L’arte del Bu-do affonda le sue radici nelle filosofie orientali del taoismo e del buddhismo. La sua pratica inizia dal corpo (wai-kong: lavoro esterno) per poi equilibrare e potenziare la mente (nei-kong: lavoro interno) cosicché, agendo insieme, essi possano ridestare nell’umano la percezione del divino (shen-kong: lavoro spirituale)...


di Roberto Daniel Villalba


       In linea di principio, nei popoli antichi accadeva che i più abili nel combattimento facessero i militari, mentre i più capaci nel mercanteggiare diventassero commercianti, e così via. Assicurata la rispondenza fra il mestiere (il ruolo) e l’indole del candidato, comparivano le sottocategorie; c’era guerriero e guerriero, commerciante e commerciante: eccellenti, pessimi o appena sufficienti. Classificazione determinata dal soggetto. Essendo sempre e soltanto una questione di essere, non di fortuna o privilegio di casta, in una categorizzazione del genere non c’era posto per alcuna ingiustizia. Gli antichi sapevano che c’era un limite che separava ciò che si poteva conoscere teoricamente da ciò che invece si poteva diventare, ossia essere, e che per attraversare quel confine ci si doveva avvalere dell’insegnamento integrativo dell’esperienza. Se un uomo accumulava troppa conoscenza teorica ma non disponeva d’altrettanta esperienza, ossia se accanto alle ragioni egli non esercitava la pratica necessaria per comprenderle con il corpo, l’anima e lo spirito che configurano l’essere che lui è, di quel nozionismo astratto non avrebbe saputo farsene alcunché.

       Siccome non si può fissare altrove che nella propria essenza, ogni conoscenza che non diventi essere non ha alcun senso: si perde. In effetti, alla stessa stregua di un bene materiale che non viene valorizzato, la conoscenza che non diviene parte di noi è inutile, svanisce; nel caso di un regalo l’esternazione del valore è la ri-conoscenza sincera di chi lo riceve; perfino senza proferire parola si può ringraziare, purché nel cuore pulsi il sentimento, il valore dato alla cosa ricevuta. Parimenti, la non valorizzazione di una conoscenza è dovuta al disinteresse o alla scarsa “consistenza” del conoscente. Un conoscere senza coscienza è un conoscere inconsistente: un disvalore; valga come esempio il puro blaterare discorsivo impiegato dai sofisti della politica e della giurisprudenza come esercizio di eloquenza, ragionamenti che non considerano il valore della verità, ma valorizzano il guadagno dei consensi. 

       Solitamente l’ordinario artista marziale non avverte che per ottenere una reale efficacia nelle arti di combattimento deve curare la propria mente, e con essa il proprio sé, invece di porre attenzione esclusivamente all’aspetto tecnico esteriore. Perfezionando solamente “quel” colpo di spada che ci renda infallibili o “la parata” che ci faccia invulnerabili, si è altrettanto fuorviati quanto lo sarebbe il tentativo d’imparare a combattere leggendo un libro. Parafrasando la morale Zen del discepolo che invece di guardare la luna indicatagli dal maestro, fissa inebetito il suo dito, è necessario avvertire gli allievi che la vera difesa si ottiene modificando l’essere in toto, non solamente una parte di esso; esercitandosi esclusivamente nelle abilità fisiche o studiando nozionisticamente le tattiche di combattimento si è ugualmente persi, fuorviati. Invece, l’essere di Musashi corrispondeva pienamente alle conoscenze da lui acquisite sull’arte della guerra: era comprensione, anche se egli la chiamava semplicisticamente “conoscenza”. 

       Ma – e questo è il punto – come si modifica l’essere? Mentre attendiamo la risposta esaustiva, che arriverà nei capitoli finali, possiamo intanto dire che l’essere dell’uomo si trasforma tramite le varie conoscenze-esperienze animiche che l’io acquisisce dai tre “corpi” di cui è dotato. Tale processo integrativo, totalizzante, implementato con gli strumenti che egli possiede per costituzione (percezione e pensiero) determina la comprensione di cui necessita: l’alimento che trasforma il suo essere interiore e lo fa evolvere. Anticipando il titolo del 8° capitolo, proponiamo il frammento di una conferenza privata tenuta da Ouspensky: 

Il rapporto fra conoscenza e essere è un problema molto grosso. [Omissis] La conoscenza può portare molto lontano. Il problema è: la si può prendere? La si può assorbire? Possiamo prendere un tipo di conoscenza [p. es. l’arte marziale], un altro non possiamo, perciò non possiamo parlarne in termini generali. […] Ma in ogni momento la conoscenza dell’uomo dipende dal suo essere. Ciò è quanto non comprendiamo: [che] un uomo può recepire tanta conoscenza quanto il suo essere gli consente, altrimenti la sua conoscenza sarà soltanto parole. Se [ad esempio] la conoscenza viene data a parecchie persone, una la prende, altre no. Perché? Evidentemente perché il loro essere è “differente”. [Allora un discepolo gli domandò] “Non comprendo chiaramente cosa sia essere” [E Ouspenky rispose]“Siete voi, ciò che voi siete. Più conoscete voi stessi e più conoscete il vostro essere. Se non avete mai appreso che avete un essere, [considerate] l’essere di tutte le persone [e ciò] sarà per voi lo stesso. Se a qualcuno che non ha mai udito parlare di ricordare se stesso, chiedete cosa è, dirà [ingenuamente] che può ricordare se stesso. Questo è un [tipo di] essere. Un altro sa di non ricordare se stesso: questo è un essere diverso. Un terzo comincia a ricordare se stesso: questo è un terzo [modo di] essere. Ecco come esso [il problema] va preso”. (34)

       Conoscenza non è sinonimo di comprensione. Dal momento in cui realizziamo che un pensiero non può “sentire” un’emozione né sostituire un’esperienza, capiamo pure che il solo conoscere razionalmente una cosa (ad es. attraverso l’istruzione scritta o orale), ignorandone l’esperienza diretta, non ci permette di comprenderla. È un dato di fatto che la ragione può intendere, quindi conoscere per concetti, ma non potrà “comprendere” mai sentimenti e percezioni, cioè esperienze. D’altro canto, la premessa di Musashi citata qualche pagina addietro ci pare francamente riduttiva: “la conoscenza viene dall’esperienza” dice lui; cosa che corrisponde solo in parte alla verità, dacché l’uomo può conoscere in vario modo: tramite la ragione, l’intuizione o la fede, per esempio; alcune conoscenze si danno da sé, non provengono dall’esperienza fisico-sensibile. Kant le valuterebbe conoscenze pure o “aprioristiche”. Peraltro, è ugualmente vero che la conoscenza empirica in senso proprio (ossia la comune esperienza sensibile) tanto quanto l’esperienza sovrasensibile (la conoscenza in senso lato, come può essere la fede) da sole non diventano “comprensione”. Chi finalmente può comprendere è l’io autentico, il Sé riferito dal monaco Takuan, ma a patto che abbia forza ed espansione di coscienza sufficienti ad assoggettare e unificare le conoscenze-esperienze che l’anima ricava dai corpi fisico, energetico e animico. Essendo l’io il nucleo dell’anima, è lì che va fatta attenzione, perché lui – l’Io reale o Sé – è l’effettivo depositario della comprensione. 

       Abbiamo visto che nel buddhismo il concetto di buddhi बुद्धि, indistintamente tradotto come “illuminazione” o “comprensione”, sta a indicare la penetrazione della realtà; quindi si tratta di un rapporto cognitivo totalizzante fra l’io dell’uomo e la cosa da conoscere, il problema da risolvere o il nemico da sconfiggere; rapporto sostenuto con i mezzi del suo essere complessivo: fisico, energetico e animico. Allora sì, la comprensione è cibo per l’anima, verità: coscienza globale della realtà che si pone davanti, non da un’unica e parziale “conoscenza” acquisita tramite le funzioni sensiente-istintiva, motoria, emotiva o razionale della nostra natura. Rudolf Steiner, delineando il concetto di verità, precisava che “si può definire obiettivamente la verità come l’armonizzarsi delle nostre conoscenze" (35). Quindi si può dire che l’integrazione di tutte le nostre capacità cognitive su di un determinato oggetto risulta nella comprensione della sua verità, ossia nel completo accertamento della sua peculiare essenza; comprensione di un altro “essere”: sia esso un’emozione o un’idea, una cosa o un uomo che in fin dei conti sono tutti ugualmente “esseri”. Comprensione, dicevamo, che al contempo accresce il nostro essere.

       “Inculturarsi” non dovrebbe significare il diventare un campione culturale, passivo, del Sistema, ma l’accrescersi liberamente, essenzialmente, interiormente: alimentando l’anima con un “chimo” di natura spirituale, sintesi dei diversi frutti di conoscenza; in un’unica parola: comprensione. Allora, comprendendo, è l’uomo ad influire attivamente sul Sistema, ossia creativamente, e non più il tipo d’attività a determinare meccanicamente la qualità d’uomo. Ne sono esempi Galilei, Newton o Einstein: pur se circoscritto nell’ambito della scienza il loro operato mutò significativamente il Sistema dei loro tempi. 

       Risalendo da tutt’altro filone e all’insaputa dell’esistenza del pensiero steineriano, Ouspensky conferma: 

Comprendere è una funzione combinata di tutti i centri (36). Separatamente, ciascun centro può soltanto sapere; allorché essi mettono insieme tutto il loro sapere, ciò dà conoscenza [comprensione]. 
Per comprendere qualcosa uno ha bisogno perlomeno di tre centri (37). 

       Fatto un tuffo in profondità, ora torniamo in superficie. 
Nelle discipline marziali l’essere, la qualità dell’uomo, è un fattore costante di cui non si può fare a meno. Riguardo al tema dell’essere, il maestro Cesare Barioli (38), migliore interprete in assoluto del pensiero del prof. Kano, sviluppando un apologo sugli insegnamenti del mitico hanshi, scrive: 

Il maestro gli dovrà spiegare [al discepolo] che si arriva a Susshin-judo [il “Judo superiore”] dopo aver affrontato il Judo di combattimento e aver sperimentato «essere sani per essere utili». Perché la comprensione del Principio morale avviene dopo l’unificazione dell’essere (39).

       “Unificazione dell’essere”, cioè coerenza fra le diverse mansioni del conoscere e del fare, richiesta al discepolo in quanto uomo sincero, che si traduce in una dichiarazione di principio: pensare, sentire, volere e agire in conformità. Principio normativo per la gestazione di un nucleo psichico di gravità che sia il garante della stabilità e dell’armonia interiore dell’uomo, con la condizione che il pensiero ne abbia il primato. Infatti, l’incarico di “unificare l’essere” spetta inizialmente al pensiero traslucido che, conoscendo, coglie una quota della verità e la trasfonde agli altri “centri” animici: il pensiero veritiero, che non può che essere il pensiero del bene. Torneremo in più occasioni sull’importanza del pensiero della verità e della forza della moralità, che è l’attuazione consapevole e volontaria – quindi libera – di ciò che si ritiene buono e giusto fare…


Fonte: estratto dal 5° capitolo di Bu-do esoterico. La dimensione interiore delle Arti Marziali Orientali (Nexus Edizioni, 2018).


IL LIBRO
Quest’opera, unica nel suo genere, riempie il senso di vuoto che accomuna i molti amanti delle Arti Marziali, poiché svela il messaggio originario che i saggi orientali hanno lasciato a noi cittadini della globalizzazione: il Bu-do 武道, la Via alternativa all’incalzante processo di disumanizzazione in corso. Tale messaggio è volutamente travisato dal Sistema consumistico, per cui la stragrande maggioranza dei praticanti - esperti compresi - non ne è a conoscenza. 
L’arte del Bu-do affonda le sue radici nelle filosofie orientali del taoismo e del buddhismo. La sua pratica inizia dal corpo (wai-kong: lavoro esterno) per poi equilibrare e potenziare la mente (nei-kong: lavoro interno) cosicché, agendo insieme, essi possano ridestare nell’umano la percezione del divino (shen-kong: lavoro spirituale). 
L’uomo d’oggi, costretto ad una lotta impari contro materialismo e scientismo dilaganti, troverà giovamento nel rimettersi in marcia sulla strada meno battuta, l’ormai dimenticata Via interiore. 
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L'AUTORE 
Roberto Daniel Villalba nasce a Buenos Aires nel 1950. Iniziato alla pratica dello yoga e delle arti marziali a 15 anni, nel 1969 ottiene la cintura nera 1° Dan di Judo. Nel 1971 raggiunge il 1° Dan di
Taekwon-Do. Ha iniziato ad insegnare Judo e TKD nel prestigioso Istituto Vecchio di Mar del Plata nel 1970. Nel 1974 viaggia negli USA per perfezionarsi nel Tang Su Do, stile di karate coreano, che nel 1977 introduce in Italia. Nel 1984 è promosso 1° Dan di Kendo. Nel 2009 gli viene conferito onorificamente l’8° Dan di TSD. Laureato in Filosofia Classica presso la Pontificia Università Lateranense, specializzato in Orientalismo e in Scienza delle Religioni, ha inoltre compiuto studi di Antropologia Archeologica presso l’Università Nazionale di Mar del Plata. Con la casa editrice Edizioni Mediterranee ha pubblicato due libri sul Tang Su Do (1991 e 1994).