​Se non fosse stato per Russia Today, C-SPAN e Ora.tv, che il 23 ottobre scorso hanno trasmesso in diretta il dibattito tra i candidati alla Casa Bianca, nessuno in America e nel mondo saprebbe che il 6 novembre prossimo si terranno le elezioni per eleggere il nuovo “leader del mondo libero”. Come? I candidati alla presidenza degli Usa hanno tenuto tre dibattiti televisivi a Chicago e tutti ne conoscono i volti? No, ancora una volta l’unica realtà nota al grande pubblico è quella che i mezzi di comunicazione di massa permettono di conoscere. Mitt Romney e Barack Obama sono solo due dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, eppure sono stati gli unici a godere di ampia copertura mediatica negli Usa e nel mondo. A rigor di logica, invece, il dibattito trasmesso il 23 ottobre avrebbe dovuto ricevere ampio spazio su tutti i media principali, dato che ha coinvolto ben quattro candidati alla Casa Bianca (gli altri due, Mitt e Barack, hanno rifiutato l’invito) ed ha avuto come moderatore niente meno che il famoso Larry King. Ma chi sono questi candidati di cui nessuno parla?

Il più famoso tra loro, accolto con una vera ovazione del pubblico in studio, è Gary Johnson, candidato del Partito Libertario, ex governatore repubblicano del New Mexico ed imprenditore. Libertario come Ron Paul, di cui ha condiviso il programma politico, tanto da aver promesso il proprio ritiro dalla corsa e l’appoggio al senatore texano, se questi avesse vinto le primarie repubblicane. Ma la dirigenza del GOP ha fatto di tutto affinché Paul venisse escluso (come documentato qui) ed ecco che la candidatura di Johnson offre una scialuppa di salvataggio agli orfani della Ron Paul R-Evolution. Nel suo programma, l’ex governatore del New Mexico propone infatti di scardinare il sistema della Federal Reserve, abolire la tanto odiata tassa sul reddito (IRS), ritenuta incostituzionale, e ripristinare i diritti civili a 360°, dal matrimonio omosessuale all’abolizione del Patriot Act e del National Defence Auctorization Act (che, in nome della “lotta al terrorismo”, permette al Presidente di incarcerare chiunque in qualunque momento, anche senza fondati motivi, per un periodo di tempo indefinito). In economia, come tutti i libertari, Johnson è fedele al principio della riduzione della spesa pubblica, che si abbatterebbe sul contribuente ed amplierebbe le competenze dello Stato, quindi le potenziali ingerenze sulla vita privata dei cittadini. Ridurre la spesa pubblica significa in primo luogo ridurre le spese militari, quindi riportare a casa almeno 250mila soldati impegnati all’estero ed assumere una politica estera non belligerante: fine dell’embargo all’Iran, degli omicidi mirati e degli attacchi con i droni, che uccidono centinaia di civili. “Sono l’unico candidato che non vuole bombardare l’Iran”, ripete come un mantra ad ogni comizio, riferendosi alla comune politica anti-iraniana di Robama e Oromney.

Pur rimarcando spesso la vicinanza a Ron Paul, Johnson non disdegna però di presentarsi come più radicale dello Zio Ron: “Ron Paul è un social conservative. Dice di voler legalizzare la marijuana, ma non l’ha mai fumata”. Johnson, infatti, non nasconde di aver fatto uso della sostanza a fini terapeutici e anche per questo ne propone la legalizzazione. Una posizione mantenuta con coerenza anche quando era all’interno del Partito Repubblicano. Un partito che, però, gli stava stretto: “Non mi sono mai riconosciuto in nessuna delle loro posizioni. Quando mi candidai a governatore mi dissero che non sarei mai stato eletto con un programma come il mio”. Johnson, invece, è stato governatore repubblicano del New Mexico per due mandati: un’avventura non facile in uno stato in cui la maggioranza dell’elettorato è convintamente democratica. Da questo ruolo deriva il suo soprannome di Mister Veto, per aver posto il veto per ben 750 volte (più di tutti gli altri governatori americani messi insieme) ad aumenti della spesa pubblica. “Se fossi presidente, non esiterei un secondo a porre il veto ad una legge come il NDAA”, dice oggi. Sarà per questo che l’establishment repubblicano non lo ha mai digerito, tanto da negargli la partecipazione al dibattito tra i candidati alle primarie nel novembre 2011, spingendolo alla rottura e all’uscita dal partito. Quella che oggi intraprende è però la sfida più importante: ottenere almeno il 5% delle preferenze, per scompaginare i giochi di quelli che il suo sostenitore Jesse Ventura definisce Democrips e Rebloodicans. Una sfida forse paragonabile a quella compiuta da Gary 9 anni fa, quando ha  scalato l’Everest, seppur tornando a casa con una gamba rotta.

Ma una politica estera fondata sulla diplomazia e la non belligeranza, la fine della sudditanza verso Wall Street e dei salvataggi delle banche, il ripristino dei diritti civili (traditi da un governo sempre più assolutista), la fine del proibizionismo sono punti che in realtà accomunano almeno tre dei candidati alla Casa Bianca: oltre a Johnson, la verde Jill Stein e l’avvocato dello Utah Rocky Anderson.

Candidata del Green Party, Jill Stein propone come soluzione all’attuale crisi economica il varo di un Green New Deal, cioè un rilancio statale dell’economia produttiva in versione “sostenibile”, partendo dalla riconversione energetica. Antinuclearisti ed antimilitaristi, in politica estera i Verdi americani puntano alla demilitarizzazione e al disarmo come priorità nei rapporti internazionali e al rispetto della sovranità dei popoli. Ed è la difesa di questo principio che spinge la Stein a farsi aperta sostenitrice della nascita di uno Stato Palestinese, ma anche dell’indipendenza di Puerto Rico, occupato dagli Usa sin dal 1898, e dei diritti dei nativi americani. Come Johnson, vuole porre fine alla negazione dello stato di diritto in atto, ripristinando la Costituzione originaria, frenando lo strapotere delle corporations ed addirittura perseguendo legalmente manager, banchieri e politici responsabili del collasso economico e sociale americano. Un primo passo per la restaurazione della democrazia in America, secondo il Green Party, è sottrarre alle corporation il monopolio dei media, bandire la possibilità per banche ed aziende di finanziare i candidati ed abolire la personalità giuridica delle aziende. Punti programmatici totalmente condividisi anche da Rocky Anderson, avvocato dei diritti civili ed ex sindaco di Salt Lake City, nonché candidato del Justice Party. Come Johnson, anche Anderson vanta un primato, sebbene di segno politico opposto: sindaco democratico per 8 anni della capitale di uno stato tradizionalmente conservatore come lo Utah. Il suo programma si fonda sul “ripristino della giustizia” in ambito economico, sociale ed ambientale e non si differenzia molto da quello dei Verdi. Anderson si distingue però dagli altri candidati per la veste di ‘avvocato del popolo’ che indossa da molto tempo, dentro e fuori dalle aule di tribunale, sin da quando guidò la campagna contro la guerra in Iraq e richiese, da sindaco, l’impeachment per Bush Jr. La sua uscita dal Partito Democratico fu inevitabile, quando non riuscì più a sopportarne l’incoerenza: “La nostra Costituzione è stata sventrata mentre i democratici non facevano la minima resistenza. Si tratta di un partito senza palle, senza principi, che è pagato e comprato dagli stessi che comprano e pagano il Partito Repubblicano”.

Entrambi i candidati godono dell’appoggio del popolo di Occupy Wall Street, motivo ulteriore, agli occhi dei media corporativi, per rendere drastica la censura nei loro confronti. La Stein, che ha tra i suoi sostenitori anche Noam Chomsky, ha preso parte a diversi atti dimostrativi che in alcuni casi ne hanno comportato l’arresto (come il 17 ed il 31 ottobre scorsi), senza che i mainstream media si scandalizzassero particolarmente per la detenzione illegale di un candidato alla presidenza.

Il quarto candidato a prender parte al dibattito è Virgil Goode, leader del Constitution Party che, prima di esser sorpassato negli ultimi mesi da Johnson, era il favorito tra i terzisti. Deputato della Virginia fino al 2009, Goode è stato prima democratico, poi indipendente, poi repubblicano ed infine ha lasciato l’Elefantino nel 2010 per aderire al suo attuale partito, che dal 1992 (con il nome iniziale di US Taxpayers Party) si batte per ripristinare la Costituzione ed i principi sanciti nel Bill of Rights e nella Dichiarazione d’Indipendenza. Come gli altri tre, Goode propone una drastica riduzione delle spese militari, una limitazione del potere della Federal Reserve e l’abolizione di tutte le leggi liberticide.

Ma è per la sua posizione sui diritti civili, oltre che per il suo slang, che l’ex deputato della Virginia si differenzia dagli altri tre. Contrario all’aborto e proibizionista sulla droga, per Goode “La guerra alla droga rappresenta solo una piccola parte delle spese statali. La ridurrò, perché voglio ridurre tutte le spese statali. Ma a differenza di Gary, Rocky e Jill sono contrario alla legalizzazione della marijuana: se appoggiate questa proposta votate per loro, ma non per me”. In sostanza, però, anche Goode converge sulla necessità di ripristinare lo Stato di Diritto, abolire il Patriot Act e il NDAA, porre fine alla politica estera belligerante di democratici e repubblicani e all’attuale finanziarizzazione dell’economia.

Su quest’ultimo punto, però, i due ‘progressisti’, Stein ed Anderson, divergono da Johnson e Goode: mentre i secondi vorrebbero mettere il guinzaglio alla FED e ridurre drasticamente le tasse, i primi vorrebbero aumentarle per i ceti più abbienti, pur destinandone il ricavato a salvare dalla bancarotta gli studenti, la pubblica istruzione e la sanità anziché le banche. Lo stesso Anderson, durante la sua campagna, ha più volte ribadito la differenza tra il suo programma e quello di Johnson, che a suo avviso non assicurerebbe a tutti gli americani i servizi minimi essenziali. Di fatto, se i libertari mostrano di comprendere la natura fraudolenta del sistema della FED ed il danno generato dalla tassazione dell’economia produttiva, dall’altro restano ancorati al paradigma dell’austerità, che considera come dannosa la spesa pubblica e quindi da ridursi al minimo. I progressisti, invece, pur riconoscendo il valore positivo della spesa pubblica quando utilizzata a sostegno dell’economia reale e dei servizi pubblici (deficit spending) anziché della finanza, oltre che la necessità di una legislazione antimonopolitistica nei confronti delle corporation, non toccano però il problema di fondo dell’emissione monetaria, oggi affidata ad una banca privata ed incostituzionale quale è la Federal Reserve. Tutti i candidati, quindi, mancano forse di una visione olistica dei problemi della nazione e ciò rischia di aumentare la frammentazione all’interno del vasto potenziale elettorale del Terzo Partito.

Questo rischio è stato forse colto da Johnson, che si propone come rappresentante politico sia dei Tea Parties sia di Occupy Wall Street e tra i candidati indipendenti è ritenuto il più insidioso sia per Obama sia per Romney. Proprio per questo i Repubblicani hanno tentato in tutti i modi di sabotarne la corsa presidenziale, dapprima impedendogli di partecipare alle loro primarie, poi boicottandone la corsa da libertario utilizzando tutti i cavilli legali possibili. Johnson potrebbe ottenere, secondo i sondaggi, un consenso pari al 5% nazionale da lui richiesto, che arriverebbe a punte del 13% nel suo New Mexico, risultando addirittura determinante in Colorado, Nevada, Florida, Virginia e North Carolina. Ma è in Colorado che il candidato libertario potrebbe avere il maggior numero di voti. Qui si terrà infatti, in concomitanza con le elezioni nazionali, un referendum per legalizzare la marijuana e la contestuale campagna di Johnson in merito ha mandato nel panico la dirigenza democratica. Secondo The Guardian, infatti, il Presidente del Partito Democratico della contea di Boulder avrebbe allarmato via email i suoi compagni di partito: “Ho bisogno di voi per spegnere una scintilla, prima che da essa nasca un incendio”, perchè Johnson “sta cercando voti tra gli studenti del college che potrebbero non appoggiare più Obama a causa della legalizzazione della marijuana [proposta da Johnson, ndr]. Il Colorado è così importante da essere determinante, non possiamo permettere che questo accada”. A dir poco sensazionale che si considerino “facilmente influenzabili” i giovani elettori quando a parlar loro è un candidato indipendente, ma non quando dichiarano il voto ad un premio Nobel per la Pace reo di crimini contro l’umanità in Libia ed in Siria.

Se in qualsiasi altro paese al di fuori degli States quattro candidati presidenziali su sei venissero privati della copertura mediatica nazionale, censurati ed alcuni addirittura arrestati, vi sarebbero le condizioni minimali per mobilitare la ‘comunità internazionale’ verso una ‘guerra preventiva’. Paradossale che quegli stessi media che censurano i candidati indipendenti alle presidenziali Usa, si prestino nel contempo a campagne diffamatorie contro leader di paesi stranieri, come Vladimir Putin, Mahmud Ahmadinejad e Hugo Chavez, accusandoli (senza prove) di comportamenti antidemocratici che sono invece la norma nel paese dello Zio Sam. Come finirà questa corsa alla Casa Bianca non è forse prevedibile, ma una cosa è certa: il crescente aumento di consenso nell’opinione pubblica per le proposte dei candidati indipendenti e la crescita di media alternativi come Russia Today e Ora.tv, che hanno dato loro ampio spazio, dimostrano quanto lo scollamento tra il sistema bipartitico e l’opinione pubblica americana sia ormai totale. Un buon segno, in questi tempi di fine Kali Yuga.

Articolo di Jacopo Castellini