19 aprile del 2005, sono le 17,50. Il fumo è bianco. Il Conclave ha scelto il nuovo Papa. Alle 18,44. C’è movimento sul balcone pietrino. È un cardinale cileno il protodiacono, Jorge Medina Estevez, che annuncerà (dirà annuntio, piuttosto che nuntio, comprensibile esprimendosi) con grande gioia, chi è il nuovo papa e il nome che si è dato.

Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Josephum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI

Ha assunto il nome di Benedetto XVI. Sapeva in che tempi stava accettando la pesante carica di Vescovo di Roma. Sapeva quanto fosse infido il clima sotterraneo della Curia vaticana. Sapeva, ma avrà pensato che lo Spirito Santo una mano gliel’avrebbe data, visto che nei conclavi quel soffio leggero non manca mai.

Il Benedetto precedente, Benedetto XV, eletto il 3 settembre 1914, era Giacomo Della Chiesa, arcivescovo di Bologna. Era il papa del primo conflitto mondiale, da lui stesso definito una inutile strage.

È passato appena da poco un anno, quando, il 12 settembre 2006, il papa, durante un viaggio apostolico in Baviera, tiene una lectio magistralis presso l’Università di Regensburg, dove in passato era stato docente di teologia. Il titolo della lezione era: Fede, ragione e università –Ricordi e riflessioni. Il teologo, il filosofo, e Papa, cercando di argomentare perché per un cristiano la fede non può essere imposta con la forza, si riferisce ad una frase che l’imperatore bizantino Manuele II detto il Paleologo, aveva rivolto ad un dotto persiano, durante un loro incontro dialettico. Da notare che nel riportare questa frase il professore, e Papa, sottolineava quanto la ritenesse inaccettabilmente brusca, dunque, pur richiamandola, con solare evidenza non la condivideva. Questa era la frase.

«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»

Sui media mondiali, in prima fila quelli di lingua anglosassone, si scatenava il putiferio. Per esempio, il 13 settembre 2006, sul New York Times, campeggiava questo titolo: Papa Benedetto, in un discorso infiammato, attacca tutto: secolarismo, jihad, Islam e il profeta Maometto.

Quanto fosse infiammato il discorso di uno che fa una lezione per coniugare fede e ragione, lo valuti chi legge. Che già da allora “qualcuno” accendesse fuochi e soffiasse sulle braci era visibile. Ma sembrava “esterno alla Chiesa”. Oltreatlantico se l’erano segnata la sua posizione dubbiosa all’entrata della Turchia musulmana nell’Unione Europea, nel 2004, quando era cardinale.

Nella stessa lezione il professor Ratzinger si occupava della delicata questione della “deculturizzazione” del messaggio evangelico. Sostanzialmente sta prendendo piede una posizione teologica che ritiene necessario deellenizzare (il greco dei testi antichi e originari della cristianità), il messaggio evangelico “liberandolo” dalla “inculturazione”, appunto, ellenica. Quindi il messaggio evangelico così liberato sarà pronto per essere inculturato nelle culture diverse, lontane dalle storicizzate, e rimosse, radici greche.

Il papa prende una precisa posizione contro questa tesi.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento e inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana e imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, è stato scritto in lingua greca e porta in sé stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

La cultura è l’insieme delle esperienze che hanno contribuito a formare la personalità di un individuo; queste esperienze sono dinamicamente connesse e derivanti al, e dal, tessuto sociale che circonda l’individuo stesso. Da qui la, non naturale, comprensione dei termini deculturare e inculturare. Sorge il dubbio che questi due termini siano i figli del relativismo, di cui si occupa il teologo Joseph Ratzinger. A mio modestissimo parere, è difficile scollegare il relativismo dalla ricerca del vantaggio o dell’utilità personale. Si comprende perché io ritenga il relativismo lontanissimo dall’etica, anzi, il relativismo è diramazione perfettamente economica di Padron Mercato.

Mi fermo qui, rinviando il lettore ad un mio precedente micro-saggio (Ma cos’è questa crisi) segnatamente al capitolo: Quale convivenza fra islam e cristianesimo in Italia e in Europa.

In quel capitolo viene documentato come su questi due argomenti il pontefice si sia trovato aggredito, e non poco, da esponenti di primo piano della Chiesa cattolica.

La sua consapevolezza che il Concilio Vaticano II non può essere considerato “tabula rasa” della “storicità” della chiesa cristiana, induce il Papa a restituire importanza canonica alla messa in latino, con un “motu proprio”, del 7 luglio 2007. Perché poi proprio coloro che “spingono” per una maggiore vicinanza con l’islam siano quelli che hanno cercato di osteggiare la remissione della scomunica ai 4 Vescovi nominati da mons. Marcel Lefebvre, il 30 giugno 1988, stante il non benestare della Santa Sede.

Va sottolineato che chi ha “consigliato” il papa in questa procedura remissoria, poteva anche avvertirlo che uno dei quattro vescovi riammessi nella “comunione ecclesiale”, mons. Richard Williamson, si era pubblicamente espresso per la negazione dell’esistenza delle camere a gas e che l’olocausto ebraico riguardava non più di trecentomila uccisi, ben prima della remissione della scomunica e quindi poteva essergli, preventivamente, richiesta una pubblica smentita. Da qui il dubbio che sia stato un “consiglio proditorio”.

Va detto (a memoria prossima paginaria) che il presidente della Commissione Ecclesia Dei, che nel 2009, si occupava delle procedure remissorie dei quattro vescovi Lefebvriani, era il cardinale tradizionalista colombiano Castrillon de Hoyos, il cui nome apparirà nel 2012, a causa di un documento dal gravissimo contenuto, che lui stesso consegnerà alla segreteria vaticana.

In questa circostanza, a causa di proteste provenienti da gruppi cattolici e delle richieste di chiarimento da parte di molti vescovi, il Papa fu costretto, l’11 marzo 2009, a scrivere una pubblica lettera ai confratelli vescovi nella quale spiegava i motivi che lo avevano spinto alla remissione dalla scomunica.

Sono le frasi utilizzate in quella lettera, che non scarica le responsabilità su consiglieri e collaboratori, che diverranno il binario obbligato del suo papato.

Molti Vescovi si sono sentiti perplessi. Alcuni gruppi, invece, hanno accusato apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si è scatenata così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, una parola chiarificatrice. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.

La pace nella Chiesa. La ricerca costante di tutti gli atti di questo papato.

Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia è apparso all’improvviso come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa.

Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare più attenzione a quella fonte di notizie.

Qui il Pontefice si assume in proprio una responsabilità che non c’è stato uno straccio di collaboratore o “consigliere” ad assumersela in proprio, magari offrendo le proprie dimissioni dall’incarico, superficialmente ricoperto.

Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco.

Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che, grazie a Dio, continua ad esistere.

Qui è visibile la grande tristezza del Papa nel dover constatare che cattolici, fratelli nella stessa fede, parlando al personale (non nel plurale maiestatico) abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco.

La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità San Pio X non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.

Che il Pontefice debba spiegare quello che avrebbe dovuto essere spiegato nell’accompagnamento del suo stesso atto remissorio da parte di chi lo rendeva pubblico, indica la solitudine in cui è stato relegato dalla burocrazia vaticana.

Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.

Una giusta stoccata ai progressisti conciliari, quelli che ormai l’abito talare è un “segno desueto”.

La Chiesa cattolica distaccata dalle sue radici (deculturazione, inculturazione) è destinata al fuoco come l’albero che si dissecca tagliato dalle sue radici.

Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.

Questo disorientamento non riguarda solo l’umanità, anche la stessa Chiesa. Se il dottore si ammala chi curerà l’ammalato?

Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio.

Se la Chiesa non rifugge dal mostrare pubblicamente le sue contrapposizioni, come può pretendere di parlare di Dio?

Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: era ed è, veramente sbagliato cercare la riconciliazione? Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa?

Come può originare questa aggressione pubblica un gesto che tende a costruire la strada nella quale la Comunità Pio X possa incamminarsi verso la riconciliazione con la Chiesa?

Ma non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? Purtroppo ancora oggi nella Chiesa c’è il mordersi e il divorarsi a vicenda come espressione di una libertà male intesa.

Questo pubblico mordersi e divorarsi a vicenda, dentro la casa ecclesiale, davvero non appare una stonatura?

A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.

Se l’odio per un gruppo che si ritiene nemico viene coltivato e sostenuto dentro la Chiesa, fino al punto che lo stesso Pontefice, che non accetta che sia chiamato nemico, viene a sua volta odiato, che differenza c’è fra la Chiesa e i gruppi l’un contro l’altro armati da un odio mortale?

Fin qui l’attacco dei “progressisti” (Dio ci tenga lontani coloro che “progrediscono” salendo su montagne di cadaveri) fra i quali come potrebbero mancare i teologi, appunto, progressisti.

Fra due litiganti il terzo gode, recita un adagio che deriva, pari pari, da Padron Mercato.

Fra due litiganti, due fratelli in casa, per esempio, immaginate il godimento che si possa intravedere nei volti dei genitori e di eventuali altri fratelli, magari più piccoli. Immaginate allora un papa alle prese qualche mese dopo, appena emanata, il 29 giugno 2009, la sua enciclicaCaritas in Veritate, che è stata alla base di un mio piccolo saggio intitolato Riflessioni sull’economia e sull’etica, pubblicato sul sito di Nexus. In questa enciclica non si fa esattamente il panegirico del mondo capitalistico USAense, quello della fantasiosa finanza allegra che nel 2008 (e prossimamente) ha messo in ginocchio l’economia mondiale. Magari il papa avrà anche messo nel conto che dal mondo cattolico conservatore Usaense qualche critica sarebbe arrivata, non proprio tenera.

In verità, credo che ognuno si sia portato un po’ di farina al suo mulino, tirandola via dal sacco dell’enciclica. È una enciclica sull’accoglienza, finalmente gli economisti non sono il diavolo e il mercato non è l’inferno, la tecnologia è un dono di Dio. In realtà quella enciclica, altro che premio nobel per l’Economia, è la fotografia di questo mondo malato e l’indicazione della responsabilità che compete ad ognuno per una appropriata, singolare, personale cura: lacaritas in veritate, appunto. Le idee di Benedetto XVI dovrebbero essere note ai media. Soprattutto quando il 15 febbraio 2012 (guarda caso un anno fa) parlando ai seminaristi romani, commentando un passo della Lettera ai Romani di San Paolo, diceva:

«Certo abbiamo bisogno di informazione ma il potere dell’apparenza, un’apparenza che si sovrappone alla realtà stessa, diventa sempre più potente e l’uomo non vede più la realtà»

«è il mondo virtuale che diventa più vero e più forte».

«noi vogliamo non l’apparenza, ma la verità, e questo ci dà la vera libertà».

«Oggi vediamo il potere del male nella finanza e nei media, due grandi poteri che di per sé sono buoni ma talmente abusabili che spesso diventano il contrario delle intenzioni vere»

«Oggi vediamo come il mondo della finanza possa dominare sull’uomo. L’avere e l’apparire dominano il mondo e lo schiavizzano»

«il mondo della finanza non è più uno strumento per favorire il benessere e la vita dell’uomo, ma diventa un potere che lo opprime,come adorare in “mammona” la divinità falsa che domina il mondo»

Secondo voi, a parte il pensiero che vi conduce (leggendo il termine “mammona”) all’idolatra Mario Monti (che il 19 agosto 2012 a Rimini ha equiparato l’Euro alla Madonnina sulla guglia del duomo di Milano), il Papa, in quelle sue affermazioni, aveva, anche, in mente la sua Caritas in Veritate?

Se poi uniamo quelle frasi a quanto aveva detto quella stessa mattina, durante l’udienza generale, a chi lo ascoltava, e a cui presentava la meditazione «preghiera di Gesù in croce», e cioè: «Gesù, che chiede al Padre di perdonare coloro che lo stanno crocifiggendo, ci invita al difficile gesto di pregare anche per coloro che ci fanno torto, ci hanno danneggiato, sapendo perdonare sempre, affinché la luce di Dio possa illuminare il loro cuore»; secondo voi non stava già meditando le decisioni che oggi conosciamo?

Questo è il tempo della comunicazione “facile”, basta pagarla, per ora costa poco. Su questa facilità di comunicazione si costruisce quello che si vuole, nel bene, pochissimo, nel male, esorbitante. Perché sia chiaro cosa intendo, nel mondo comunicativo digitale, il bene e il male. È bene tutto ciò che si attiva in piena gratuità e solo, s o l o, per essere di aiuto agli altri. Non è ascrivibile al bene tutto quello che si attiva all’unico scopo di averne un vantaggio personale, costruito su uno svantaggio altrui. È male tutto ciò che si attiva per essere di nocumento ad altri, per derubarli, attraverso la menzogna.

Un falsa informazione, che non sia immediatamente smentita, può provocare danni giganteschi, nel tempo dell’informazione “facile e veloce”. Internet ormai corre anche sulle tavolette e sui cellulari di ultima generazione. E andrà sempre peggio, quanto a diramabilità informazionale nell’ordine di minuti e secondi.

Come fa la Chiesa a rimanere se stessa e a non rimanere frantumata dalle tenaglie delle sempre più sofisticate tecnologie di trasmissione dati.

Esattamente nel tempo della comunicazione “facile”, che significa dialogare.

Nello specifico, quando si parla di dialogo fra religioni che propugnano il proselitismo, quale sarebbe l’obiettivo del dialogo, se non la mutua accettazione che il fedele di una possa optare per l’altra, senza che si scateni il finimondo?

Sulla lectio magistralis presso l’Università di Regensburg, in quel 12 settembre 2006, non si è forse scatenato il finimondo?

Quelli che propugnano il meticciato culturale, davvero non sanno che sul quel meticciato si potrà costruire il meticciato religioso?

Le popolazioni delle terre “occupate dai portatori di civiltà” non sono, forse, già il prodotto di un “meticciato culturale”, oltre che genetico? Chi è mai stato chiamato a rispondere per l’alterazione irreversibile culturale e genetica indotta nelle popolazioni che la cultura occupante ha chiamato e chiama amerinde?

Perché l’Europa ha bisogno di “meticciare” le culture delle popolazioni attratte con il miraggio desertico del vivere economicamente meglio? Perché di questa esigenza meticciale si fanno promotori vescovi e cardinali cattolici?

Perché si dimette il Papa e non loro?

Il 28 luglio 1480, nel mare di fronte alla città di Otranto appare la flotta turca; al suo comando Gedik Ahmed Pascià, il grande ammiraglio dell’Impero Ottomano. Otranto è, di fatto, la guarnigione aragonese è insufficiente, praticamente e strenuamente difesa solo dai suoi cittadini. L’11 agosto i turchi riescono ad entrare nella città.

Per tre giorni è una carneficina. Nella cattedrale viene ucciso il vescovo di Otranto, Stefano Pendinelli. Presa la città, l’ammiraglio turco ordina che tutti gli abitanti superstiti maschi e con una età superiore ai 15 anni vengano raccolti nella piazza. Sono quasi 800 quelli radunati. A tutti promette salva la vita se abbandonano la religione cristiana e si convertono all’Islam, altrimenti tutti verranno decapitati. Tutti guardano verso Antonio Primaldo il più anziano fra loro (un cimatore di lana), si atterranno alla sua scelta, come è tradizione. Ecco come, per tutti, il più anziano rispose: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare i nostri beni e le nostre anime».

Tutti furono decapitati a gruppi di cinquanta, sulla collina, allora chiamata di Minerva, e oggi chiamata la collina dei martiri. Nessuno tentennò.

Perché il Pontefice, durante il Concistoro, convocato l’11 febbraio 2013, per procedere alla canonizzazione di tre santi, decide di comunicare in latino che di fronte ad un mondo che cambia rapidamente sente mancargli non solo le forze fisiche, ma quello che è grave, anche la forza d’animo. Cosa ha fatto a pezzi la voglia di reagire, di combattere, che a questo, alla fine, si riduce la vita degli umani.

E se, come nelle prime righe abbiamo ricordato, avesse voluto richiamare gli attacchi che aveva ricevuto nel settembre del 2006, per la sua lezione presso l’Università di Regensburg, dove aveva dichiarato che la religione non si impone con la forza? E se la sua rinunzia alla carica di Vescovo di Roma volesse indicare un grave problema esistente nelle file alte della Chiesa relativo al rapporto fra islam e cristianesimo?

Fratres carissimi

Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa.

Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.

Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando.

Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando.

Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiectoet quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam.

Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.

Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertatedeclaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiareita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma,Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis.

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti.

Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat.

Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice.

Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Questo vorrebbe essere l’atto finale di un papato stretto nella morsa, avvinghiante e stritolante, dello scontro, che appare incontrollabile, fra “progressisti” e “tradizionalisti”?

Io credo che ci sia un altro scontro dentro le mura ecclesiali. Lo scontro fra chi vuole adattare la Chiesa al mondo che sta cambiando, perché questo è il potere e la gloria, e quelli che vorrebbero la Chiesa Luce del mondo che si sta oscurando, rinunciando al potere e alla gloria. (Luce del mondo è anche il titolo di un libro intervista, rilasciata, nell’estate 2010, da Benedetto XVI a Peter Seewald. L’intervista comincia ricordando quel 16 aprile 2005 – in quella data compiva 78 anni – prima che gli giungesse, fra capo e collo, l’elezione a Vescovo di Roma. E tanti saluti alle annunciate attese pensionistiche.)

Una cosa è certa, in questo frantumarsi di certezze, il cardinale Joseph Ratzinger non aveva brigato per diventare Papa; non faceva parte di nessuna cordata di potere ecclesiautilizzante.

Viene a memoria un documento scritto in tedesco, porta la data del 30 dicembre 2011. Un documento reso noto, da Il Fatto Quotidiano, il 10 febbraio 2012.

Basta il titolo per capire di cosa si tratta: Vaticano, trame e veleni – Complotto contro il papa entro 12 mesi morirà. Un titolo che ci mostra in quale pentola si sia trovato a cuocere (fuochisti briganti alla carica di Papa) un Papa, che non ha brigato per essere Papa. Il documento è una relazione informativa, non firmata, consegnata, da mons. Dario Castrillon Hoyos (cardinale colombiano) alla segreteria di stato del Vaticano a metà gennaio 2012. Nel documento si relaziona circa le affermazioni del cardinale arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, durante un viaggio in Cina, nel novembre 2011. L’arcivescovo di Palermo avrebbe previsto la morte di Benedetto XVI entro il novembre 2012 e avrebbe rivelato che contro il papa si era organizzato un “complotto di morte” (Mordkomplott). Fra le rivelazioni vi sarebbe anche la certezza che il successore del Papa, una volta portato a termine il “complotto di morte” sarebbe stato l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, indicato come vicino a Comunione e Liberazione. Inutile dire che Padre Lombardi, contattato da Il Fatto Quotidiano abbia senza mezzi termini parlato di farneticazioni. Fra le farneticazioni in tedesco, vi sarebbe anche la seguente affermazione.

Il Cardinale Romeo ha sorpreso i suoi interlocutori a Pechino informandoli che lui – Romeo – formerebbe assieme al Santo Padre – Papa Benedetto XVI – e al Cardinale Scola una troika. Per le questioni più importanti, dunque, il Santo padre si consulterebbe con lui – Romeo – e con Scola”.

Sembra di intravedere, nelle intenzioni dell’estensore, la messa a fuoco di un po’ di sbruffonaggine, come giustamente fa notare l’articolista de Il Fatto Quotidiano.

Secondo questo documento, a detta del cardinale Romeo, non correrebbe buon sangue fra il cardinale Bertone e il Cardinale Scola. D’altra parte non ci sarebbero buoni rapporti neanche fra il Papa, troppo occupato dalla liturgia, e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone (Salesiano), “costretto” ad occuparsi degli “affari quotidiani”.

Il rapporto fra Papa Benedetto XVI e il suo Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone sarebbe molto conflittuale. In un’atmosfera di confidenzialità il Cardinale Romeo ha riferito che Papa Benedetto XVI odierebbe letteralmente Tarcisio Bertone e lo sostituirebbe molto volentieri con un altro Cardinale. Romeo ha aggiunto però, che non esisterebbe un altro candidato adatto a ricoprire questa posizione e che per questo il Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone continuerebbe a svolgere il suo incarico”.

Il Cardinal Romeo ha aspramente criticato Papa Benedetto XVI, perché si occuperebbe prevalentemente della liturgia, trascurando gli “affari quotidiani”, affidati da Papa Benedetto XVI al Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Chiesa Cattolica Romana”.

L’estensore del documento a questo punto non si comprende dove voglia arrivare nell’informare che il Pontefice avrebbe deciso di preparare l’arcivescovo di Milano alla sua successione, come se il conclave fosse manipolabile da un morto, visto che c’è sempre nello sfondo questo complotto di morte e non si dice da chi dovrebbe essere organizzato.

In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il Cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa. Per iniziativa del Santo Padre – così Romeo – il Cardinale Scola è stato trasferito da Venezia a Milano, per potersi preparare da lì con calma al suo Papato”.

Infine appare l’informazione attesa. Il Papa morirà entro i prossimi 12 mesi. Il cardinale Romeo che veniamo informati sta parlando nel mese di novembre 2011, quindi pronostica la morte del Papa entro il trascorso novembre 2012.

“Sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione, il Cardinale Romeo ha annunciato, che il Santo Padre avrebbe solo altri 12 mesi da vivere. Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi”.

Dunque, esiste un documento “strettamente confidenziale” che preannuncia la morte del Papa entro il trascorso novembre 2012. Questa morte sarebbe l’effetto di un complotto di morte. Chi si avvantaggerebbe di questo complotto di morte sarebbe l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, alla cui successione starebbe lavorando il morituro per complotto.

Il Papa annuncia le sue dimissioni tre mesi dopo la sua morte annunciata.

In che lingua si stanno parlando (a parte il tedesco) i due gruppi (se sono due) che da quello che abbiamo visto in queste pagine hanno costretto il Papa alle dimissioni, per sfiancamento morale più che per sfiancamento fisico?

Per aiutare i traduttori di una lingua veramente difficile (la simultanea non esiste), mi è venuto in mente un articolo del settimanale L’Espresso del 9 marzo 2006, il titolo era Carro armato Ratzinger. L’articolista Sandro Magister ci prova a capire e a spiegare cosa accade dietro le quinte della Curia vaticana.

Due cariche sono nel mirino dei cerca-posti (il termine è il mio): quella di Segretario di Sato e quella di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Il Segretario di Stato era allora il cardinale Angelo Sodano, che allora aveva 78 anni. Il presidente della Cei era il cardinale Camillo Ruini, che allora aveva 75 anni. Il Nunzio pontificio per l’Italia e la Repubblica di San Marino (il Nunzio è un ambasciatore del Vaticano che fa capo alla Segreteria di Stato) era l’allora vescovo Paolo Romeo.

Il Nunzio spedisce, motu proprio, 226 lettere ai vescovi italiani. La lettera, di fatto, apre una consultazione fra i vescovi italiani, mantenendo il segreto pontificio, al fine di conoscere chi loro ritengano possa essere il prossimo presidente della Cei, visto che «il Santo Padre pensa che si richieda un avvicendamento nell’ufficio di presidenza». C’era un problemino, anzi due. Al cardinale Ruini non era stata inviata questa lettera. Non era vero che il Papa avesse in animo di cambiare, per quel quinquennio, il presidente della Cei. Mons Romeo verrà convocato dal Papa che gli avrà fatto un controshampo con i fiocchi. Il Papa decide di mantenere in carica il Segretario di Stato vaticano e il Presidente della Cei. Domandina per i traduttori. Per conto di chi l’allora Nunzio per l’Italia mons. Paolo Romeo aveva combinato tutto quell’ambaradam? Considerino i traduttori di questa lingua (più che straniera) che quello che appare logico, spesso è fuorviante.

Auguri ai traduttori, mentre ripeto la domanda. Perché si dimette il Papa e non altri?

Giocherellare con lo Spirito Santo può dimostrarsi molto pericoloso, e vale per tutti i giocolieri, conosciuti e sconosciuti, che dal 2005 hanno reso così difficile questo pontificato.

Qui sotto c’è un indirizzo di posta elettronica.

Chi vuole, chi non vede chiaro, può utilizzarlo per scrivere a Benedetto XVI di non andarsene. La forza d’animo potrebbero dargliela proprio il numero dei messaggi che gli arriveranno chiedendogli di restare, di non abbandonare questo popolo cristiano, soprattutto quando ha la certezza che è il Papa giusto, nel tempo giusto.

Per dimostrarlo, dal libro “Luce del Mondo” dove il papa si racconta, riprendo alcune domande che l’intervistatore Peter Seewald rivolge a Benedetto XVI, seguite dalle sue risposte.

(Nota dello scenografo: immaginate una terrazza, nella residenza papale di Castel Gandolfo e nello sfondo estivo il lago di Albano)

Peter Seewald – Santo Padre, il 16 aprile 2005, nel giorno del suo 78esimo compleanno, Lei comunicava ai suoi collaboratori quanto pregustasse il suo pensionamento. Tre giorni dopo, si ritrovò ad essere il Capo della Chiesa universale che conta 1,2 miliardi di fedeli. Non è propriamente il compito che ci si riserva per la vecchiaia.

Benedetto XVI – Veramente, avevo sperato di trovare pace e tranquillità. Il fatto di trovarmi all’improvviso di fronte a questo compito immenso è stato per me, come tutti sanno, un vero shock. La responsabilità, infatti, è enorme.

Peter Seewald – C’è stato un momento del quale più tardi Lei ha detto di avere avuto l’impressione di sentire una «mannaia» calarle addosso.

Benedetto XVI – Sì, in effetti il pensiero della ghigliottina mi è venuto: ecco, ora cade e ti colpisce. Ero sicurissimo che questo incarico non sarebbe stato destinato a me ma che Dio, dopo tanti anni faticosi, mi avrebbe concesso un po’ di pace e di tranquillità. L’unica cosa che sono riuscito a dire, a chiarire a me stesso è stata: “Evidentemente, la volontà di Dio è diversa, e per me inizia qualcosa di completamente diverso, una cosa nuova. Ma Lui sarà con me”. […]

Peter Seewald – Il filo diretto con il Cielo. Detto in termini profani: esiste una sorta di Suo «filo diretto» con il Cielo?

Benedetto XVI – Sì, a volte ho questa impressione. Nel senso che penso: «Ecco, ho potuto fare una cosa che non veniva da me. Ora mi affido a Te e mi accorgo che, sì, c’è un aiuto, succede qualcosa che non viene da me». In questo senso esiste l’esperienza della grazia del ministero.

Cosa è che ti ha fatto vedere, ora, una ghigliottina, caro Papa. Cosa è che non ti fa più essere certo che un aiuto è sempre pronto per chi si offre nella sua vita quotidiana agli altri. Cosa è che ha rotto il filo diretto con il cielo, caro Papa. Forse quell’aggressione sorda, mostrante odio, proveniente dai tuoi fratelli vescovi?

Un giorno, caro Papa, parlando con una persona che invitavo ad un comportamento più onesto, mi sono sentito rispondere: fai presto tu a parlare che non hai figli, cosa faresti se minacciassero di far pagare a loro quello che non farebbero pagare a te. È stata una frase tremenda. Ho visto come le persone buone sono “controllabili” attraverso i loro affetti. Ho visto come una società così conciata che non riesce a difendere i buoni, è senza futuro. Quando il rischio lo corre un altro che cosa è per te il rischio.

Caro Papa, resta con noi, perché si fa sera, il mondo è soggetto a rapidi mutamenti, vorremo poterci fidare di chi ci indica il cammino. Non ti lasceremo solo. Sentirai la vicinanza anche di chi non è cristiano; perché anche chi non è cristiano ha capito che sei una buona persona.

Questa è la mail del Papa.

Usatela. Usarla bene vi farà bene.

Al Santo Padre Benedetto XVI – benedettoxvi@vatican.va

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Così doveva finire questo articolo, ma la posta elettronica qui sopra indicata non è più utilizzabile.

Se provaste ad inviare un messaggio di prova, di ritorno vi verrebbe comunicato che quell’indirizzo di posta elettronica risulta bloccato, quindi non può ricevere messaggi in arrivo.

Nella mattinata del 19 febbraio 2013, ho fatto diverse telefonate, la Cei, Prefettura della casa pontificia, la Sala Stampa del Vaticano, ma nessuno è stato in grado di indicarmi un indirizzo elettronico del Papa, alternativo a quello che risultava bloccato. Riferendosi all’e-mail qui sopra indicata, in certe circostanze potrebbero aprirla e poi chiuderla mi spiegavano dalla Sala Stampa del Vaticano; invitandomi a scrivere una lettera e spedirla: Al Santo Padre Benedetto XVI – Piazza San Pietro – 00120 Città Del Vaticano (CV); pur facendomi notare che sarebbe difficile la ricevesse entro il 28 febbraio 2013.

A questo punto, ritengo che la piccola lettera che avevo inviato al Papa nella serata del 18 febbraio 2013 trovi asilo nel finale di questo articolo, perché attraverso il sito di Nexus, possa comunque raggiungere il suo destinatario (sia pure nel tempo)

Ecco la lettera al papa

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Sono stato molto colpito dalla sua decisione di dimettersi dalla importante carica di vescovo di Roma. Non ho intravisto nessuna pavidità interiore. Piuttosto uno scoramento derivante dall’esterno, unito alla fatica a cui l’età costringe il corpo.

Da giornalista pubblicista ho cercato di capire, standoLe vicino, Santità.

Sono fra coloro che Le chiedono di ripensarci.

Lo Spirito Santo c’è e sa soffiare dove vuole.

Caro Papa, resta con noi, perché si fa sera, il mondo è soggetto a rapidi mutamenti, vorremo poterci fidare di chi ci indica il cammino Non ti lasceremo solo. Sentirai la vicinanza anche di chi non è cristiano; perché anche chi non è cristiano ha capito che sei una buona persona.

Questa è la frase finale di un mio articolo appena pubblicato.

Il titolo: Caro Papa, non dimetterti

Questo è il link: https://www.nexusedizioni.it/attualita/caro-papa-non-dimetterti/

È il mio modo per esserLe vicino, nello Spirito, cara Santità.

Le assicuro anche la mia vicinanza nelle mie preghiere.

Sono le preghiere che tengono ben teso quel filo diretto con il cielo, sa?

Come non sanno più fare i bambini (non glielo insegna più nessuno).

Due coperchietti di metallo uniti da un filo, una cordicella molto fine e resistente.

Ci si sente e ci si può parlare anche a distanza di tantissimi metri, esattamente quanto è lungo il filo, basta che sia teso.

I fili fatti di preghiera sono di una lunghezza infinita, cara Santità.

In Cristo ci sono tanti fratelli. Qui sotto se ne firma uno

Alberto Roccatano

20 febbraio 2013

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Alberto Roccatano

18 febbraio 2013

per www.nexusedizioni.it

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