Una breve riflessione sul video che, da alcuni giorni, Facebook sta offrendo ai suoi utenti per festeggiare i 10 anni del social network.
 
 
Ho notato che alcuni amici hanno percepito una violazione della propria privacy guardando il video, che pure è automaticamente scaturito da quanto loro stessi hanno postato e mostrato di sé.
In effetti, a ben guardare, sottilmente qualcosa c'è di vero in questa sensazione, anche se, razionalmente, ha poco senso, visto che tutto il materiale che il video presenta è quello che noi stessi abbiamo reso disponibile pubblicamente. ?Dov'è allora la coerenza tra quello che facciamo - abbiamo fatto - e quello che 'sentiamo'??Il punto è che le foto, i link, i testi, li abbiamo inseriti noi - liberamente - senza un ordine o una gerarchia. ?Abbiamo semplicemente espresso gioia, dolore, piacere, amicizia, accordo, in pensieri ed immagini, condividendo questi nostri sentimenti e pensieri con amici reali o virtuali. ?Il video, invece, ci viene dall'esterno, da un algoritmo, da qualcosa di inanimato, meccanico, dunque. ?L'algoritmo alla base del video non considera il valore intrinseco, personale, dei nostri pensieri o sentimenti, o la nostra affezione ad un'immagine piuttosto che a un'altra. ?No, calcola solo quanti 'mi piace' ha ricevuto o quante volte è stata condivisa.
Dunque un criterio statistico, non vivente, morto.
 
Ecco che allora, nonostante che  Facebook ci abbia fatto diventare tutti un po' esibizionisti e un po' guardoni, rinunciando alla nostra privacy, qualcosa in noi percepisce una nota stonata. ?Qualcosa in questo video assomiglia a una 'violazione', ad una intromissione estranea.?Se seguiamo in profondità questo sentimento - magari appena abbozzato in noi - scopriamo che è proprio il fatto che il video sia stato prodotto da qualcosa di disanimato che ci offende, che ci fa sentire 'violati'. ?Non è stato montato da un amico, da un essere animato e dotato di simpatia e comprensione, ma è il prodotto di una 'entità' dis-animata, fredda, ottusa nella sua elettronica intelligenza.?In qualche modo, temiamo oscuramente che questa 'entità' abbia preso possesso di una minima parte di noi.?E non siamo del tutto lontani dal vero. 
 
Che fare dunque? 
Lasciarlo realizzare o meno, postarlo o meno, non fa la differenza.?La differenza la fa essere coscienti di quello che facciamo - qualunque sia la nostra decisione - e sopratutto di ciò che sottilmente percepiamo come movente della nostra scelta.
La luce della coscienza illumina l'oscurità delle entità subumane - come quelle che agiscono negli ambiti elettrici, magnetici, atomici - permettendoci di tener loro testa.
 
Articolo di Piero Cammerinesi