Leggiamo in tema di fede cosa ha da dirci Hegel:

“Il contenuto [della fede] può giungere a me dall’esterno o per l’insegnamento, o per i miracoli o per l’autorità in genere. Ma attraverso questi mezzi esterni il contenuto non è ancora creduto, perché la fede esige proprio la cessazione di ogni motivazione esteriore. Per giungere alla fede si deve eliminare l’esteriorità, […] Noi potremo definire la fede immediata come la testimonianza che lo spirito dà allo Spirito, per cui non c’è posto in lei per alcun contenuto finito, perché essa concepisce l’Infinito. Lo spirito testimonia solo dello Spirito, mentre solo le cose finite sono mediate da ragioni esteriori. Il vero fondamento della fede è lo Spirito, e la testimonianza dello spirito è in sé vivente.” 

Quindi per Hegel la fede è la testimonianza vivente che lo spirito dell’uomo restituisce allo Spirito, perché Esso è la sua fonte; o come conclude Chinul a modo suo: 

“In ogni caso, nello Zen, la giusta fede non è da ricercare in alcuna di queste possibilità indicate [le “motivazioni esteriori” o “finite” che dice Hegel]. Non si ha fede in alcuna causa o effetto artificiali: il sé intrinseco è originariamente il Buddha [il contenuto infinito]; questa è la sola fede necessaria”.  

Prima Chinul, poi Hegel ed ancora Aurobindo ripropongono con la prestanza di una litania o di un mantra l’identico ritornello: 

“nell’immanenza [il sé intrinseco] c’è la trascendenza [il contenuto infinito]”.

Accostiamo ora il pensiero di Hegel all’esperienza veritativa vissuta da Ueshiba sull‘essenza del Bu-do:

“All’improvviso la terra tremò. Un vapore dorato fuoriuscì dal terreno e mi avviluppò. Mi sentii trasformato in un’immagine dorata, e il mio corpo era leggero come una piuma. Potevo capire il linguaggio degli uccelli. Tutto ad un tratto, compresi la natura della Creazione: la Via del Guerriero [Bushi-do] consiste nel manifestare l’Amore divino, lo Spirito che abbraccia e nutre tutte le cose. Lacrime di gratitudine e gioia scesero lungo le mie gote. La terra intera era la mia casa, e il sole, la luna e le stelle erano i miei amici intimi. Ogni attaccamento alle cose materiali svanì del tutto”.  

Dunque Hegel afferma che il fondamento della fede è lo Spirito, parimenti a ciò che dice l’O-sensei sull‘essenza del Bu-do. La correlazione del Bu-do con la vera fede è posta da un comune denominatore: lo Spirito supremo, la fonte d’entrambi. E Ueshiba convalida questa correlazione: 

“Praticare l’arte della pace [un altro nome dell’Aiki-do] è un atto di fede, una fede nel potere supremo della non violenza, una fede nel potere della purificazione, una fede nel potere della vita stessa”.

Ancora in un’altra occasione il Grande maestro ribadì: 

“L’allenamento del Aiki-do non è per sport né per ascetismo; è un atto di fede basato sulla volontà di giungere al risveglio totale”.

Quindi la fede è una forma innata di conoscenza. L’atto di fede è una fusione sovrasensibile, pura, fra un io che recepisce e un qualcosa d’ineffabile che si dona, un approccio empatico eppure irrazionale fra l’io e la sua verità. 

La credenza è tutta un’altra cosa. Tanto quanto sono diversi “volontà” e “desiderio”: nella prima il ruolo dell’Io è attivo, come nella fede; nel secondo è decisamente passivo, come nell’ordinaria credenza. 
Ancora Tsuchiya, interpellato sull’essenza del Karate-do, conferma le nostre posizioni con una gravità sbigottente: 

“Il Karate è il sentiero (do) della negazione a tutto ciò che noi crediamo”; Dalmiro Sàenz, scrittore in veste di giornalista, ripropone insistente: “allora il Karate è un camino di negazione?”; e il maestro ribatte con un’altra domanda: “vivere una negazione non è forse vivere una affermazione?”.

Solidale col pensiero del maestro giapponese, Krishnamurti, durante una dissertazione s‘interroga: 

“Può la mente liberarsi del desiderio di sicurezza? È questo il problema, anziché in cosa credere e quanto credere. […] Cerchiamo la sicurezza interiore e spirituale erigendo intorno a noi muri di credenze, che sono un sintomo di questo bisogno di certezze. […] La verità non può essere che qualcosa di completamente differente”. 

Le sue dichiarazioni coincidono con quelle del maestro di Karate-do sopraccitato; entrambe ritengono che il cumulo di credenze non fa altro che rinforzare l’ego che, per sostenere l’impatto di angoscia e di paura da cui si sente investito, trova riparo dietro una corazza di certezze. L’ego gratifica la sua fame di sicurezza accumulando false fedi, adorando falsi idoli (i personaggi carismatici della religione, lo sport e lo spettacolo, i politici e gli opinionisti, ecc.); o altrimenti identificandosi con i successi sociali, economici o culturali…sì, perché pure la cultura può diventare una forma di gratificazione aleatoria, poggiata sull’informazione nozionistica e sulle credenze diventate dogmi. Per forza di cose: se scendesse in profondità l’ego rischierebbe di vedersi e, auto-conoscendosi, la sua gratificazione muterebbe in disagio.


Fonte: estratto dall'8° capitolo di Bu-do esoterico. La dimensione interiore delle Arti Marziali Orientali (Nexus Edizioni, 2018).


IL LIBRO
Quest’opera, unica nel suo genere, riempie il senso di vuoto che accomuna i molti amanti delle Arti Marziali, poiché svela il messaggio originario che i saggi orientali hanno lasciato a noi cittadini della globalizzazione: il Bu-do 武道, la Via alternativa all’incalzante processo di disumanizzazione in corso. Tale messaggio è volutamente travisato dal Sistema consumistico, per cui la stragrande maggioranza dei praticanti - esperti compresi - non ne è a conoscenza. 
L’arte del Bu-do affonda le sue radici nelle filosofie orientali del taoismo e del buddhismo. La sua pratica inizia dal corpo (wai-kong: lavoro esterno) per poi equilibrare e potenziare la mente (nei-kong: lavoro interno) cosicché, agendo insieme, essi possano ridestare nell’umano la percezione del divino (shen-kong: lavoro spirituale). 
L’uomo d’oggi, costretto ad una lotta impari contro materialismo e scientismo dilaganti, troverà giovamento nel rimettersi in marcia sulla strada meno battuta, l’ormai dimenticata Via interiore. 
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L'AUTORE 
Roberto Daniel Villalba nasce a Buenos Aires nel 1950. Iniziato alla pratica dello yoga e delle arti marziali a 15 anni, nel 1969 ottiene la cintura nera 1° Dan di Judo. Nel 1971 raggiunge il 1° Dan di
Taekwon-Do. Ha iniziato ad insegnare Judo e TKD nel prestigioso Istituto Vecchio di Mar del Plata nel 1970. Nel 1974 viaggia negli USA per perfezionarsi nel Tang Su Do, stile di karate coreano, che nel 1977 introduce in Italia. Nel 1984 è promosso 1° Dan di Kendo. Nel 2009 gli viene conferito onorificamente l’8° Dan di TSD. Laureato in Filosofia Classica presso la Pontificia Università Lateranense, specializzato in Orientalismo e in Scienza delle Religioni, ha inoltre compiuto studi di Antropologia Archeologica presso l’Università Nazionale di Mar del Plata. Con la casa editrice Edizioni Mediterranee ha pubblicato due libri sul Tang Su Do (1991 e 1994).