per qualunque invasore.
Nel corso dei secoli l’Afghanistan – conquistato nel 642 dagli Arabi che vi introdussero la religione musulmana ancor oggi estremamente radicata e decisiva – è stato invaso da alcuni degli eserciti più potenti del mondo. Ma nessuno ha avuto vita facile. E più d’uno ha avuto di che pentirsene.
Quello dei nostri giorni è quindi un film già visto, e visto varie volte. Le attuali problematiche rappresentate dal ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan – compresi i problemi gravi e minacciosi per gli USA e l’Europa – nascono in particolare tutti dal comportamento degli USA negli anni ‘80 del secolo passato, quando la Casa Bianca – impegnatissima nella lotta al comunismo – ha in pratica tenuto a battesimo tramite la CIA i Talebani, per istruirli e armarli contro l’allora esistente e comunista Unione Sovietica.
Comportamento seguito da quello di segno opposto – assecondato e condiviso dall’Europa sotto forma di NATO – nei primissimi anni del secolo attuale. Ma andiamo per ordine. Non prima di aver fatto notare che la fortuna degli USA, e probabilmente anche dell’Europa, è che la diffusione dello sciismo dall’Iran all’Afghanistan e a tutta l’Asia Meridionale è stata impedita dalla dinastia dei Ghaznavidi, dinastia turca che tra il X e il XII secolo arrivò a conquistare e governare oltre all’Afghanistan anche il Khorasan, il Punjab e l’Azerbaigian. I Ghaznavidi erano sunniti, e col loro regno la religione musulmana sunnita si è radicata in tutta quella parte del mondo diventando anche un argine allo sciismo. 

 

COMUNISMO E ISLAMISMO (1978-1992) 
Nella storia dell’Afghanistan la svolta che ha portato fino agli avvenimenti di oggi s’è verificata per l’esattezza nel 1978. Il governo di Mohammed Daoud Khan, ultimo rappresentante della dinastia Musahiban (al potere dal 1929), il 27 aprile di quell’anno venne rovesciato. E assassinato assieme a vari membri della sua famiglia, per iniziativa del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA), d’ispirazione comunista. Tre giorni dopo, 30 aprile, venne proclamata la Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Le azioni culminate nella sconfitta di Daoud sono ricordate come la “Rivoluzione di Saur”, vale a dire “Rivoluzione d’aprile”. Il PDPA, dal 1966, era però diviso in due fazioni: quella comunista più radicale, il Khalq (Popolo), era guidata da Nur Mohammed Taraki e da Hafizullah Amin e aveva una base prevalentemente pashtun. L’altra fazione, il Parcham (Bandiera), era guidata da Babrak Karmal, e aveva una vasta base di lingua persiana. Finì col prevalere il Khalq e diventò Presidente e Primo ministro Taraki, che restò Segretario generale del partito. Babrak Karmal diventò Vice Presidente e Vice Primo ministro, Amin diventò Ministro degli Esteri. Cosa che permise di allontanare dal Paese i capi del Parcham, affidando loro le missioni diplomatiche all’estero per non farli partecipare direttamente alla vita politica.
Come che sia, il governo appena insediato varò un pacchetto di riforme, le cui più importanti erano  l’alfabetizzazione, l’abolizione della dote necessaria alle donne per potersi sposare e la riforma agraria.
La repressione feroce messa in atto dal governo per imporre i cambiamenti, e per poter governare, spinse un gran numero di afghani a rifugiarsi in Pakistan. Nacquero così i primi campi profughi, serbatoio di arruolamento nella lotta armata contro il governo del Khalq, esattamente come i campi profughi palestinesi lo sono stati nella lotta contro Israele.
La presidenza di Taraki ebbe vita breve: nell’ottobre 1979 fu rovesciato dal suo vice, Amin, e assassinato con numerosi membri della sua famiglia. Ebbe vita breve anche il governo di Amin: i russi due mesi dopo, cioè a dicembre, invasero l’Afghanistan e insediarono Babrak Karmal quale Presidente. Che rimase tale fino all’86, per essere poi sostituito da Mohammad Najibullah.
L’invasione russa, o meglio sovietica, finì col fare assumere alla già esistente ribellione e resistenza un carattere nazionale. La resistenza, pur senza riuscire a unificarle saldamente, riunì diverse fazioni armate e si trasformò in jihad, portata avanti dai mujaheddin: due parole che col tempo sono diventate familiari anche in Europa. La resistenza riuscì a dar vita alla prima vera insurrezione nazionale, coinvolgendo tutte le regioni e tutti i numerosi gruppi etnici. I mujaheddin non erano un movimento coeso, ma frammentato nelle molte affiliazioni etniche, tribali e religiose. Pur frammentato, nelle zone rurali e di montagna divampava l’insurrezione vittoriosa, motivo per cui l’esercito sovietico e le forze governative controllavano le città, ma solo quelle.
Per giunta nella lotta antigovernativa – e quindi anticomunista – dei mujaheddin ‘inzupparono il biscotto’ molti Paesi: ognuno in base ai propri interessi, finanziando, armando e inviando anche istruttori militari. In primo luogo gli Stati Uniti, con massicci aiuti militari in linea con la loro “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica. A un certo punto gli aiuti in armi degli USA arrivarono al punto di dotare i mujaheddin dei micidiali Stinger, i missili terra-aria portabili a spalla che permettevano di abbattere gli elicotteri, rendendo così impossibile l’intervento aereo ravvicinato dei russi e il loro trasporto di truppe e mezzi. L’Arabia Saudita elargiva lautamente aiuti finanziari, in linea con la sua politica internazionale di matrice religiosa interessata a creare anche in Pakistan in particolare le scuole coraniche (madrasse) deobandi: vale a dire, seguaci degli insegnamenti impartiti nella città indiana di Deoband, 140 chilometri a nord-est di Delhi, dalla scuola coranica fondata nel 1865 da Ḥājjī Muḥammad ʿAbīd Ḥusayn con altri tre studiosi, e tutt’oggi considerata uno fra i più importanti centri di formazione religiosa di tutto il mondo islamico. La scuola di Deoband infatti può ospitare fino a 1.500 studenti e ha una biblioteca di oltre 70.000 volumi a stampa, nonché litografie e manoscritti di carattere giuridico-tradizionalista.
Anche lui aiutato e armato dagli USA, a partire dal 1988 il ricco saudita Osama bin Laden – padre di 25 o 26 figli e allo stesso tempo figlio di padre straricco che si sposò 22 volte ed ebbe 52 figli – ne approfittò per mettere in piedi e sviluppare nei recessi montani di Tora Bora la sua organizzazione, Al Qaeda (La Base) fondata su ideali riconducibili al fondamentalismo islamico più oltranzista. 
Per parte sua il Pakistan – in linea coi propri interessi e le proprie ambizioni – nella regione elargiva aiuti umanitari ai campi profughi, via via sempre più affollati, e armi a tutti i partiti islamici afghani ivi insediatisi. Partiti che riuscirono a costruire vaste reti clientelari soprattutto nei campi profughi, e legami con i gruppi armati attivi in Afghanistan. Che diventò così per i mujaheddin una grande e importante base logistica. Base dalla quale partire per condurre in Afghanistan azioni militari con gruppi locali di mujaheddin alleati o amici, ottimi conoscitori del terreno, e base nella quale rifugiarsi ad azioni avvenute.
Come tutti i guerriglieri del mondo, i mujaheddin si mimetizzavano nei villaggi e lanciavano attacchi da zone popolose, provocando contrattacchi che causavano la morte di molti civili, in modo da suscitare un grande odio crescente contro le autorità centrali. Strategie utilizzate anche durante i 20 anni di guerra contro gli occupanti USA e NATO. Guerra le cui vittime totali secondo alcune fonti sarebbero non meno di 170.000. 
Nel 1989 l’Unione Sovietica si decise a ritirare le proprie truppe dall’Afghanistan. Najibullah, al governo dall’86 basandosi in gran parte sui comandanti locali e sulle loro milizie (come l’esercito, bene addestrate e motivate anch’esse dai sovietici), non subì l’onta di dover fuggire nel giro di pochi giorni come invece succederà nell’agosto del 2021 al presidente Ashraf Ahmadzai Ghani: Najibullah riuscì infatti a rimanere al potere per altri sei anni, fino all’aprile 1992. In tutto questo periodo emersero due nuove classi sociali, dotate di influenza e autorità: i comandanti militari e i religiosi che – educati nelle scuole coraniche lautamente finanziate dai sauditi – combattevano assieme ai mujaheddin. Comandanti militari e religiosi combattenti: presenze decisive anche ai nostri giorni.
Da notare che nell’88, cioè l’anno prima del ritiro, i sovietici hanno mandato nello spazio il primo e finora unico afghano che abbia preso parte ad un volo spaziale: Abdul Ahad Momand, laureato all’Università Politecnico di Kabul, e fino all’anno prima di andare nello spazio ex allievo della Gagarin Air Force Academy, l’accademia di aviazione militare russa situata a Monino, nel territorio di Mosca. Momand il 26 agosto 1988 è partito con la missione Sojuz TM-6 verso la stazione spaziale MIR, ed è tornato sulla Terra con la missione spaziale TM-5. Decorato dopo pochi giorni, il 7 settembre, come Eroe dell’Unione Sovietica e insignito dell’Ordine di Lenin, Momand nel ‘92 si è sposato in Germania e vi ha chiesto asilo politico, ottenendone la cittadinanza nel 2003.


CINQUE ANNI DI GUERRA CIVILE (1992-1996) 
Abbandonato l’Afghanistan nell’89 e poi dissoltasi nel ‘90 l’Unione Sovietica, anche la Russia che ne prese il posto perse ogni interesse per il gruppo di “pietre lanciate da Allah”, e quindi Mosca cessò i finanziamenti anche nei settori civili. Persero interesse anche gli USA, meno impegnati nella Guerra Fredda sempre più ampia e dura, e poiché il conflitto non era – e non poteva proseguire come – jihad contro gli infedeli, persero interesse anche i sauditi. Di soldi ne arrivavano meno, e solo come aiuti umanitari dall’ONU e dal Pakistan.
Nel vuoto di potere i mujaheddin anziché deporre le armi se lo contesero, dando vita alla guerra civile combattuta da nuove coalizioni quasi sempre basate sull’etnia e sulla regione di provenienza: i Tagiki e gli Uzbeki al nord, gli Hazara al centro e i Pashtun nelle zone orientali. Alcuni comandanti Uzbeki e Tagiki si unirono al comandante mujaheddin Ahmad Shah Massoud, leader militare dell’organizzazione Jamaat-e Islami, politicamente guidata da Burnahuddin Rabbani. Era l’unione che darà vita al Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, noto anche come ‘Alleanza del Nord’. Alleanza che dal 2001 sarà stretta alleata degli USA, intervenuti militarmente dopo l’abbattimento delle Twin Towers di New York realizzato dai terroristi suicidi dell’organizzazione Al Qaeda fondata dal saudita Bin Laden. (Questo secondo la narrativa ufficiale; NdR)
Nel 1992 Massoud conquistò Kabul e venne anche formato un governo. Alla breve presidenza ad interim di Sibghatullah Mojaddedi seguì quella di Rabbani. Gulbuddin Hekmatyar, forse il principale capo dell’opposizione, senza una vera base di potere nelle tribù ma ricco di aiuti dall’estero, restò a bocca asciutta. Gli altri leader avevano ciascuno una base di potere nelle comunità locali:

• Haji Qadir controllava i Pashtun orientali, con Jalalabad capoluogo di regione. 
• Jalaludin Haqqani controllava il sud-est grazie all’appoggio decisivo della tribù pashtun Zadran, base del suo potere.
• Il mullah Naqibullah Akhund detto anche Mullah Naqib era il leader pashtun più importante nella zona meridionale attorno a Kandahar.
• Mazari controllava la regione centrale dell’Afghanistan, chiamata Hazarajat. 
• Dostum e i suoi Uzbeki erano il gruppo più potente nel nord-ovest, attorno a Mazar-e Sharif.
• Ismail Khan governava la regione occidentale da Herat. 
Dostum e Mazari decisero di allearsi con Hekmatyar, mentre Mullah Naqib rimase fedele a Rabbani e Haji Qadir preferì restare alla finestra come neutrale. 
In realtà, il governo centrale non aveva alcun controllo. Neppure sull’intera Kabul, figurarsi sul Paese. Né tantomeno poteva disporre di un esercito nazionale. Istituzioni e molte infrastrutture – nel corso della guerra agli occupanti e delle lotte intestine – erano andate distrutte. Kabul era preda di combattimenti, con razzi che ne martellavano i quartieri. Il potere nell’intero Afghanistan, più che mai frammentato, era esercitato dalle milizie. Che vessavano la popolazione in molti modi, stupri compresi. E che per finanziarsi tassavano, o taglieggiavano, i commerci e i redditi locali. A Kandahar i miliziani armati arrivarono a piazzare frequenti posti di blocco per far pagare il pedaggio al commercio, soprattutto a quello internazionale. In tale caos e mancanza generalizzata di sicurezza, le comunità dovevano provvedere autonomamente alla propria difesa, con il conseguente ulteriore consolidamento del potere dei comandanti militari locali. E dei religiosi, oltretutto combattenti.
La guerra civile e il governo Rabbani finirono col provocare nella popolazione civile uno scontento sempre più grande, incontenibile. Nel 1994 nei dintorni di Kandahar e nelle madrasse deobandi del Pakistan i “taleb” – cioè in arabo gli “studenti ricercatori” formati e impegnati nella scuole coraniche – fondarono il loro movimento, il Movimento dei Talebani, guidato dal Mullah Mohammed Omar. Il Mullah è il cultore di teologia musulmana al quale viene affidata la direzione della preghiera rituale nella moschea locale. Le madrasse offrivano gratuitamente istruzione, vitto e alloggio, motivo per i quali attiravano molti giovani profughi afghani che vivevano nelle dure condizioni dei campi profughi. Oltre a istruzione, vitto e alloggio, i Talebani offrivano anche l’ideale della riconquista della patria e della creazione di uno Stato islamico puro, d’ispirazione salafita, una componente estremista del ramo sunnita dell’Islam. Islam che i Talebani interpretavano in base alla sharia e ai principi tribali pashtun (Pashtunwali).
Ricordo molto bene quando i Talebani erano portati in palmo di mano dalle riviste patinate italiane: rudi, “veraci”, virili, senza fronzoli né effeminatezze, venivano ammirati anche perché considerati i bravi eredi dei mujaheddin che avevano sconfitto i comunisti e i russi. Nel 1994 i Talebani conquistarono Kandahar, che forse nell’anno in corso, 2021, o nel prossimo, diventerà la nuova capitale dell’Afghanistan al posto di Kabul. In seguito hanno conquistato Jalalabd ed Herat e, nel ’96, la stessa Kabul.

 
IL GOVERNO DEI TALEBANI (1996-2001) 
Nel 1997 i Talebani cercarono inutilmente di conquistare anche l’Afghanistan settentrionale, dove comandava l’Alleanza del Nord. Nel settembre 2001 però controllavano ormai l’80-90% del territorio afghano, anche se non quello dove resisteva l’Alleanza: vale a dire, la provincia di Badakhshan, parti del Baghlan e del Takhar, e alcune zone isolate. Qui Rabbani, Massoud, Dostum, Sayyaf e Ismail Khan continuavano la lotta del loro Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan. 
I Talebani il Paese – più che sulla base dei principi religiosi musulmani ovviamente interpretati da loro – lo governavano sulla base dei costumi locali, soprattutto pashtun, e sul radicalismo reazionario e oppressivo spacciato per conservatorismo. Vietarono la musica, la televisione, ogni forma di intrattenimento, perfino il volo degli aquiloni, le immagini di esseri viventi e – soprattutto – proibirono l’istruzione femminile. In compenso, obbligarono le donne a indossare il velo e a vivere come recluse in casa. E introdussero, offrendole come spettacolo pubblico, le punizioni cruente come il taglio della mano ai ladri e le esecuzioni delle condanne a morte.


ALESSANDRO MAGNO FONDA KANDAHAR ED HERAT 
Visto che Kandahar ed Herat sono città molto importanti, nominate spesso nel corso degli avvenimenti anche recenti, e visto che Kandahar forse diventerà la nuova capitale, apriamo una breve parentesi per raccontare come sono nate.
Alessandro Magno nel 330 a.C. aveva da poco sconfitto il Gran Re di Persia Dario III, assassinato da signorotti locali, impadronendosi del suo impero, che comprendeva varie satrapie (province) afghane. Ma Besso, satrapo della Battriana a nord, che aveva ucciso il Gran Re in combutta con Satibarzane, padrone della regione a ovest chiamata Aria, s’era proclamato a sua volta Gran Re e comandava un esercito che comprendeva 7.000 cavalieri. Indispettito, Alessandro gli scatenò contro una lunga caccia, antesignana di quella degli USA a Bin Laden, e nel 329 a.C., dopo un epico inseguimento e un’avventurosa traversata dell’Hindu Kush, Alessandro lo colse di sorpresa, uccidendolo dopo atroci torture. Alessandro mise al suo posto Ossiarte, del quale nel 327 aveva sposato la figlia Roxane. 
La resistenza all’invasore macedone durò altri due anni dopodiché Alessandro, ormai padrone della situazione, diede vita a nuovi insediamenti. Tra i quali Herat e Kandahar.

Fine della parentesi. Ma prima di tornare ai giorni nostri vale la pena raccontare come l’Afghanistan dopo Alessandro Magno, dopo essere stato invaso, dominato e frazionato da Gengis Khan e Tamerlano, e dopo aver a sua volta dominato la Persia, è entrato stabilmente in contatto con l’Europa e con la civiltà occidentale. Purtroppo il tramite sono state tre guerre: tutte contro gli invasori colonialisti inglesi, all’epoca chiamati ancora ‘britannici’.


L’IMPERO DEI DURRANI (1747-1826)
A fondare e unificare l’odierno Afghanistan è stato di fatto il pashtun Ahmed Shah Durrani, eletto Shah (cioè re con poteri assoluti), dalla prima Loya Jirga afghana nel 1747, poco dopo l’uccisione del monarca persiano Nadir Shah. La Loya Jirga è la prima grande assemblea del popolo afghano composta a vario titolo da leader tribali, regionali, figure politiche, militari, religiose, membri della famiglia reale, funzionari del governo e altri eventuali personaggi significativi. Il regno di Durrani si estendeva da Mashhad, a ovest, fino al Kashmir e a Delhi in India, a est, dal fiume Amu Darja, a nord, fino al Mare Arabico, a sud. Con l’eccezione di un periodo di solo nove mesi nel 1929, e fino al golpe comunista del 1978, tutti i governanti dell’Afghanistan erano membri della confederazione tribale pashtun dei Durrani. In particolare, dal 1818 erano tutti membri del clan Mohammadzai di quella confederazione. Nel 1826 il trono andò a Dost Mohammed Khan, anche lui un pashtun, della tribù Barakzai.

 

ARRIVANO GLI EUROPEI (1826-1919)
Per tutto il XIX secolo l’Afghanistan s’è trovato in mezzo allo scontro tra i due imperi, britannico e russo, entrambi in espansione. Il complesso delle vicende legate ai rapporti e alle vicissitudini tra questi tre Stati è noto col nome Il Grande Gioco, anche se non fu affatto un gioco ma soprattutto un susseguirsi di guerre e scontri di vario tipo. Le preoccupazioni di Londra per l’espansione zarista in Asia Centrale e per la sua crescente influenza anche sulla Persia, sfociarono infatti in due guerre anglo-afghane, alle quali ne seguì anche una terza.
Le origini del primo conflitto sono dovute alla scelta del Governatore generale dell’India, l’inglese Lord Auckland, su conforme parere del baronetto Sir William Macnaghten suo braccio destro, di reintegrare sul trono afgano Shujah Shah, del ramo Sadozai della dinastia Durrani, a discapito di Dost Mohammed, se necessario anche armi alla mano. Dopo alterne vicende che videro anche la fuga e la resa di Dost e l’insediamento di Shujah Shah, il tutto si concluse nel 1842 con la distruzione completa di un’intera armata britannica, disfatta diventata celebre come esempio della ferocia della resistenza armata degli afghani contro qualsiasi dominatore straniero. Da notare che a far infuriare gli afghani era l’abitudine degli inglesi d’avere rapporti con donne afghane, a volte anche già sposate. Nell’autunno 1841 la miscela composta dal protrarsi dell’occupazione britannica, dalla crisi economica afghana e dall’ira della popolazione per le attenzioni eccessive delle truppe britanniche verso le afghane, fece esplodere una rivolta sanguinosa che a Kabul il 2 novembre di quell’anno portò una turba inferocita all’assalto della casa dell’agente politico britannico Alexander Burnes, reo di avere relazioni sentimentali con donne afghane anche sposate e pertanto fatto a pezzi insieme al fratello Charles.
La seconda guerra, dal 1878 al 1880, fu scatenata dal rifiuto dell’emiro Shir Alì d’accettare l’invio di una missione britannica a Kabul, e si concluse con l’ascesa al trono dell’emiro Abdur Rahman Khan. Durante i 21 anni del suo regno, durato dal 1880 al 1901, britannici e russi stabilirono ufficialmente i confini del moderno Afghanistan. In particolare l’inglese Durand, nel 1893, tracciò arbitrariamente una linea di 2.640 chilometri di confine in modo da dividere le etnie pashtun afghane da quelle pakistane, cosa che ha impedito l’unificazione dell’Afghanistan cementata dalla maggioranza pashtun provocando invece molti problemi (e qualche scontro) tra i due Paesi asiatici. I britannici si riservarono l’esercizio e il controllo sulla politica estera di Kabul. Che nella Prima guerra mondiale preferì restare neutrale nonostante forti sollecitazioni tedesche e lo scontento della popolazione verso gli inglesi.
Anche i confini dell’odierno Iraq sono stati fissati dagli inglesi in base ai propri interessi coloniali, mettendo assieme sciiti, sunniti e curdi. Gertrude Bell, archeologa fondatrice del grande museo di Bagdad che li tracciò per il Foreign Office nel 1921, scrisse tutta contenta sul suo diario: “Ho fissato i confini in modo che l’Iraq non avrà mai pace”. Lei amava i sunniti, detestava gli sciiti e temeva i curdi. Assieme a Lawrence d’Arabia convinse Winston Churchill, all’epoca Segretario alle Colonie, a fare della Mesopotamia un regno formalmente indipendente (ma in sostanza satellite di Londra) per impadronirsi dei grandi giacimenti petroliferi di quella vasta area, fra il Tigri e l’Eufrate, nella quale fino alla conquista britannica del 1917 esistevano i tre distretti turchi di Bassora, Bagdad e Mosul. Churchill voleva quel petrolio perché quando era stato Lord dell’Ammiragliato aveva deciso il passaggio della flotta britannica dal carbone alla nafta.
Abdur Rahman nel 1919 finisce assassinato, probabilmente su iniziativa di membri della famiglia reale contrari alla presenza e influenza britannica. Amanullah, terzo figlio di Abdur, pose fine a tale sgradita presenza e influenza riprendendosi il controllo della politica estera anche attaccando direttamente l’India, e provocando così la terza guerra anglo-afghana. Londra, stanca delle continue guerre asiatiche, il 19 agosto dello stesso 1919 rinunciò ufficialmente alla pretesa di gestire la politica estera di Kabul firmando il Trattato di Rawalpindi. Da allora gli afghani festeggiano il 19 agosto come il giorno della conquista dell’indipendenza.

 

LE RIFORME DI AMANULLAH KHAN E LA NUOVA GUERRA CIVILE (1919-1929)
Dopo la terza guerra anglo-afghana, Amanullah pose fine al tradizionale isolamento del suo Paese stabilendo relazioni diplomatiche con gran parte degli Stati principali. Nel 1927 compì un viaggio in Europa e in Turchia, e in quest’ultimo Paese notò con interesse la vasta azione modernizzatrice promossa da Atatürk. Tornato in Afghanistan volle introdurre anche lui alcune riforme per modernizzare il suo Paese, ma l’abolizione del tradizionale velo per le donne e l’apertura di scuole miste per maschi e femmine, gli inimicarono rapidamente molti capi tribali e religiosi che conseguentemente diedero vita a una forte opposizione armata, permettendo al brigante tagiko Bacha-i-Saqao di conquistare Kabul e costringere nel ‘29 Amanullah ad abdicare.
Veniamo ora ai giorni nostri.

 

L’ATTENTATO ALLE TWIN TOWERS, L’INTERVENTO MILITARE USA, IL GOVERNO KARZAI, L’INVASIONE USA-NATO E L’INSURREZIONE (2001-2012)
Com’è arcinoto, l’11 settembre 2001 quattro aerei di linea di United Airlines e American Airlines vengono dirottati da 19 terroristi di Al Qaeda. Due aerei (il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175) vengono fatti schiantare contro le Twin Towers, Torri Nord e Sud, del World Trade Center, a New York. Nel giro di 1 ora e 42 minuti, entrambe le torri crollano. A causa di tali attentati quel giorno muoiono 2.977 persone (più i 19 dirottatori), e oltre 6.000 restano ferite. 
Gli USA, in un primo momento, reagirono rifornendo con la CIA i gruppi armati dell’Alleanza del Nord e predisponendo attacchi aerei di precisione. Sul campo, i bombardamenti aerei e l’azione delle forze di terra afghane riuscirono a sconfiggere le milizie talebane. Nel dicembre 2001 le Nazioni Unite organizzarono una conferenza sull’Afghanistan a Bonn, invitando varie fazioni afghane, ma non i Talebani sconfitti. Il risultato fu la formazione – nel dicembre dello stesso 2001 – di un governo provvisorio guidato dal pashtun Hamid Karzai, ex consigliere della compagnia petrolifera statunitense Unocal. Eletto nel 2004 presidente dell’Afghanistan con l’aperto sostegno degli USA, venne riconfermato nel 2009. Il suo secondo mandato fu incentrato su una politica di pacificazione nazionale, basata su accordi con i Talebani moderati e sul funzionamento e stabilizzazione delle istituzioni civili. L’obiettivo era porre fine alla presenza delle truppe straniere.
Quando nel settembre 2014 gli è succeduto Ashraf Ahmadzai Ghani, anche lui di etnia pashtun, Karzai ha continuato a rivestire il ruolo di mediatore con le forze di opposizione. E nell’agosto 2021, quando i Talebani riconquistano il Paese, Ghani scappa e gli USA e la NATO sgomberano il campo, Karzai è al tavolo delle trattativa per la formazione di un governo composto non solo dai Talebani.
Ma non anticipiamo troppo i tempi, e seguiamo sia pure succintamente il calendario degli avvenimenti:

20 settembre 2001:  Il Presidente degli Stati Uniti George Walker Bush – figlio dell’ex presidente George Herbert Walker Bush, l’uomo che nel 1991 volle l’invasione dell’Iraq reo di essersi annesso il Kuwait – chiede al governo dei Talebani di consegnare Osama bin Laden e chiudere i campi di addestramento di Al Qaeda. Il 21 settembre i Talebani del Mullah Omar rifiutano l’ultimatum di Bush per mancanza di prove che colleghino bin Laden agli attentati. E quando Bin Laden – al sicuro in Pakistan – rilascerà dichiarazioni per vantarsi d’esser stato lui l’ideatore degli attentati dell’11 settembre 2001, e d’aver personalmente istruito gli attentatori, sarà ormai tardi e inutile rivolgersi nuovamente a Omar.

7 ottobre 2001: Inizia la guerra con l’Operazione Enduring Freedom, in un primo momento disgraziatamente battezzata da Bush come “Crociata Infinita”, irritando per questo il mondo musulmano memore delle varie crociate cristiane scagliategli contro. Stati Uniti e Regno Unito avviano una campagna di bombardamenti aerei contro Al Qaeda e i Talebani, mentre sul terreno va avanti l’offensiva dell’Alleanza del Nord.

14 novembre: Kabul cade, e i Talebani si ritirano nella roccaforte di Kandahar, che cadrà il 9 dicembre, segnando la fine dell’Emirato Islamico.

5 dicembre: Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizza la creazione dell’ISAF (International Security Assistance Force) per mantenere la sicurezza in Afghanistan e assistere il governo di Kabul. Dell’ISAF farà parte anche un contingente italiano, schierato prima a Kabul e poi a Herat.

3-17 dicembre: Battaglia nei monti di Tora Bora, con Bin Laden che fugge in Pakistan sistemandosi in gran segreto ad Abbottabad.

20 dicembre: Alla Conferenza Internazionale sull’Afghanistan tenutasi in Germania, Hamid Karzai è scelto come capo dell’Amministrazione provvisoria. A luglio una Loya Jirga (Grande Assemblea) d’emergenza lo nomina Presidente.

Aprile 2002: George W. Bush propone un piano per la ricostruzione dell’Afghanistan.

1 marzo 2003: Il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiara la “fine dei combattimenti”. L’8 agosto la Nato assume la responsabilità della missione ISAF.

1 maggio: George W. Bush annuncia che l’operazione militare USA in Afghanistan “ha raggiunto il suo obiettivo”. Non si direbbe, visto che le operazioni militari col solito grande contorno di “danni collaterali” – cioè l’uccisione di vittime civili colpite spesso per errore – sono andate avanti fino ai colloqui di Doha iniziati nel 2019 per volontà del presidente Donald Trump ben deciso a porre fine all’avventura afghana. 

14 dicembre 2003: La Loya Jirga con 502 delegati prepara una nuova costituzione afghana, adottata nel gennaio dell’anno successivo, 2004. Ma le attività di ricostruzione dello Stato procedevano troppo a rilento, e l’influenza del governo in realtà non andava molto oltre Kabul, sede delle uniche forze internazionali. L’ISAF riuscì comunque ad estendere la propria presenza ad altre zone dell’Afghanistan, vanificata tuttavia dall’insurrezione prima occorsa nelle zone meridionali e orientali, e poi anche nelle regioni centrali, occidentali e settentrionali. 

9 ottobre 2004: Hamid Karzai vince le elezioni, e viene proclamato presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Non più Emirato Islamico, quindi, ma Repubblica Islamica. Nel 2009 Karzai verrà confermato per un secondo mandato.

2005: Il Pakistan decide di collocare 80.000 soldati al confine della Linea Durand con l’Afghanistan. Abbiamo visto che tale linea venne tracciata secondo la scelta dell’inglese Durand di separare buona parte dei pashtun afghani da quelli pakistani. È così che i Talebani per protesta insorgono.

Luglio 2006: È l’estate degli insorti, che moltiplicano nel Paese attacchi suicidi e attentati con mine stradali.

Maggio 2009: Il Pentagono nomina “Capo delle operazioni militari” il generale Stanley McChrystal, che teorizza la necessità di ridurre i “danni collaterali”, cioè le vittime civili.

Dicembre 2009: Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama invia altri 33.000 soldati statunitensi in Afghanistan. In totale le truppe internazionali sono 150.000. E meno male che il 1 maggio 2003 il Presidente George W. Bush aveva dichiarato che l’intervento militare USA in Afghanistan aveva  “raggiunto il suo obiettivo”.

1 maggio 2011: Truppe speciali USA assaltano il rifugio di Bin Laden ad Abbottabad, uccidendolo (sempre secondo la narrativa ufficiale; NdR). L’operazione, in codice nota come Operation Neptune Spear fu autorizzata da Obama, e l’assalto è stato condotto da uomini dei Navy Seals, confluiti apposta nello United States Naval Special Warfare Development Group (comunemente conosciuto anche come DEVGRU o SEAL Team Six - ST6), e da agenti della Special Activities Division della CIA. Le diverse immagini del cadavere disponibili, seppur richieste ufficialmente da più parti – e sempre diniegate – tra cui anche dalla Associated Press, per decisione di Obama non saranno mai mostrate. Gli USA, inoltre, dichiararono che la salma di Osama Bin Laden venne dispersa in mare dalla portaerei Carl Vinson, irritando non poco una parte del mondo musulmano per il quale una simile sepoltura “non sarebbe accettabile” costituendo “un affronto ai valori religiosi e umani”. 

Dicembre 2011: Conferenza di Bonn per avviare il ritiro delle truppe internazionali e la ricostruzione dell’Afghanistan.

Giugno 2013: L’ISAF trasferisce la responsabilità della sicurezza alle forze afghane.

Settembre 2014: Viene eletto Presidente Ashraf Ghani, economista laureato alla American University di Beirut e poi specializzatosi in antropologia negli USA alla Columbia University. Ex funzionario della Banca Mondiale, era stato consigliere capo del presidente Karzai e suo ministro delle Finanze dal 2002 al 2004.

21 dicembre 2014: Ashraf Ghani, economista, e il rivale Abdullah Abdullah, medico oftalmologo e a suo tempo membro influente dell’Alleanza e consigliere di Massoud, nonché ex ministro degli Esteri dal dicembre 2001 all’aprile 2005, si accordano per dividersi i ruoli nel governo dell’Afghanistan. Abdullah Abdullah diventa Presidente dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale dell’Afghanistan, l’organo che ha cercato di guidare il processo di pace in generale. Nel 2010 il rivale di Ghani aveva creato la Coalizione per il Cambio e la Speranza, che l’anno dopo diventava la Coalizione Nazionale dell’Afghanistan permettendo ad Abdullah di diventare uno dei leader più importanti dell’opposizione democratica.

12 settembre 2019: Per volontà di Donald Trump iniziano i colloqui coi Talebani per porre fine alla presenza militare USA (e NATO, molto scorrettamente però non invitata ai colloqui). Gli incontri hanno luogo in un albergo di Doha, nel Qatar, e si concludono positivamente il 29 febbraio 2020 con la firma del Segretario di Stato USA Mike Pompeo. Trump autorizza a fissare a maggio del 2021 la data effettiva per lo sgombero dei militari USA. Data che Biden in un primo momento, per evidenti fini propagandistici, sposta invece all’11 settembre – anniversario dell’attentato alle Twin Towers – dovendo invece nella realtà, e dato l’evolversi critico della situazione sotto il profilo della sicurezza, affrettarsi a concluderlo entro il 31 agosto.
L’Afghanistan, al momento, agli USA di Biden interessa poco o niente. Perché la sfida del presente e del futuro per gli statunitensi è la Cina. Motivo per cui il grosso della presenza ed energia militare USA deve guardare al quadrante Indo-Pacifico. E l’Afghanistan può essere attratto dall’orbita sino-russa, o verso quella dell’India. Ed è in quest’ultima direzione che Biden sogna di spingerlo, perché punta a rapporti stretti con l’India in funzione anti-cinese.
Intanto però il 2 settembre di quest’anno i Talebani al potere a Kabul – nel chiedere all’Italia il riconoscimento del loro governo – hanno specificato: “La Cina ci finanzierà”. Per Biden tale notizia deve aver avuto l’effetto di una bastonata in faccia. Il sottosuolo afghano è ricco di vari minerali, compreso il petrolio e le cosiddette terre rare, assolutamente essenziali per qualunque prodotto moderno, dalle auto agli aerei da guerra fino ai computer e cellulari, e delle quali la Cina è già il massimo possessore e produttore mondiale. E ancor più lo diventerà se sarà Pechino a finanziare e gestire l’estrazione delle abbondanti terre rare afghane.

 

TIRANDO LE SOMME...
La guerra in Afghanistan è durata più della Seconda guerra mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe assieme. Nel corso di questi sciagurati 20 anni sono stati uccisi 2.000 soldati USA (l’Italia ha avuto 57 militari uccisi e 700 feriti), e non è noto, esattamente, quante decine di migliaia di civili afghani: il totale delle vittime, afghane e non, pare arrivi a 170.000. Un altro sanguinoso e tragico buco nell’acqua, costato peraltro anche cifre pazzesche.
Da notare che in questi 20 anni gli USA e la NATO in Afghanistan non hanno costruito nulla. Neppure un ponte, una strada, una scuola, un ospedale. Gli antichi romani in 20 anni di occupazione avrebbero costruito terme, ponti, strade, acquedotti, anfiteatri, templi… 
E magari avrebbero anche sradicato la produzione di oppio, argomento sul quale per completare il quadro afghano è bene dire qualcosa.
Nel luglio del 2000 i Talebani misero al bando la coltivazione dell’oppio nelle aeree sotto il loro controllo – cosa che non ne impedì la coltivazione illegale – ma già l’anno successivo portò ad una riduzione del raccolto del 94%.
Poco dopo l’invasione dell’Afghanistan a guida statunitense del 2001 la produzione di oppio incrementò invece nuovamente, e nel 2005 l’Afghanistan aveva riconquistato la sua posizione di primo produttore mondiale dello stupefacente: sfornava il 90% dell’oppio mondiale. In sostanza produttori e trafficanti d’oppio hanno agito dall’interno della coalizione d’occupazione statunitense dell’Afghanistan. E, in proposito, va ricordato anche che: l’ex presidente Karzai – l’uomo che si è proposto per la mediazione nel corso dei drammatici avvenimenti dell’agosto appena trascorso – ha aiutato i trafficanti di droga a scappare dalla giustizia, ha graziato 5 poliziotti impegnati a smerciare droga, ha permesso l’arresto di un sindaco che denunciava la corruzione.
Lo scrive nell’agosto del 2009 l’ambasciatore USA a Kabul in un rapporto ufficiale.

 

SCHEDA: WIKILEAKS & AFGHANISTAN, LE VITTIME

Nel 2010 Wikileaks, la famosa organizzazione fondata dal giornalista e attivista per la pace australiano Julian Assange – che ne sta ancora personalmente duramente pagando le conseguenze – ha rivelato al mondo alcune informazioni riservate dell’esercito USA relative al conflitto in Afghanistan.
Il periodo considerato va dal gennaio 2004 al dicembre 2009, ovvero eventi occorsi sia sotto l’amministrazione Bush sia Obama, per un totale di ben 92.000 rapporti del Pentagono. Una quantità enorme di documenti, dai quali emerge un’immagine devastante di quello che è realmente successo in Afghanistan: le truppe che hanno ucciso centinaia di civili in scontri che non sono mai emersi o resi noti, gli attacchi dei Talebani che hanno rafforzato la Nato e hanno alimentato la guerriglia nei vicini Pakistan e Iran.
Wikileaks, non smentita, rivela che secondo un documento dell’ambasciata americana a Kabul, Ahmad Zia Massoud, quando era vice presidente dell’Afghanistan, venne scoperto in possesso di 52 milioni di dollari in contanti che “gli è stato permesso di tenere senza rivelarne l’origine o la destinazione”. I documenti dimostrano inoltre che il Pakistan, “ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi Talebani in riunioni segrete onde organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani”. 
Amnesty International, poi, ha condotto indagini approfondite su 10 operazioni militari USA, effettuate tra il 2009 e il 2013, in cui sono morti oltre 140 civili afghani, tra cui donne incinte e almeno 50 bambini. L’organizzazione per i diritti umani ha intervistato 125 testimoni, i feriti, e i loro familiari. Tuttavia, nessuno dei 10 casi è stato sottoposto a indagine da parte della giustizia militare statunitense. Nemmeno i due su cui esistono prove abbondanti – e schiaccianti – di crimini di guerra. Perché? Il sistema della giustizia militare USA si basa principalmente sul racconto dei soldati che prendono parte all’azione. 
Secondo stime contenute in studi della Brown University statunitense, le vittime civili ammonterebbero ad almeno 35.000 (https://www.milex.org/.../il-rapporto-milex-sulla-guerra.../). Di queste 35.000 vittime quasi 5.000 civili vennero uccisi nei bombardamenti statunitensi durante il primo anno di guerra. 
Nel 2020 un’indagine del giudice militare Paul Brereton ha rivelato che dal 2005 al 2016 si sono verificati 39 casi di uccisioni ingiustificate – poiché verificatesi non in combattimento – nei confronti di civili afghani da parte delle truppe australiane dei Sas-Australian Special Air Service Regiment. Si riportano anche sgozzamenti di minorenni.
Nel dicembre 2001 almeno la metà dei 7.500 prigionieri talebani sopravvissuti alla rivolta nel carcere di Qala-i Jangi è morta soffocata nei camion portacontainer che li trasferivano al carcere di Sheberghan, sotto il sole cocente. E sono stati sotterrati in fosse comuni nel deserto di Dasht-e Leili.
Dal 2002 la CIA autorizzò la tortura sui prigionieri. Waterboarding, percosse, prigionieri incatenati e in piedi, cella fredda e acqua addosso al prigioniero nudo, subito dopo cella a temperatura molto calda, musica heavy metal a volume altissimo per giornate intere. Queste torture sono state ripetute fino a quando la vittima non acconsentiva a fornire informazioni, spesso inventate, o a firmare una confessione redatta dai torturatori. Gli Stati Uniti utilizzarono queste tecniche in una prigione segreta di Kabul. 
Nel 2004 il gruppo per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch pubblicò un rapporto intitolato “Enduring Freedom - Abusi delle forze statunitensi in Afghanistan”. Nel 2005 l’American Civil Liberties Union pubblicò documenti ottenuti dall’esercito statunitense che mostravano come – dopo lo scandalo di Abū Ghurayb – l’esercito statunitense in Afghanistan avesse distrutto fotografie che documentavano gli abusi sui prigionieri in loro custodia.
Il 4 marzo 2007, almeno 12 civili furono uccisi e 33 rimasero feriti da Marines statunitensi nel distretto di Shinwar nella provincia di Nangrahar dell’Afghanistan. I Marines colpirono con raffiche di mitragliatrice semplici passanti lungo tutte le 10 miglia della strada.
A dicembre 2009 erano presenti sul territorio circa 104.000 mercenari, o milizie private, generalmente per conto del governo USA. Tuttavia, in seguito diventeranno 160.000, risultando così la forza militare più numerosa nel Paese.
Non c’è nessun bilancio ufficiale sulle perdite totali di miliziani tra Talebani e altri gruppi anti-USA, sebbene vi sono stime di parte che danno un risultato credibile intorno ai 50.000 morti.
Le vittime complessive afghane dall’inizio della guerra sarebbero invece 170.000.