Se dovessimo sintetizzare in due sole keywords (parole-concetti chiave, NdR) l’epopea del Coronavirus, le più appropriate sarebbero senz’altro: “massa” e “manipolazione”. Nel senso che la cifra più autentica ed “espressiva” del Covid-19 non è solo - o tanto – di natura sanitaria, quanto piuttosto attinente alla dimensione sociologicae delle scienze delle comunicazione.
Più precisamente, essa:
1) pertiene alla misura in cui il virus è servito - serve e servirà – come strumento a-politico (o apparentemente tale) di “governance delle masse’, da un lato
2) è relativa, altresì, ai modi, ai tempi, alle forme, ai canali, attraverso i quali lo stesso agente patogeno è stato “comunicato” - cioè venduto, raccontato, propinato - alle masse. E anche alla strategia con la quale il morbo si accinge a tramutarsi in uno straordinario vettore di rinnovati valori in vista di una nuova, erigenda, civiltà.
Si badi bene: i due aspetti di cui in premessa non sono affatto disgiunti l’uno dall’altro, giacché il primo non sarebbe possibile senza un’oculata gestione del secondo. Ed entrambi sono stati “contaminati” dal virus. Nessun pastore può pascolare un gregge, grande o piccolo che sia, senza l’ausilio indispensabile di un nodoso bastone. E neanche senza il supporto di uno o più cani da guardia.
Fuor di metafora, il virus ha rappresentato, rappresenta e continuerà a rappresentare - quantomeno fino alla sua (allo stato, impronosticabile) scomparsa – un formidabile strumento di disciplina.
Efficace quanto la robusta verga, e più del cane fedele, di un proverbiale pastore. Il “pastore”, invece, non è il Covid: sono i mass media. Stando, perlomeno, all’evidenza di quanto appare e non può essere negato.
Sono loro a fare la differenza.

 

 

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