In seguito al ritiro da parte degli USA dall’accordo sul nucleare (il JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action) e al ritorno alle sanzioni nei confronti dell’Iran, la relazione tra occidente e il paese islamico si è fatta sempre più instabile. Europa e Stati Uniti si stanno chiedendo cosa può succedere: una nuova guerra? Il tentativo di cambiare il regime attuale nel paese? E se gli USA si sono ritirati dall’accordo, cosa farà l’Europa? E l’Iran? Nessuno sembra saperlo con certezza ma nell’esplorare le varie possibilità non si può fare a meno di notare che al momento l’unico paese a non dare segni di nervosismo è proprio l’Iran. Tanto Teheran quanto Washington stanno premendo sull’Europa per spingerla a prendere una decisione precisa: rompere l’alleanza con gli USA oppure tentare di frammentarla per poter diminuire il suo “peso specifico” sull’arena internazionale.

Da parte sua l’Iran sembra aver stabilito un “equilibrio di terrore” nella zona mediorientale, nel senso di essere consapevoli che gli USA potrebbero attaccare in qualsiasi momento ma con il rischio che anche Washington possa essere colpito in uno dei tanti punti di interesse consolidati dopo anni di presenza armata.

Si è quindi in una situazione di stallo, ma solo apparente. Infatti, mentre in origine vi era solo l’eterno conflitto tra Israele e Palestina, oggi l’onda d’urto bellica si è divisa in più parti: vi sono guerre in Yemen e Siria, il Libano vive una situazione molto instabile quasi quanto l’Iraq (vedi l’Effetto Babel),

per non parlare di Libia ed Egitto, con la Turchia pronta ad esplodere. Ma questi conflitti non hanno respiro locale, anzi sono ingigantiti dalla pressione continua di superpotenze come Stati Uniti, Russia e, in modo diverso, Cina.

Questo ha fatto sì che si formassero due fronti, come era prevedibile: uno anti-Iran – formato da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi e forse Egitto – e l’altro iraniano con i suoi alleati satellite come Yemen, Siria, Iraq e l’Hezbollah. Questi due fronti recentemente hanno dimostrato di essere molto fluidi, di potersi espandere non solo a tutto il Medio Oriente ma anche al nord Africa.

Quest’anno la comparsa del “virus” Corona ha provocato un effetto che in passato Colera, Spagnola, SARS e MERS (anche queste ultime classificate come Coronavirus, rispettivametne Sarbecovirus e Betacoronavirus) non erano riusciti ad ottenere: il blocco totale della società globalizzata ad ogni livello e settore (vedi La Lunga Marcia). Non il blocco dell’economia, non il blocco politico e mai quello militare. Questi tre settori avanzano spediti come il virus stesso, invisibili e in maniera progressiva, con il vantaggio che la società civile, paralizzata e ridotta a unità familiari slegate, fa sì che non ci sia poi tanta pressione, e i maggiori gruppi finanziari possono riprendere fiato, ricalibrarsi, rigenerarsi.

Nel mio video sulla geopolitica di qualche tempo fa (COVID-19 – CAT-Bonds e pandemia costruita) parlavo di come era fondamentale osservare la strumentalizzazione del “virus” in Medio Oriente e Africa che, mentre invadeva l’Europa soprattutto attraverso i media, e ora sta causando il panico in USA, latitava stranamente nei paesi al di sotto del 40mo parallelo, cosa quantomai singolare se si pensa all’elevato numero di cinesi presenti in quelle zone. Oggi, a circa un mese di distanza, viene confermata la mia tesi sull’inconsistenza dell’attribuzione alla Cina della paternità del Coronavirus, tanto in origine quanto in contagio, in quanto più o meno si è fatto in modo che il COVID-19 fosse segnalato un po’ dovunque.

Questo non è bastato però per dare all’OMS il via alla dichiarazione della pandemia. Ad oggi infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha potuto solo parlare di “situazione pandemica” ma non di pandemia, che è molto diverso. La stessa differenza che esiste quando si parla dell’apparizione del virus in Cina contro il fatto che si tratti di un virus “cinese”. Ma purtroppo il linguaggio dei media è quello di “pandemia” e “guerra al virus”. Questi termini hanno effetti sociali (pan-fobia), economici (CAT-Bond) e legislativi (restrizioni delle libertà fondamentali).

L’era “Co.V.ID” (o Control of Virtual Identity, concetto che sarà da me elaborato nei prossimi articoli) ha avuto un certo effetto nei conflitti in Medio Oriente. Le Nazioni Unite hanno chiesto il cessate il fuoco in tutti i maggiori conflitti esistenti, ma prendiamo come situazioni campione quelle di Siria, Yemen, Libia e Iraq.

In Siria, devastata da una guerra che dura da nove anni, la “pandemia” è curiosamente iniziata esattamente nel momento in cui le maggiori forze straniere presenti sul territorio – Russia e Turchia – hanno fermato le ostilità.

A Damasco si parla del ritiro delle truppe americane che verrebbe accelerato grazie all’espandersi del virus. Questo creerebbe un vuoto pericoloso per il ritorno di fiamma del gruppo jihadista che fino a un anno fa militava sotto il califfato dell’ISIS.

In Yemen è in corso una guerra civile da cinque anni tra il governo yemenita (sostenuto dall’Arabia Saudita) e i ribelli Huthi (che hanno l’appoggio dell’Iran). Le due parti avrebbero risposto positivamente all’appello delle Nazioni Unite ma solo inizialmente, poi la serie di bombardamenti sauditi sulle postazioni ribelli è ripresa. Lo Yemen conta attualmente 24 milioni di persone che necessitano assistenza umanitaria, ma il cessate il fuoco in un momento in cui la paura della “pandemia” tiene chiuse le nazioni su sé stesse, non sembra poter essere di alcun aiuto.

In Libia il rischio dell’epidemia di Coronavirus non sembra aver sortito alcun effetto sul conflitto dato che la Turchia, che fino ad ora ha sostenuto il governo nazionale di Tripoli riconosciuto dall’U.N., potrebbe allontanarsi con il ritiro delle truppe occidentali. Questo favorirebbe Khalifa Haftar e le sue truppe che aspettano solo il momento giusto per prendersi la capitale. Haftar è sostenuto da Russia, Egitto e Emirati Arabi.
Il fatto che il “virus” abbia colpito pesantemente i paesi occidentali sta spingendo ad un ritiro sia delle forze militari che di quelle di peace-making. L’International Crisis Group ha già dichiarato che il cessate il fuoco in Libia non sta ricevendo molta attenzione proprio a causa della “pandemia”.

Sull’Iraq ho scritto nell’articolo precedente (L’Effetto Babel) ma vale la pena aggiungere brevemente che il territorio iracheno rimane un teatro sensibile per le tre forze in campo: USA, Iran e i Jihadisti dell’ex califfato ISIS. La situazione rimane molto delicata, anche perché pare che USA e Iran siano due tra le nazioni più colpite dal Coronavirus.

Da questa breve panoramica si può notare il collegamento tra conflitti e virus, laddove la paura dell’espandersi del secondo non necessariamente ferma i primi, ma alleggerisce il peso delle forze occidentali in gioco, che si chiudono entro i propri confini nazionali lasciando campo libero a nuovi interventi più localizzati, che potrebbero rimodellare alleanze e far nascere nuovi equilibri.

Ad esempio il movimento nazionalista arabo promuove una singola nazione araba che finora non c’è stata, ma anche l’etnia kurda non è ancora riuscita ad avere un proprio stato indipendente. È dalla fine della Prima guerra mondiale che il Medio Oriente percepisce la presenza delle potenze occidentali come la causa di divisioni, conflitti e controlli, specialmente sulla questione dei confini che a più di un secolo di distanza ancora non convince nessuno.

È in Medio Oriente che più di ogni altro si manifesta l’Effetto Babel perché le colonie stabilite da Francia e Regno Unito nella seconda metà del Novecento, seppure non più formalmente presenti, hanno lasciato cicatrici che ancora faticano a rimarginare. E naturalmente la presenza militare occidentale non ha aiutato, come dimostrano le proteste arabe del 2011.

Poi c’è la questione Israele, una terra creata nel 1917 con la dichiarazione Balfour per ospitare gli ebrei in terra palestinese. Lo Stato di Israele fu creato solo nel 1948 e da allora è come aver scoperchiato il leggendario Vaso di Pandora.

Il 1979 è stato testimone della rivoluzione in Iran che, per spodestare la monarchia, ha stabilito l’unico stato a costituzione islamica del mondo che è tanto repressivo quanto lo era prima lo Shah. Nel 1982 l’Iran creò l’Hezbollah e l’Iraq dichiarò guerra allo stato islamico nel tentativo di reprimere la rivoluzione iraniana. Invece ottenne solo di avviare un conflitto che durò otto anni. Nel 2003 l’invasione dell’Iraq da parte degli USA spostò lo stallo tra i due paesi a favore dell’Iran e questo è stato uno dei più grandi errori (se di errore si è trattato) di Washington nella strategia mediorientale americana: Sciiti e Sunniti, le due etnie che fino ad allora erano convissute secondo propri equilibri tribali, si sono trovati immersi in un giro di armi e denaro che ha solo aumentato violenza e odio.

La stessa spinta islamica con cui l’Europa si è dovuta confrontare all’inizio del millennio si è poi trasformata nella crisi dei migranti generata da questi conflitti. Entrambi gli eventi hanno radici molto profonde, a quel 1979 quando la Grande Moschea della Mecca venne presa d’assedio dai rivoluzionari sunniti. L’Arabia Saudita, come conseguenza, ha finanziato e promosso la costruzione di moschee, il moltiplicarsi dei predicatori e della letteratura maomettana – grazie all’immenso patrimonio derivante dal petrolio – che, se non ha dato origine ai Jihadisti dei giorni nostri, ha però fornito loro il terreno fertile su cui operare.

La Jihad Islamica, la “guerra santa” contro gli infedeli, è “risorta” negli anni ottanta durante l’occupazione sovietica in Afghanistan e poi nuovamente nel 2003 in Iraq. Non è difficile immaginare come questi gruppi fondamentalisti e ultra conservatori possano sopravvivere solo in territorio di guerra dove trovano i mezzi e il denaro “tra le linee”. Lo stesso è stato per Al Qaeda e ISIS.

Nel 2011, con il collasso di alcuni stati arabi, inizia la serie di proteste che poi avrebbero generato vere e proprie guerre civili in Yemen, Siria, Libia, Egitto.

Quello che è cambiato negli ultimi anni è la posizione di Europa e Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente. L’Europa è letteralmente invasa dai rifugiati dei suddetti conflitti, divisa da politiche di un’Unione inesistente dove gli stati membri operano “uniti” solo in apparenza, ma in realtà favoriscono l’accentramento finanziario di risorse e di investimenti nelle mani di pochissimi gruppi, e non è in grado di giocare un ruolo di peace-making come aveva fatto, ad esempio, durante la guerra dei Balcani, né ha più l’interesse a farlo. Unica eccezione la Francia, che senza le sue “colonie” africane sarebbe oggi al livello di Grecia e Italia.

Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno moltissimi problemi interni, sentono il peso del debito Cinese, sembrano non tenere il passo con la “corsa spaziale” di Cina e Russia e vedono piano piano sfumare la loro influenza in Africa e Medio Oriente in favore di una Cina che, fino all’apparizione del COVID-19, stava implementando i suoi grandi progetti del BRI (leggi qui, qui e qui) e GEI (parte prima, seconda e terza)

A dimostrazione di questo troviamo oggi la Russia come unico mediatore in Siria e, recentemente, l’unica potenza che ha impedito l’esplodere di un conflitto tra Iran e Israele.

Lo spazio che sarà lasciato dagli Stati Uniti potrebbe vedere Russia e Cina giocare un ruolo fondamentale di mediazione e negoziazione proprio grazie alla situazione di “emergenza pandemica” annunciata dall’OMS che, di fatto, ha bloccato i maggiori paesi entro i propri confini.

Cina e Russia si stanno dando da fare portando aiuti e know-how ad esempio in Italia, paese strategico per la nuova geopolitica MENA “post-USA”, e la sensazione è che le due superpotenze tentino di guadagnare terreno in Eurasia, specialmente in Europa meridionale, che si delinea sempre più come ponte tra oriente e occidente.