Nell'ultimo numero di PuntoZero che tra poco molti di voi avranno fra le mani, molto spazio è stato dedicato al tema della sovranità e della libertà. In particolare, occupandomi di tentare un'analisi del materiale prodotto dalla stampa italica in merito negli ultimi decenni (di cui avrete modo di leggere sulla rivista), una questione centrale in cui mi sono imbattuto è quella della cessione di sovranità. Un termine che, oramai, è diventato di utilizzo molto comune negli ultimi anni, al punto che persino nelle recenti cronache politiche e parlamentari si legge di “cessione di sovranità” di Berlusconi a Salvini o di Salvini a Di Maio, per fare dei semplici esempi, intendendo con tali diciture la rinuncia da parte di un leader ad esercitare la propria leadership a favore di un altro. Così è anche nei rapporti tra istituzioni, dove la “cessione di sovranità” diventa la rinuncia da parte di un'istituzione (o del popolo che dovrebbe rappresentare) ad esercitare alcune proprie funzioni a favore di un altro ente, a cui questo si assoggetta, rinunciando così ad essere sovrano. Analoga dinamica sembra avvenire, nel nostro microcosmo quotidiano, quando un essere umano, assumendo la cittadinanza di uno stato, rinuncia all'esercizio di un proprio individuale potere sovrano per sottomettersi alla tutela e alle leggi di uno Stato. 

       Eppure, questa “cessione di sovranità”, tanto di moda quanto poco conosciuta nei suoi meccanismi, è stata anche oggetto di un caso mediatico e politico saltato alla cronaca negli ultimi mesi: mi riferisco alle parole utilizzate l'autunno scorso da Laura Boldrini, che durante la sua presidenza della Camera aveva esplicitamente esortato su Twitter a procedere nella direzione della “cessione di sovranità” nazionale nei confronti delle istituzioni europee, spingendo l'imprenditore e politico laziale Niki Dragonetti a presentare una denuncia nei suoi confronti per “attentato alla Costituzione”. Nonostante il tribunale di Cassino (Fr), presso cui la denuncia è stata presentata, si sia dichiarato territorialmente incompetente, il giudice per le indagini preliminari che si è occupato di archiviare la questione non ha mancato in quell'occasione di disapprovare da un punto di vista giuridico la tesi della cessione di sovranità, spiegando che la sovranità non può mai essere ceduta, ma tuttalpiù limitata, e che tale limitazione può avvenire, secondo l'articolo 11 della Costituzione italiana, solo “in condizioni di reciprocità” e “al fine esclusivo (…) di promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. Parole che potrebbero fornire un valido spunto di riflessione, ad esempio, sulla reale natura delle limitazioni di sovranità da parte del nostro Paese ad organizzazioni sovranazionali come l'Unione Europea, la NATO o le Nazioni Unite, per chiedersi se tali enti abbiano realmente favorito negli anni condizioni di reciprocità tra i Paesi ad essi aderenti, e se il loro operato sia sempre andato nella direzione di “promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. Poiché, se tale operato contraddicesse apertamente le motivazioni alla base della limitazione di sovranità, allora anche lo Stato che si è adoperato per la propria autolimitazione avrebbe la possibilità (quantomeno su un piano teorico) di ritornare sui propri passi e recedere dagli accordi presi (come ha provato a fare il governo britannico). Un'opzione che, invece, in caso di cessione di sovranità non sarebbe più possibile: equivarrebbe ad accettare di esser fatti prigionieri e di condurre la propria esistenza solo alle condizioni che il nostro schiavizzatore ci impone, come i molti casi di cronaca che presentano vittime innocenti segregate per anni in una stanza dal loro carceriere di fiducia, arrivando a concepire quei pochi centimetri quadrati di spazio concessi loro come l'unica vita possibile. In tal senso, può essere significativo come entrambi i leader 'populisti' considerati dai media come vincitori delle ultime elezioni politiche in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, pur differenziandosi nelle loro dichiarazioni di politica estera, in particolare sul tema dei rapporti tra Italia e Federazione Russa, abbiano assicurato verbalmente la permanenza dell'Italia all'interno della NATO (e, nel caso di Di Maio, anche all'interno dell'UE e dell'Eurozona).

       Le parole del giudice laziale, inoltre, sembrano concordare con la tesi della non cedibilità del potere sovrano, sostenuta a livello accademico anche da alcuni docenti di Diritto Costituzionale. Tra questi, il prof. Roberto Bin, ordinario della materia presso l'Università degli Studi di Ferrara, che nel corso di una conferenza tenuta a Rovigo il 24 febbraio 2013 dal titolo “La Sovranità nazionale e la sua erosione” (il cui testo è stato pubblicato dall'ateneo ferrarese) ha asserito che parlare di perdita di sovranità sarebbe un non-senso giuridico, poiché tale potere non potrebbe mai venir meno: ciò che verrebbe meno, nel processo di erosione della sovranità statale e popolare a cui si assiste negli ultimi decenni, sarebbe il suo esercizio da parte dello Stato. Un fenomeno erosivo che negli ultimi anni ha comportato il venir meno del concetto stesso di Stato e della sua funzione sociale

       “Perché sentiamo che questo concetto [la sovranità, ndr] subisce oggi un'erosione? In che cosa viene eroso?”, si chiede il docente, che spiega: “Probabilmente non viene eroso il concetto di sovranità, che non significa tanto, ma l’idea di Stato” ovvero “una forma di organizzazione politica che noi chiamiamo Stato e che ha avuto la sua massima espressione tra l’800 e il '900”. 

“La sovranità è un elemento della costruzione teorica dello Stato. Quando noi parliamo di Stato, difficilmente facciamo a meno della parola sovranità, perché essa riassume alcune prerogative «divine» che gli stati hanno rivendicato”.

Parlare di erosione di sovranità significa quindi utilizzare una terminologia che indica l'erosione del potere (ovvero la sua limitazione, come prevista dalla Costituzione) dello Stato, che secondo Bin opera su più fronti: uno esterno, dove lo Stato sarebbe fortemente limitato dagli organismi internazionali già citati, ed uno interno, dove l'erosione della sovranità statale coincide con il progressivo affidamento di sue specifiche funzioni ad organi amministrativi territoriali, come le regioni (il cosiddetto “federalismo”, che avanza nell'ottica di una possibile futura “Europa delle Regioni”). Un terzo fattore di erosione, secondo Bin più determinante, perché meno visibile, sarebbe poi rappresentato dal Mercato e individuabile nel conformarsi dell'attività legislativa dello Stato a norme e decisioni che provengono dal mondo finanziario, spesso giustificate dalle necessità di snellimento burocratico. Spiega infatti il docente:

L’erosione della sovranità dello Stato passa anche per la contestazione, in nome della libertà dei privati, delle prerogative dell’apparato pubblico”. 

“A favore della libertà dei privati penso che tutti alzeremo la mano, però la libertà di privati subisce alcuni pesanti condizionamenti a causa dello strapotere di chi esercita il potere economico, e questi condizionamenti vanno messi in evidenza, vanno capiti, arginati: per arginare il sopruso dei privati c’è bisogno di un’autorità pubblica. Ogni volta che sentite qualcuno inneggiare al mercato, sappiate che sta proponendo anche meno garanzie per la parte meno forte sul piano economico tra quelli che agiscono sul mercato”. 

E questa parte meno forte sono i comuni mortali, che poco possono contro lo strapotere di “chi esercita il potere economico” – e come non pensare ai creatori stessi della moneta? – la cui tutela è proprio tra le principali funzioni dello Stato come sarebbe stato concepito in seguito alla Rivoluzione Francese. 
       In sintesi, spiega Bin: 

“Non è che, sgretolata la sovranità statale, il potere svanisca. Il potere c’è e resta, semplicemente si trasferisce da una sede all’altra, dai palazzi pubblici a piazza affari”. 

Ecco perché, secondo il docente di Diritto Costituzionale...

“la perdita di peso della sovranità dello Stato purtroppo non si accompagna affatto con la perdita di peso della sovranità del potere. Sovranità e potere sono la stessa cosa, e se lo Stato perde la sua sovranità non assistiamo affatto a una perdita generale del potere e al trionfo dell’anarchia (che potrebbe essere un’ipotesi interessante, ma non verificabile nei fatti) ma semplicemente ad un trasferimento della sovranità in mani sconosciute, ignote”. 

       Alla luce delle parole del prof. Bin, personalmente mi sono dedicato anche ad un'altra riflessione, di carattere sociologico e filosofico, chiedendomi ad esempio se tale erosione del ruolo e del senso dello Stato non possa essere parallela, su un piano politico ed istituzionale, all'analoga erosione che negli ultimi decenni sta subendo la funzione sociale del padre, e più in generale del maschio come portatore di un principio ordinatore, complementare al principio di accoglienza materno e femminile, principi senza i quali la vita non potrebbe esserci. Così, mentre su più fronti si crede che la “liberazione” dall'autorità e dall'autorevolezza di tale principio ordinatore, e dai confini e dalle caratterizzazioni culturali ed etniche della propria Patria, che etimologicamente è la “terra dei padri”, possa coincidere con una maggiore libertà dei singoli, forse la realtà che stiamo contribuendo a creare è invece molto diversa... e ci vede marciare, inconsapevolmente, proprio verso il pantagruelico banchetto di un unico, androgino, divoratore di stati, di popoli, di libertà collettive e individuali. 

       Per evitare questo, avremmo forse potuto fare come i Romani, il cui cemento era caratterizzato dalla particolarità di non venire eroso dalle condizioni atmosferiche, ma di utilizzare queste ultime, come ad esempio il moto ondoso nei porti, per rafforzare la propria intima costituzione. Si dice che sia per questo che i porti e le costruzioni degli antichi Romani sono ancora in piedi, dopo millenni, e nonostante le molte diversificazioni ambientali ed atmosferiche che hanno caratterizzato il nostro pianeta. Chissà se, traendone esempio, non possa proprio la nostra intima autorità interiore riprendersi la sovranità e la libertà che ipotetici carcerieri credono di averci sottratto.

J. C.


Letture suggerite: