due donne, secondo le autorità cinesi, avevano contratto il virus della cosiddetta ‘polmonite atipica’ e vi erano altri cinque casi sospetti. Ma l’agenzia Ansa spiega anche, sempre alla fine di aprile, che con tutta probabilità il contagio è avvenuto all’interno dell’istituto per la ricerca virologica impiantato a Pechino dal Cdc di Atlanta, il centro per il controllo delle malattie americano. Ma della Sars dobbiamo veramente preoccuparci? Come e da cosa è nato l’allarme? Abbiamo provato a ricostruire le tappe di un’epidemia ‘lampo’ che si è consumata nel giro di un mese e mezzo nel 2003, che ha visto poche ‘vittime’ per lo più casi sospetti, ma che ha sconvolto i pensieri e le giornate di milioni di persone. Nel marzo 2003 l’Oms annuncia che sono stati registrati in Cina e a Hong Kong casi di una polmonite anomala resistente ai farmaci utilizzati per le ‘normali’ polmoniti. In pochi giorni i mass-media diffondono la notizia secondo cui, pur senza sapere nulla della causa né delle modalità di trasmissione, questa malattia diventerà in brevissimo tempo una delle ‘pesti’ del secolo. I sintomi sono: tosse, febbre oltre i 38 gradi, respiro affannoso e nei casi più gravi polmonite. Mentre in tanti si chiedono in che cosa differisca questa dalle altre polmoniti, si cerca affannosamente di isolare un virus nei pazienti che mostrano i sintomi, passo che permetterebbe perlomeno di proporre una correlazione tra la presenza di quel virus e la malattia. Purtroppo però i virus isolati nei pazienti con gli stessi sintomi sono spesso diversi l’uno dall’altro e questo allunga molto i tempi, ma non fa demordere gli esperti. Infatti cominciano, in barba ai test che ancora non possono essere eseguiti perché non ci sono, a moltiplicarsi le segnalazioni di casi sospetti e probabili. Di giorno in giorno i numeri lievitano e i media titolano a tutta pagina sulla nuova e misteriosa malattia. Nel giro di due settimane tutti quelli che avevano tossito almeno una volta e che erano passati vicino a un cinese si erano fatti visitare dal proprio medico o in ospedale. E dopo un po’ quei numeri, quei casi sospetti e probabili, diventano magicamente una realtà, si materializzano. Nemmeno i giornali perdono più tempo a ricordare che le segnalazioni che ogni giorno arrivano da ogni parte del mondo riguardano casi sospetti, casi di persone che tossiscono e hanno la febbre come accade a milioni nel mondo; danno solo numeri e numeri che crescono. E, di pari passo, cresce l’angoscia e il panico nella gente. Dopo quattro mesi i casi segnalati come sospetti sono circa 8500, di cui 800 morti; ma nessuno ha mai saputo quanti di questi siano stati accertati. Quindi, siamo stati messi di fronte ad un’epidemia sulla carta, basata su numeri che indicano il sospetto, ma che si basano su pochissime certezze. A questa misteriosa malattia viene dato un nomignolo, Sars, l’acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome. Sars è un ‘meme’, ossia un appellativo breve e semplice che riesce a fissarsi subito nella memoria collettiva. E così è stato. “Le probabilità che ha un cittadino occidentale di morire di Sars sono lo 0,0 qualcosa rispetto a quelle che abbiamo tutti di schiantarci con la macchina nel prossimo week-end oppure di esserci già giocati la salute mangiando schifezze davanti alla tv o passeggiando nel centro delle nostre città. Tutte attività per le quali non esiste alcun allarme sociale, anzi benedette dai media e dalla pubblicità” scrive il giornalista Curzio Maltese (1). E prosegue con una ipotesi alquanto interessante: “Esiste un processo, ben conosciuto in Italia, che consiste nel criminalizzare le vittime e nel vittimizzare i criminali. Su scala planetaria i poveri della terra, che vengono ogni giorno depredati, inquinati, contagiati nel nome del benessere occidentale diventano i veri inquinatori, gli untori, i criminali. Una volta questa funzione era svolta dal razzismo. Nell’era della scienza e della tecnologia si è passati ad una forma di bio-ideologia. E non c’è tempo né spazio per farsi domande anche molto banali. Per esempio, quanti morti sta facendo nel mondo la decisione americana di uscire dal trattato di Kyoto sull’emissione dei gas?”. Più che il virus biologico, che ha colpito nel mondo un numero veramente limitatissimo di persone rispetto alla popolazione globale, ha fatto quindi danni il ‘virus psicologico’, ossia il tarlo che si è insinuato in ciascuno di noi e che ha modificato sostanzialmente la nostra percezione del rischio Sars. Si pensi solo ai numeri: 8500 casi sospetti, mentre in un solo giorno, da anni e per i prossimi anni, si ammalano e si ammaleranno di tubercolosi 20mila persone: otto milioni di nuovi casi l’anno (2). Anziché preoccuparci di ciò che ci danneggia ogni giorno (come per esempio micropolveri, infarto, elettrosmog), è più immediato e trascinante farsi coinvolgere in un delirio collettivo e globale per pericoli remoti. E la ragionevolezza e il buon senso si dimostrano sempre più armi spuntate. Infatti, nel pieno del panico per la Sars, molti governi, in primis quello americano e cinese, hanno disposto misure coercitive senza precedenti per chi è sospettato di essere contagiato e rifiuta le cure o l’osservazione: arresto, carcere, trattamenti coatti. Hanno scritto Valentino Parlato e Ida Dominijanni (3): “Siamo in un passaggio d’epoca che si caratterizza per un calo della fiducia e delle speranze, per una crisi delle aspettative, una rinascita di insicurezze e paure millenariste”. La Sars ha le caratteristiche per adattarsi a questo momento: è un morbo sconosciuto, senza confini, poco sensibile ai consueti strumenti d’attacco, si presta a diventare ‘Il Nemico’, da combattere rintanandoci sempre più sui divani delle nostre case sigillate. “Non è una piaga universale come i giornali strillano – afferma Edoardo Boncinelli direttore della Scuola internazionale superiore studi avanzati – ci vuole un po’ di senso della misura: se i giornali definiscono strage la morte di due persone in un incidente stradale, allora tutto cambia”. A parlare di Sars come ‘problema solo teorico’ è anche il professor Umberto Tirelli, noto oncologo, dal suo sito internet personale (4), che afferma come “35 casi in Europa siano ben poca cosa e probabilmente sarebbero molti meno se fossero stati sottoposti al test rapido per la ricerca del coronavirus”, che avrebbe infatti smascherato i falsi-Sars. E sui numeri mondiali? Quegli 8500 quanti sarebbero potuti diventare se si fosse cercato il virus? 10, 20, 50, 200? Ma d’altra parte, come diranno molti virologi, i test non danno risultati attendibili e le certezze che il coronavirus sia la causa della Sars non appaiono granitiche. E cosa c’è di meglio per tenere i cittadini sulla corda di una malattia misteriosa di cui per mesi e mesi si parla senza però trovare una causa precisa da combattere? L’individuazione della causa consentirebbe di organizzarsi e capire di cosa si deve avere paura e cosa invece non si deve temere; se invece il mistero rimane tale, tutti hanno senza sosta paura di tutto. A tre mesi dai primi focolai di Sars, l’Oms brancolava ancora nel buio. Prima si parla di un coronavirus agganciato a un paramyxovirus, poi di un coronavirus mutato, infine di un coronavirus associato a un batterio, la clamydia. Insomma, lo scenario è diversificato, con diversi possibili agenti eziologici: una grande confusione. La situazione, in quei mesi del 2003, si era andata facendo veramente paradossale. Impressionante è la testimonianza riportata sul settimanale Panorama da una italiana che abita a Hong Kong (4). “Sette milioni di persone dietro una mascherina – si legge – Così una delle maggiori metropoli al mondo è diventata preda di un nemico invisibile. Che potrebbe nascondersi ovunque. I suoi sette milioni di abitanti, abituati a vivere in un posto apolitico in cui la paura del terrorismo non è mai esistita, sono paralizzati dal terrore di restare vittime della malattia”. E gli esperti diranno che il ‘supercontagiatore’ di Hong Kong aveva diffuso la malattia toccando i pulsanti dell’ascensore e gli stipiti delle porte. Il panico, in poche settimane, è totale. Tutti si guardano in cagnesco, non si esce più di casa, si usano guanti di gomma perennemente, i bambini osservano e mettono a mente uno sconcertante comportamento antisociale. “Il panico ha invaso la vita di tutti – continua Laura Collura - Il governo ha ordinato la chiusura delle scuole, la banca più grande di Hong Kong ha sospeso il lavoro, molti di noi vivono da settimane in completo isolamento. I cittadini hanno capito che la fine dell’era coloniale li ha consegnati alla mercè di fenomeni incontrollabili, provenienti dalla Cina, madrepatria crudele”. E in Italia? Il 25 settembre 2003 si riuniscono a Roma gli infettivologi per un congresso e affermano che “in Italia, con soli tre casi e mezzo tutti d’importazione (sempre sospetti, nda), è necessario sdrammatizzare; nel mondo intero è stato un evento soprattutto mediatico. E se anche la Sars tornasse, ci troveremo semplicemente a convivere con una nuova forma di polmonite; ogni tanto arrivano” (6). Ma vediamo, passo dopo passo, come è stata vissuta l’avventura della Sars, poiché la ricostruzione dettagliata di quei quattro mesi di allarme totale sono utilissimi per fornire un quadro completo delle contraddizioni e delle forzature che il cittadino distratto potrebbe non avere colto appieno. Il 15 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allerta ai viaggiatori avvertendo che un virus misterioso, responsabile di una grave forma di polmonite, ha superato i confini dell’Asia diventando una minaccia sanitaria mondiale (7). Il comunicato dichiara che una persona colpita dal virus (nessuno conosce ancora nulla sulla causa, ma che sia un virus viene dato per scontato) si trova in isolamento a Francoforte in un ospedale dopo essere stato fatto scendere da un aereo che viaggiava tra New York e Singapore; il bollettino continua accennando a 11 persone colpite a Hong Kong, 41 ad Hanoi e 16 a Singapore. Nell’allerta l’Oms fa notare che per contrarre il virus si deve essere stati necessariamente a contatto con persone malate provenienti da aree a rischio. Quindi, verosimilmente, se una persona ha la tosse e la febbre ma non ha incontrato nessun cinese o non ha fatto viaggi in Oriente non è ammalato di Sars; se invece ha la tosse e la febbre e ha incontrato cinesi è molto probabile che abbia la Sars. Lo stesso 15 marzo le autorità tedesche mettono sotto sequestro l’aereo che viaggiava da New York a Singapore, e su cui era imbarcato lo sfortunato finito in isolamento, e mettono in quarantena le 155 persone che erano a bordo. Il giorno dopo emerge che il virus resiste ai farmaci; e qui, volendo, si potrebbe anche avanzare l’ipotesi, come già accaduto con la tubercolosi, che si possa trattare di un virus che, dopo essere stato trattato per decenni con certi farmaci, ha prodotto resistenze ad essi. Ma questa possibilità non verrà mai presa in considerazione. Il professor Walter Pasini, direttore del centro Oms per la medicina dei viaggiatori, è costretto ad ammettere che “al momento non è stato possibile isolare alcun microrganismo responsabile della Sars” (8). Partono quindi alla volta dell’Oriente alcuni esperti dell’Oms e del Cdc di Atlanta con il compito di raccogliere materiale biologico e informazioni cliniche. Le ipotesi si sprecano: alcuni ipotizzano un virus dell’influenza mutato, altri pensano si tratti di uno pseudopneumovirus, altri che si tratti di microrganismi piccolissimi. L’unica cosa “certa” sono i sintomi: tosse secca, febbre, dolore alle ossa, difficoltà respiratoria, cioè i sintomi che milioni di persone hanno nel mondo ad ogni stagione. A Firenze il 17 marzo tutti vengono presi dal panico perché due persone sono state ricoverate all’ospedale con tosse e febbre e hanno fatto un viaggio recente nel Sudest Asiatico, ma si rivelerà banale influenza (9). L’Oms intanto si raccomanda che qualsiasi caso sospetto venga notificato alle autorità sanitarie nazionali e ciò si verifica con un’incredibile solerzia, dando la stura a una valanga di segnalazioni, che non si basano però su alcuna certezza. Basti pensare che l’Oms cataloga come caso sospetto (10) chi abbia una temperatura oltre i 38 gradi, uno o più sintomi respiratori, contatto ravvicinato con una persona cui sia stata diagnosticata Sars o viaggio in un paese colpito da Sars. In mezzo al bailamme delle ipotesi, degli anatemi e delle cifre, passa inosservato il parere dello pneumologo Claudio Donner della Fondazione Maugeri del novarese e segretario della società europea di medicina respiratoria (11). Donner afferma che “l’allarme è esagerato” e invita chi deve partire per l’Oriente a farlo tranquillamente “perché il pericolo semmai è per chi ha le difese immunitarie abbassate da una malattia, ma chi è malato in genere non parte per un viaggio”. L’infettivologo Mauro Moroni, dell’ospedale Sacco di Milano, spiega in quei giorni che quello in questione è un microrganismo fragile “che tende a morire al di fuori dell’organismo e che, se non viene immediatamente inalato, perde di infettività al di fuori di un’area di uno-due metri. Lo dimostra il fatto che i casi di Sars sono partiti da Hong Kong e Hanoi e sono rimasti circoscritti negli ospedali, tra il personale sanitario”. “L’unica cosa che si può escludere con certezza – dice Pietro Crovari dell’università di Genova – è un legame tra il virus misterioso e l’arrivo di una pandemia di influenza”. Sfortunatamente, qualche mese dopo questa certezza apparirà un po’ meno salda. A due giorni dall’allerta lanciata dall’Oms e rimbalzata su giornali e tv di tutto il mondo, inevitabilmente cominciano ad arrivare segnalazioni da ogni dove. In Europa l’esordio è timido, il 17 marzo si segnalano due casi, in Slovenia e in Gran Bretagna; due casi, naturalmente solo sospetti, un uomo e una donna afflitti da tosse e febbre che erano tornati rispettivamente da Vietnam e Hong Kong. Coloro che si rivolgono ai medici con i sintomi descritti sono naturalmente un numero altissimo, ma viene ipotizzata la Sars solo in chi, con quei sintomi, ha avuto contatti con l’Asia. Tutti gli altri vengono rimandati indietro con diagnosi di normale influenza o di ‘normale’ polmonite. Intanto tutti gli aeroporti orientali sono in allarme, si sconsigliano viaggi all’Est, a Hong Kong in pochi giorni emergono altre decine di casi sospetti, anche se l’Oms afferma che “c’è ragione di credere che non si tratti di un microrganismo particolarmente contagioso” (12). Annuncia però che tra novembre 2002 e febbraio 2003 nella regione cinese di Guandong (che la stragrande maggioranza della gente non ha nemmeno mai sentito nominare) si sono avuti 305 casi, ma… non è ancora certo che si tratti della stessa malattia. Il panico è totale, in Asia la gente non fa nulla senza mascherina al viso, in Italia inizia una sistematica emarginazione della già peraltro isolata comunità cinese. In Veneto si colgono i primi segnali di una intolleranza che dilagherà presto un po’ dovunque. L’assessore regionale alla sanità Fabio Gava annuncia (13) che alcuni presidi esitano ad ammettere in classe ragazzi orientali e i datori di lavoro fanno lo stesso con dipendenti stranieri. A Firenze vengono messe in osservazione due persone con tosse e febbre: avevano soggiornato nel Sudest asiatico, i giornali scrivono, la gente trema, ma si rivelerà solo un male di stagione. Il 17 marzo l’Istituto Superiore di Sanità, per bocca del direttore del laboratorio di epidemiologia Donato Greco, annuncia che “è solo questione di ore e avremo le informazioni sul virus”, dopo che i primi campioni biologici prelevati da persone con probabile Sars erano giunti nei laboratori di riferimento degli Usa. Peccato però che quattro mesi dopo, a settembre 2003, ancora non ci sarebbero state certezze granitiche in proposito. Così, in meno di una settimana, la sindrome sconosciuta è diventata un allarme planetario; e più cresce l’allarme tra la gente, più crescono le segnalazioni di casi sospetti che alimentano, in un circolo vizioso, i numeri sparati dai media. Ma l’unica certezza, nel marzo 2003, è che non esistono certezze sulla Sars. Le cifre ‘possibili’, ripetute ogni giorno per cento volte al giorno, prendono corpo e diventano una realtà. Anthony Fauci, direttore dell’istituto americano per le malattie allergiche e infettive, afferma che “se si trattasse di un microbo conosciuto lo avremmo quasi certamente già identificato”; quindi, ancora peggio, è qualcosa sbucato da chissà dove e che nessuno conosce. E se fossero ‘normali’ forme di polmonite degenerate in soggetti particolari, ciascuna dovuta a virus diversi e fattori contingenti? Questa ipotesi non viene presa in considerazione e si va alla ricerca di un virus che per forza accomuni tutti i casi; ma trovarlo sarà una faticaccia e costerò numerose forzature. Il 18 marzo dall’università di Francoforte viene segnalato che su campioni biologici di un medico tedesco arrivate da Singapore è stato trovato un virus simile ai paramyxovirus, virus parainfluenzali molto diffusi in Oriente. Ed ecco confezionata la prima ipotesi. Ma poi veniamo a sapere che non basta individuare un virus in un paziente per affermare che quella è la causa della sua malattia; il virus potrebbe anche non produrre sintomi. Gli esperti tedeschi puntualizzano infatti che per una conferma definitiva è necessario identificare il genoma del virus, per vedere se appartiene alla vecchia generazione o a un nuovo tipo. Bisognerà poi verificare se il paziente nel cui materiale biologico è stato osservato il virus produce anticorpi specifici. In caso positivo, occorrerebbe cercarli anche in tutti gli altri pazienti colpiti dalla Sars; “se tutti questi test avranno risposta positiva non ci saranno più dubbi sulla funzione del virus misterioso” (14). Ma anche così, non tutto è chiaro. Leggiamo cosa scrive il premio Nobel Kary B. Mullis (scopritore proprio della reazione a catena polimerasica, la Pcr, quella usata dagli esperti di Sars per identificare i genoma dei virus) nel suo libro “Ballando nudi nel campo della mente” (15): “Gli anticorpi contro determinati virus sono sempre stati considerati segno di malattie precedenti, non di malattie in corso. Gli anticorpi indicano che il virus è stato sconfitto e il paziente è salvo”. Quindi se i pazienti hanno la Sars in corso e sono in pericolo, ha senso cercare i loro anticorpi? E se li avessero, o se avessero il virus, non potrebbero essere riferiti ad una malattia precedente che nulla ha a che fare con la Sars? Inoltre, una serie tanto complessa di test su quanti dei casi sospetti annunciati è stata effettuata? Non c’è risposta a queste domande. Al 19 marzo 2003 l’Oms contava 219 casi sospetti tra cui 5 decessi. Nessun test sierologico né molecolare viene annunciato (anche perché ancora non si sa cosa cercare). Tutti i casi di tosse, febbre e conseguente polmonite hanno legami con l’Oriente. 15 le persone sotto osservazione in Francia, secondo il ministero della sanità, anche se gli esami escludono che si tratti di Sars (16). Il giorno dopo, il 20 marzo, i casi sospetti segnalati sono già saliti a 264 e l’agenzia britannica Press Association attribuisce ad un portavoce dell’Oms la teoria secondo cui il contagio avrebbe avuto luogo da un hotel di Hong Kong (17). Poi, improvvisamente, come una luce nel buio, arriva una ventata di ottimismo: l’Oms, il 21 marzo, annuncia che i farmaci antivirali si stanno dimostrando efficaci (ma come? Non si era detto che la polmonite era atipica perché resistente ai farmaci conosciuti?) e che c’è la buona possibilità di fermare il contagio. Il farmaco antivirale più usato nel trattamento della Sars è stata la ribavirina, prodotto noto e usato da tempo, scoperto nel 1970; con la Sars ha trovato un nuovo impiego. Vediamo cosa scrivono sulla ribavirina i medici ricercatori Koren, King, Knowels e Phillips dell’ospedale dei bambini e dell’università di Toronto (18): “Malgrado il suo meccanismo d’azione sia ancora dibattuto, previene la replicazione di un gran numero di Rna e Dna virus grazie all’inibizione di un enzima. (…) La somministrazione di ribavirina in un aerosol è associata a nausea, mal di testa e raramente esacerbazione e peggioramento del broncospasmo, sia nei bambini che nei sanitari esposti al farmaco. In aerosol può causare rash cutaneo, congiuntivite e opacità con le lenti a contatto. Il sistematico uso di ribavirina può causare anemia dose-dipendente dovuta a emolisi e soppressione del midollo osseo, entrambi reversibili. L’anemia emolitica generalmente si manifesta dopo dieci giorni di terapia ma può apparire anche prima, dopo 3 o 5 giorni. Pazienti con pre-esistente malattia cardiaca nei quali l’anemia si manifesta sono maggiormente a rischio di deterioramento dello stato cardiaco. Nella nostra recente esperienza con la Sars, abbiamo notato ipocalcemia e ipomagnesemia associate ad alte dosi di ribavirina e un recente rapporto descrive un’associazione con ipocalcemia anche in pazienti che hanno assunto una dose più bassa. Iperammoniemia e pancreatite sono state inoltre riportate. Sono stati descritti anche effetti sul sistema nervoso centrale, inclusa depressione e cambiamento caratteriale. (…) La ribavirina interferisce con la replicazione del Dna e Rna e manifesta effetti sull’embrione. Studi sui roditori hanno mostrato teratogenicità con dosi relativamente basse. Il modello farmacocinetico ha suggerito che l’aerosolizzazione della ribavirina può essere teratogena anche per i sanitari. Comunque il reale rischio di effetti teratogeni nell’uomo è sconosciuto; non ci sono dati sull’esposizione a ribavirina durante l’allattamento. Ci sono timori, anche se non provati, circa effetti potenziali sullo sperma”. Verrebbe da pensare che a volte il farmaco può essere peggio della malattia. Intanto nei laboratori dell’Oms, oltre al paramyxovirus, vengono trovati in alcuni pazienti anticorpi a tale virus e questo fa dire a molti: “Ci siamo, è fatta” (19). Ma l’ottimismo non travolge i cittadini asiatici, che, ormai allo sbando, portano a milioni una mascherina sulla faccia appena mettono il naso fuori dalla porta di casa. Il 24 marzo i casi sospetti segnalati sono già saliti a 456. Il 25 marzo spunta un nuovo virus come potenziale causa della polmonite atipica. Come mai? Perché nei campioni biologici dei pazienti i virus trovati sono due, non uno solo: un paramyxovirus e un coronavirus, che secondo la mutata tesi potrebbero agire in coppia. Spiega il microbiologo Michele la Placa dell’università di Bologna: “I paramyxovirus possono dare infezioni più profonde, come bronchioliti o polmoniti, invece i coronavirus sono responsabili soltanto del raffreddore comune”. Peccato poi che alla fine, a settembre, la scelta cadrà sul coronavirus, perché, spiegherà Antonello Covacci dell’azienda farmaceutica Chiron, “abbiamo visto che la superficie esterna del coronavuris è mutata per un processo di ricombinazione e ha acquisito la capacità di agganciarsi alle profonde vie respiratorie per colonizzare gli alveoli polmonari” (36). Ecco la spiegazione di come un virus del raffreddore può trasformarsi in un virus della polmonite. Qualcuno comincia ad avanzare qualche dubbio, cercando comunque di trovare un punto di riferimento nella grande confusione. “Non è normale che una malattia sia causata da due virus, le ricerche devono continuare – afferma Klaus Stoher dell’Oms – Il responsabile potrebbe essere un nuovo coronavirus. Oppure si può ipotizzare che solo il paramyxovirus causi la malattia. Una terza ipotesi è che i due virus possano unirsi: uno indebolisce il paziente aprendo le porte all’altro” (20). Il 25 marzo la teoria della causa della Sars viene inquadrata, ma sempre senza salde certezze. A parlare è niente meno che il direttore del Cdc di Atlanta, Julie Gerberding: “Ci sono prove consistenti per poter puntare l’indice contro il coronavirus” dice, aggiungendo però subito dopo che “se comunque non è l’unico virus, come minimo contribuisce” (21). “Se di coronavirus si tratta – afferma Frederick Haiden dell’università della Virginia – certamente parliamo di un nuovo tipo, che si comporta diversamente” (21). Il 26 marzo il numero di casi sospetti segnalati si impenna a 1323, dai 487 del giorno prima, ma con un accorgimento: l’Oms ha deciso di includere nell’epidemia di Sars anche i casi di polmonite segnalati nella provincia cinese di Guandong e fino ad allora non identificati come Sars. Il 27 marzo la confusione aumenta: laboratori tedeschi e di Atlanta annunciano di aver trovato in due pazienti il paramyxovirus e in altri due il coronavirus. La Placa, con ammirevole coraggio, commenta che “considerate tutte le forme di malattie respiratorie atipiche, non c’è al momento alcuna certezza che i casi di infezione siano attribuibili alla stessa malattia. Di polmoniti atipiche ce ne sono tante, provocate da numerosi agenti” (22). Ma accettare questa ragionevole tesi significherebbe smontare una macchina ormai partita e che si muove ormai da sola. Mentre i casi sospetti segnalati continuano a salire, in Canada, dove sospetti malati di Sars ce ne sono parecchi, i responsabili sanitari invitano all’auto-quarantena, a restare cioè in casa per una decina di giorni, limitando al massimo i contatti con il mondo esterno (23). Anche gli Stati Uniti consigliano ai cittadini di non spostarsi troppo, soprattutto di non andare in Oriente. In Italia il professor Gaetano Maria Fara dell’università La Sapienza di Roma consiglia a chi ha paura di essere infettato di “evitare luoghi affollati, come mezzi di trasporto pubblici, cinema e teatri” (24). Il panico attanaglia anche le rock star: i Rolling Stones annullano i concerti di Shangai e Pechino, Carlos Santana e Moby fanno altrettanto e gli uomini d’affari cominciano ad annullare viaggi commerciali e istituzionali nelle zone a rischio; il crollo delle prenotazioni arriva fino al 50% per alcuni operatori turistici. Il Cdc di Atlanta suggerisce a “chi si riprende dalla Sars di portare una mascherina da chirurgo durante contatti ravvicinati con persone sane, altrimenti lo dovrebbero fare le altre persone in contatto con il paziente” (25). Poi annuncia che la malattia pare non si trasmetta soltanto attraverso l’aria, ma anche attraverso oggetti contaminati. Antoine Danchin, esperto dell’Oms, si mostra pessimista: “Il contagio è simile a quello dell’influenza – spiega – Basta che un malato si tocchi il viso con la mano, poi metta le dita su un oggetto e miliardi di virus vengono raccolti dalla mano che segue. La quale poi si tocca il viso e si contamina” (28). Il Cdc di Atlanta alla fine di aprile mette in guardia dal toccare maniglie, spalliere del letto, rubinetti e lavandini, telefoni, interruttori, che vanno tutti disinfettati; mentre, puntualizza, non c’è nessun rischio per pavimenti, tavoli e altri piani d’appoggio. Il presidente del parlamento thailandese vieta ai 500 deputati di lasciare il paese per limitare il rischio di contagio; la Federcalcio asiatica sospende incontri validi per la qualificazione alle Olimpiadi del 2004; il Giappone raccomanda di non recarsi in Cina e Hong Kong e include la Sars tra le malattie infettive riconosciute per legge, misura che consente l’isolamento in quarantena dei sospetti. Ad Ancona la preoccupazione porta otto persone in ospedale: otto cinesi, tutti clandestini, che finiscono in isolamento. Erano stati scoperti dalla polizia municipale in un’abitazione di un’unica stanza, ma non avevano alcun sintomo. In tanti in Italia si fanno ricoverare con tosse e febbre, pieni di paura, salvo poi venire dimessi dopo poche ore. In due scuole di Terni i genitori hanno tenuto a casa i figli perché gli istituti sono frequentati da una bambina orientale; il Far East Film Festival revoca tutti gli inviti agli ospiti provenienti da paesi a rischio Sars. L’associazione consumatori Codacons presenta addirittura un esposto al ministero della salute dove si chiede di vietare, se necessario, l’importazione dei giocattoli fabbricati in zone a rischio Sars. Fara partecipa poi ad un convegno sul bioterrorismo a Rimini e lì spiega che “il sospetto è che i casi più blandi di Sars non siano stati individuati. Il numero dei casi sospetti potrebbe quindi essere molto più alto di quelli finora segnalati”. La Federazione Italiana di medici di medicina generale, la Fimmg, invita ad evitare la psicosi ma poi consiglia ai medici di affiggere cartelli negli ambulatori con i quali si invitano i pazienti a telefonare al proprio dottore di base al primo sintomo sospetto, in modo da poter essere visitato o a casa o fuori orario di studio per non creare problemi agli altri utenti (41). Negli Stati Uniti il presidente Bush ordina dal 4 aprile la quarantena delle persone sospette, permettendone anche la cattura, la detenzione e il rilascio condizionale. E l’indifferenza verso la Sars di un gruppo religioso di Toronto comincia a dare estremamente fastidio alle autorità canadesi, tanto da indurle a mettere in guardia gli abitanti nei confronti di costoro, che si permettono di ignorare l’allarme mondiale. In Australia è vietato il ricovero in ospedale delle persone con i sintomi se provenienti dall’Oriente. La presidentessa delle Filippine Gloria Arroyo minaccia la prigione per chi non rispetta le misure di quarantena adottate. In Cina chiunque diffonda intenzionalmente il virus o rifiuti le misure di quarantena può venire condannato a morte o all’ergastolo. Il primo aprile la France Press riporta le parole di un portavoce Oms, Peter Cordingley, secondo cui “potrebbe essere il bestiame delle regioni del sud della Cina la fonte della polmonite atipica; lì molte persone vivono vicino agli allevamenti di animali, soprattutto maiali, polli e anatre” (26). Un altro specialista Oms, Hidetoshi Oshitani, sostiene che il virus plausibilmente ha fatto un salto di specie, dall’animale all’uomo (26). Il quadro cambia rapidamente, tanto che il New England Journal of Medicine pubblica on line l’identikit mutevole della malattia affermando che “essa va modificandosi su base quotidiana e troppo velocemente perché le tradizionali riviste scientifiche riescano a darne le informazioni più avanzate” (27). E il direttore della rivista, Jeffrey Drazen, rischia una previsione: “Sono finora stati documentati casi primari, secondari e terziari: sono sicuro che questa catena si estenderà ancora molto prima che venga interrotta”. Ma già a giugno la Sars scompare dalle cronache e nessuno ne parlerà più. Ai primi di aprile scende in campo anche l’Istituto Pasteur, affermando che, malgrado ci sia un coronavirus nei prelievi di pazienti ad Hanoi, “non bisogna scartare altre piste”. Al Pasteur Sylvie van der Werf ha isolato il coronavirus solo su 7 di 30 pazienti con polmonite atipica (28). “E’ difficile determinare i casi certi – spiega l’Oms – in assenza di una causa sicura e di un test di laboratorio di conferma”. Ma c’è chi fa diagnosi basandosi su fattori più empirici e semplicistici. “Se uno ha una polmonite e sta morendo, ma non proviene dai paesi orientali non è affetto da Sars” spiega Dante Bassetti dell’università di Genova (29). Ci sono idee diverse anche sulla modalità di trasmissione. L’Oms, il 2 aprile, è certa che il virus non si trasmetta per via aerea e a distanza, ipotizza una possibile contaminazione attraverso le acque di scarico e oggetti. Poi emergono dati interessanti: il 90% dei casi sospetti di Sars ha andamento benigno, il 10% presenta complicazioni e la mortalità è pari al 2-3.5%, una percentuale assai bassa. Si viene a sapere che il 90% dei pazienti osservati guarisce senza terapia specifica e chi rientra in quel 10% di complicanze è solitamente affetto da malattie croniche, come diabete o difficoltà respiratorie (30). Il 2 aprile l’istituto di virologia dell’università di Vienna rende noto di avere messo a punto un test basato sull’esame di un tratto genetico del coronavirus, utile a rintracciarlo nelle persone colpite (malgrado non si abbia la certezza che il coronavirus sia la causa della Sars). Peccato che da Vienna fanno poi sapere come il test offra solo risultati parziali e che “anche quando l’esame è completamente negativo, l’infezione da Sars non può essere esclusa al 100%” (31). La corsa ai test è ormai cominciata. “Un loro limite – spiega però Mauro Moroni dell’ospedale Sacco di Milano – è che non sono ancora stati fatti controlli di conferma della loro validità”. Niente meno. E non è finita qui. “I test molecolari – precisa il virologo Carlo Federico Perno dell’università di Roma Tor Vergata – sono disegnati sul primo virus trovato e non servono a fare diagnosi sui casi sospetti”. Se grazie a questi test si trovasse lo stesso virus nella maggioranza dei casi probabili, allora si potrebbe ragionevolmente cominciare a capire. “E’ assai difficile – continua Perno – che la malattia possa essere causata contemporaneamente da due virus. I due microrganismi sospettati hanno differenti target: il coronavirus colpisce le vie aeree superiori e non provoca polmoniti; il paramyxovirus colpisce invece le basse vie aeree e provoca polmoniti”. E sul vaccino da tanti auspicato parla Luigi Allegra dell’università di Milano: “Non credo che sia possibile identificare entro breve il vaccino per il semplice motivo che abbiamo serie difficoltà a definire il virus oppure il microrganismo che provoca la malattia. Sono andato a Genova, dal mio amico Dante Bassetti che ha in cura il primo caso italiano di Sars. Abbiamo proceduto, per la prima volta al mondo, al prelievo del liquido pleurico per identificare il microrganismo che provoca la polmonite. Ma il risultato non è stato confortante. Dopo adeguate misure di controllo e di coltivazione in laboratorio, non abbiamo raccolto informazioni sufficienti che ci consentano di definire questa infezione”. Ha dell’incredibile! Il 3 aprile il quotidiano South China Morning Post asserisce di avere ricostruito gli avvenimenti che hanno portato al contagio della prima vittima: ha probabilmente mangiato o toccato un animale selvatico, da cui il virus ancora sconosciuto della Sars è passato all’uomo. All’università di Amburgo emerge invece che il coronavirus presente nei campioni biologici di un paziente ha sequenze genetiche in comune al coronavirus dei bovini e degli uccelli e diverge per il 50% dalle sequenze di quelli già noti. Che il virus sia stato portato dagli scarafaggi lo sostengono le autorità sanitarie di Hong Kong; lo avrebbero diffuso passando attraverso i tubi di scarico. Comunque sia, il salto di specie convince, consente di giustificare l’individuazione del coronavirus come causa della Sars, poiché, arrivato dagli animali, non è più il virus innocuo precedentemente conosciuto da tutti. Il 5 aprile arriva proprio dalla Cina un’altra scoperta: i medici hanno trovato nei pazienti malati di Sars un batterio chiamato chlamydia, che potrebbe agire in coppia con il coronavirus. Il giorno dopo, a nemmeno un mese dall’allarme globale e a dispetto delle previsioni più catastrofiche, gli esperti registrano l’ingresso dell’epidemia in una fase di rallentamento e normalizzazione. Il commissario Ue alla sanità David Byrne afferma come la Sars possa essere ritenuta sotto controllo e specifica che uccide comunque meno dell’influenza. E finalmente un nuovo tipo di coronavirus viene identificato in un paziente di Hong Kong; la notizia viene pubblicata dalla rivista medica The Lancet, dove però si specifica che “resta possibile che altri virus agiscano come agenti opportunisti secondari nell’aumentare la progressione della malattia” (32). Lo stesso giorno i virologi del Policlinico San Matteo di Pavia identificano un coronavirus sospetto che potrebbe essere tra quelli individuati nei portatori della Sars; il paziente è un uomo, ha 59 anni, è reduce da un viaggio in Cina. Però sta bene e non ha mai avuto la polmonite. Il Policlinico precisa che “la Sars è una malattia che compare soltanto in un’aliquota particolarmente bassa delle persone interessate dal coronavirus”. Ma allora se tanti hanno il coronavirus e pochissimi la Sars, si potrebbe ragionevolmente supporre che quel virus non sia la causa della Sars o che la Sars sia semplicemente una complicanza da raffreddamento che si manifesta in soggetti predisposti, a prescindere dai virus presenti. Un consiglio (!) in materia di prevenzione arriva, in piena epidemia, dal celebre Luc Montagnier, lo scopritore francese del virus Hiv. “Nei luoghi a rischio cerchiamo di respirare soltanto con il naso – dice – Lavatevi le mani spesso con sapone antisettico, portate mascherina e guanti, usate fazzolettini antisettici per toccare gli oggetti di uso pubblico e la sera bruciate tutto il materiale usa e getta utilizzato. E ricordate che prima di intraprendere un viaggio in aereo, è preferibile avere il sistema immunitario in buono stato. Infine, proprio la nostra lotta medica, eliminando alcuni agenti infettivi con le vaccinazioni e gli antibiotici, favorisce la selezione di altri germi che prenderanno il posto di quelli precedenti” (33). Dopo tante incertezze e virologi indecisi, il 10 aprile arriva una conferma, il New England Journal of Medicina pubblica la scoperta di due equipe di ricercatori: lo stesso virus è stato trovato in alcune persone colpite da Sars in sei diversi paesi. Ora i ricercatori, senza più remore od ostacoli, possono concentrarsi sull’individuazione dei test. Il 14 aprile l’industria farmaceutica tedesca Artus Gmbh comincia la distribuzione del primo test commerciale. Il 16 aprile a Ginevra l’Oms dà l’annuncio ufficiale: il nemico è lui, il coronavirus. Il dottor Heymann afferma che si tratta di un passo cruciale verso la messa a punto di una terapia e di un vaccino. La ditta farmaceutica Chiron il 17 aprile informa di possedere la mappa genetica del virus e di avere cominciato le ricerche per predisporre un vaccino, così come la Glaxo e la Berna Biotech; la Roche e la Clonit stanno per lanciare sul mercato i test; il ministro della salute americano Tommy Thompson attende che i test vengano validati dalla Fda per renderli disponibili in tutti i paesi. L’azienda Aviobiofarma annuncia di avere quasi pronto un nuovo farmaco, un antivirale della famiglia degli antisenso, e che, l’urgenza della situazione, potrebbe far accelerare le fasi della sperimentazione. Ma se da un lato a metà aprile l’epidemia appare sotto controllo, dall’altro non c’è modo di smettere di preoccuparsi. Vengono infatti individuati coloro che vengono chiamati ‘supercontagiatori’, individui cioè che, non si sa come e perché, sono in grado di contagiare più di altri. E a Hong Kong, secondo i ricercatori della locale università, sarebbe presente una forma più virulenta di polmonite atipica. Non solo: il professor Fara ipotizza anche che potrebbero esserci alcune persone senza sintomi ma capaci di infettare comunque (40); per questo conclude che non è sufficiente isolare soltanto i malati, ma è necessario tenere sotto osservazione per almeno dieci giorni tutti coloro, anche se sani, che provengono da paesi a rischio. Virologi ed esperti, però, non trovano un accordo: “Il virus è in una fase epidemiologicamente ascendente difficilmente controllabile – afferma Jean Claude Manuguerra del Pasteur - e si può temere che mano a mano che si diffonderà tra la popolazione, troverà i mezzi per migliorare i suoi modi di trasmissione assumendo un carattere sempre più contagioso". Viene subito smentito da Ferdinando Dianzani del Campus biomedico di Roma, che il 22 aprile afferma ai microfoni di Radioanch’io: “La Sars sta dimostrando una trasmissibilità più bassa rispetto a quella dei normali coronavirus: una normale infezione respiratoria può diffondersi in milioni di casi nell’arco di sole due settimane, mentre dall’inizio dell’epidemia di Sars si sono registrati meno di 4mila casi” (34). Ma si insiste: “C’è il rischio di una pandemia – dice l’infettivologo Francesco Lefoche del policlinico Umberto I di Roma – ossia di diffusione nei due terzi del globo”. Ma sulle preoccupazioni prevale l’entusiasmo della comunità scientifica anche se in realtà si è ad un punto di partenza e non di arrivo. Infatti il virus dovrà superare le prove sperimentali che consentano di asserire con certezza che quella è la causa della malattia: dovrà essere trovato in tutti i pazienti colpiti da Sars (ma questo non è accaduto; per di più i test molecolari che lo rintracciano sono stati definiti non affidabili ed è stato dichiarato che anche un risultato negativo non esclude la Sars); il virus isolato nel paziente dovrà essere riprodotto in coltura; dovrà riprodurre la malattia se introdotto in un nuovo ospite e dovrà essere rintracciato nell’ospite, insieme agli anticorpi, una volta infettato. Ebbene, le autorità canadesi hanno affermato che il coronavirus è stato identificato solo nel 50% dei pazienti esaminati (35) e hanno rimesso in campo paramyxovirus, metapneumovirus e azioni combinate di più virus o di virus e batteri. I risultati canadesi, secondo il microbiologo La Placa, sollevano qualche dubbio sulla natura dell’agente infettivo. Il 23 aprile il Times of London riporta che “gli scienziati hanno subìto una sconfitta dopo aver scoperto che il coronavirus, incolpato della malattia, non era presente nella maggior parte dei pazienti contagiati” (36); a parlare è il dottor Frank Plummer del laboratorio nazionale di microbiologia di Winnipeg in Canada, secondo cui “solamente il 40% delle persone con quello che chiamiamo Sars hanno il coronavirus. Non abbiamo trovato nessun altro virus, la connessione tra Sars e il coronavirus in realtà è molto debole”. E aggiunge che “per ragioni ignote, la percentuale di casi recenti che risultano positivi al virus è in calo, mentre un certo numero di persone che non sono sospettate di avere la malattia sono positive”. E se, per assurdo, i morti addebitati alla Sars fossero più semplicemente un sottogruppo dei 3-4 milioni di decessi annuali nel mondo dovuti a ‘regolari’ polmoniti? Se, sempre per assurdo, così fosse, ci troveremo di fronte ad un allarme lanciato senza necessità. Peraltro, laddove il virus c’è, ve n’è così poco che i ricercatori hanno dovuto affidarsi alla reazione a catena polimerasica per trovarlo. Nel bollettino del Cdc di Atlanta, il Morbidity and Mortality Weekly Report, del 21 marzo 2003 (37), si afferma che “negli Stati Uniti approssimativamente 500mila persone con polmonite richiedono l’ospedalizzazione ogni anno; in circa la metà di questi casi non si riesce ad identificare nessun agente eziologico malgrado un’intensa investigazione”. In un numero successivo del Mmwr, un mese e mezzo dopo (38), si afferma che al 30 aprile 2003 i casi sospetti di Sars erano 289 negli Stati Uniti, ma l’infezione è stata confermata da analisi di laboratorio in soli 6 casi. In Italia l’ospedale San Raffaele e l’ospedale Sacco di Milano si contendono, con una lite giunta persino sui media, la scoperta del coronavirus nei campioni biologici di un paziente: uno soltanto. Malgrado ciò, le aziende e i governi ormai hanno imboccato una strada, hanno scelto il coronavirus, e non si torna indietro; quando la ricerca è stata finanziata e i prodotti sono ormai pronti per il mercato le incertezze diventano un grande intralcio. Anzi; l’Oms, adducendo a motivazione che i test per isolare il virus non sono affidabili al cento per cento, raccomanda di tenere in isolamento le persone anche se presentano negatività, “almeno fino a quando non si ha una visione globale della situazione” (42). I ricercatori di Hong Kong spiegano invece la contraddizione affermando che il virus della Sars muta in maniera rapidissima, tanto da non riuscire ad essere individuato nemmeno dal test. Ma questa ipotesi non si concilia con la messa in commercio di vaccini e farmaci, che rischiano di essere bollati come inutili se il virus muta di continuo. E infatti su The Lancet compare una ricerca dell’Istituto Genoma di Singapore (43) secondo cui il virus non muta così rapidamente come si crede, anzi presenta una relativa e sorprendente stabilità genetica. Intanto comincia la corsa ai brevetti per accaparrarsi la proprietà intellettuale del virus: ricercatori pubblici e privati di mezzo mondo presentano richiesta agli uffici competenti e prende il via la contesa. Ad alimentare le paure arriva anche un futurologo, a cui i media danno voce. Patrick Dixon, che viene presentato come laureato in medicina, esperto di Aids e massima autorità nel campo della futurologia, annuncia che “il virus della Sars potrebbe diventare più devastante dell’Aids e, al ritmo di diffusione attuale, rischia di colpire fino a un miliardo di persone a livello globale in appena 60 settimane” (39). Incredibilmente, arriva subito il parere esattamente contrario. “La polmonite atipica è da considerarsi alla stregua di una malattia rara – dice Bruno Dallapiccola docente di genetica all’università la Sapienza di Roma – vista la sua incidenza in percentuale alla popolazione mondiale”. E per di più, Peter Roeder della Fao arriva a dire che “non c’è alcuna prova che il virus responsabile della Sars sia di origine animale; nessun rischio, né dal commercio, né dai cibi”. C’è chi si spinge più lontano affermando che il virus sia arrivato direttamente dallo spazio. Un gruppo di astrobiologi di tre centri di ricerca, due inglesi ed uno indiano, affermano che “ogni giorno sulla terra cade una tonnellata di batteri e non si può escludere che quelli che riescono a sopravvivere possano diventare pericolosi per l’uomo; tra questi anche il virus della Sars” (46). Siamo arrivati al 6 maggio, giorno in cui, con una sincerità disarmante, Manuguerra del Pasteur afferma che “la cosa più preoccupante è l’incertezza totale su tutto quello che riguarda questo virus”. Ma ecco che una settimana più tardi subentrano nuove certezze, quando un gruppo di virologi olandesi del centro medico Erasmus pubblicano su Nature uno studio dove asseriscono invece di avere fabbricato la prova schiacciante della correlazione coronavirus-Sars: hanno iniettato il virus a due scimmie, hanno isolato nuovamente il virus nelle scimmie stesse e hanno rintracciato una produzione di anticorpi specifica. Ma ormai l’attenzione dell’opinione pubblica va calando, così come il numero dei casi, che sono sempre meno. Siamo a maggio e, dopo tre mesi di bombardamento mediatico continuo, la gente si distrae, comincia a pensare ad altro. L’Oms dichiara sotto controllo l’epidemia, si trascinano gli ultimi stanchi commenti. A metà giugno i casi sospetti segnalati erano circa 8500 tra cui circa 800 morti. Ed è qui che si registra una inversione di tendenza nello stile comunicativo di istituzioni sanitarie, governi e media. Sgonfiata l’emergenza contingente, si comincia a parlare in prospettiva, a dipingere possibili scenari futuri, a paventare ulteriori terribili minacce sanitarie. Arrivano gli anatemi. “Un altro virus denominato Big One di origine influenzale e ben più contagioso della Sars potrebbe essere in arrivo dalla Cina” scrive il mensile Focus e assicura che “sono già pronti i vaccini di una variante di questo virus che arriva dai volatili” (44). “Il mondo deve alzare la guardia contro le malattie infettive perché altri virus potenzialmente micidiali come la Sars faranno capolino negli anni a venire” dice l’Oms. E aggiunge: “E’ attesa una nuova pandemia influenzale simile a quella che all’inizio del ventesimo secolo uccise milioni di individui, il mondo deve essere pronto”. “La Sars è soltanto una delle circa trenta malattie infettive nuove per la medicina che stanno mandando segnali di allarme attraverso il sistema sanitario pubblico” affermano Epstein e Causey, due studiosi di Harvard. “Nel Sudest asiatico è più facile essere invasi da nuovi microbi che da un esercito nemico” dice un ministro malaysiano. E l’Oms, per mettere le mani avanti, grazie ad una risoluzione dell’Onu, acquisisce il potere di lanciare allarmi mondiali su malattie infettive in modo autonomo, senza dover prima attendere di avere ottenuto i dati sulla diffusione di un’infezione dai paesi colpiti. Anche il ministro della salute italiano Girolamo Sirchia bacchetta chi si ostina ad avanzare obiezioni sulla gestione dell’enorme carrozzone-Sars o sull’uso e abuso della manipolazione genetica nel biotech. Al forum delle biotecnologie di Padova il 4 giugno 2003 dichiara che “i sistemi di difesa della salute pubblica devono essere ulteriormente potenziati se vogliamo difendere la nostra gente; contrastare la scienza è gesto dettato da poca conoscenza, agli italiani bisogna dire che chi contrasta la scienza va contro se stesso, i propri figli e lavora contro l’umanità” (47). E ancora: “La Sars è solo una delle malattie infettive che possono minacciare l’Occidente e non è neppure la più grave. E’ attesa una grave influenza con forte mortalità contro la quale non abbiamo rimedi; è atteso, in termini statistici da qui a dieci anni, che un mutante pericoloso faccia la sua comparsa”. Sorge un dubbio: di quale scienza stiamo parlando, di quella di pochi o di quella di tutti? Di quella che si arrocca, sprezzante, su posizioni autoritarie e si pone, ipse dixit, come unica verità o quella scienza galileiana che si alimenta di esperienze ed osservazioni continue ed è disposta a riconoscere i propri errori di valutazione? Della scienza delle multinazionali o di quella degli ormai pochissimi ricercatori indipendenti, spesso costretti ai margini e lasciati senza una lira di finanziamento? La risposta la fornisce indirettamente lo stesso Sirchia sempre a Padova: “La ricerca deve trovare appoggio nel mondo dell’impresa e non solo nel pubblico – dice – è importante abbattere le barriere tra mondo accademico e mondo delle imprese. La ricerca deve essere trasferita all’impresa, questo è un punto strategico per lo sviluppo futuro”. Chissà se Sirchia ricorda i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale di Sperimentazione Clinica, organo proprio del suo ministero? Nel secondo rapporto nazionale (48) si riporta che il 76,7% delle sperimentazioni cliniche avvenute dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2002 è stato finanziato dalle industrie farmaceutiche, solo il restante 23,3% da enti no profit. Dalle parole del ministro dobbiamo quindi dedurre che presto anche quella quota residuale verrà trasferita alle aziende? Se così fosse, però, occorre tenere presente che emergerebbe prepotentemente un ulteriore e ancor più profondo conflitto di interessi. L’allarme Sars, inequivocabilmente, ha dato la stura all’epoca degli allarmi globali continui, che permettono imposizioni, condizionamenti, coercizioni mai visti prima. All’indomani della cessazione dei bollettini sulle polmoniti, arrivano ancora numeri. In Cina si annunciano dieci milioni di malati di Aids entro il 2010; la febbre del Nilo Occidentale dagli Stati Uniti potrebbe arrivare in Gran Bretagna e rappresentare una minaccia; il virus Ebola potrebbe facilmente arrivare in Europa dall’Africa (49) per spargere la morte. Alcuni scienziati propongono di avviare il progetto “Viroma umano”, un sistema globale per catalogare e identificare i virus di tutte le malattie emergenti al mondo. Dall’università del Texas arrivano sospetti su terroristi decisi ad azioni distruttive utilizzando il virus dell’influenza manipolato che diventerebbe un’arma mortale, peggiore di vaiolo e carbonchio; quindi propongono di incrementare le scorte di medicinali e allargare il programma di vaccinazione. E, richiamando l’eco della Sars, arriva a settembre 2003 l’annuncio che la campagna vaccinale contro l’influenza sarà massiccia, in modo che si possa vaccinare più gente possibile. Il motivo? Perché così, nel caso la Sars dovesse ritornare, si eviterebbe di confondere i malati di influenza con quelli di polmonite atipica. La cosa strana è che a metà maggio sia l’Istituto Superiore di Sanità che il ministro Sirchia avevano dichiarato ai giornalisti che non veniva ritenuta opportuna la vaccinazione di massa contro l’influenza in relazione alla Sars e quattro mesi dopo è stato invece sostenuto l’esatto contrario. Il quadro si fa così quasi completo. Perché c’è un altro aspetto, accattivante, di questa vicenda che merita di essere approfondito. In tanti hanno visto in questa improvvisa epidemia asiatica una sorta di attacco intenzionale nei confronti dell’unica potenza economica che oggi può permettersi di gareggiare con gli Stati Uniti: la Cina. Anche volendo accettare questa ipotesi, peraltro plausibile, mancherebbe però l’individuazione del ‘manovratore’. A meno che non si arrivi a pensare che oramai i ‘burattini’ si muovono da soli. In effetti la Sars, se ci si pensa con distacco, è risultata ‘utile’: utile per rafforzare l’idea del male che perseguita il mondo (terrorismo, malattie), utile per indebolire potenze scomode, utile per il controllo delle coscienze. Quando in televisione appaiono ogni giorno uomini con la mascherina sul viso e lo sguardo disperato, ci dicono che qualcosa di tragico e minaccioso sta accadendo, creano dei modelli di comportamento e di riferimento. E fino ad ora è parso di ravvisare un certo interesse a sfruttare tali modelli per fini sempre più ambiziosi. E la Cina? Nei mesi della Sars è stata additata come possibile fonte di diffusione di malattie nuove e terribili: “guardatevi da quel paese e dai suoi abitanti” sembra essere il messaggio. Sono ormai molti gli intellettuali, i politologi e gli economisti che intuiscono, dietro a questo messaggio, l’intenzione di aprire le ostilità con la seconda potenza economica mondiale. E chi sarebbe l’audace provocatore? Potrebbero forse essere gli Stati Uniti, con la loro pretesa egemonizzatrice? Vediamo cosa scrive Ritt Goldstein sul Manifesto, in pieno allarme Sars (50). “Atti recenti dell’amministrazione (americana, nda) dimostrano che sono in corso iniziative inconfondibilmente finalizzate proprio a uno scontro con i cinesi. Secondo una dichiarazione dell’ammiraglio in pensione Tom Moorer, la Cina sarebbe ‘sempre più chiaramente un nemico che cerca di soppiantarci’. La posizione dell’ammiraglio riflette un tentativo cominciato nel 1997, che ha visto i neo-conservatori statunitensi cercare in misura crescente una resa dei conti con Pechino. (…) Come per il Golfo Persico, un elemento chiave è rappresentato dal petrolio”. In questo caso sarebbe il petrolio delle isole Spratly che si pensano ricche di giacimenti. Poiché la Cina è il terzo maggiore consumatore di petrolio al mondo – dice sempre Goldstein – e necessita di importazioni massicce, i giacimenti delle Spratly sono visti come vitali. Anche perché, prima della guerra in Iraq, il 60% del petrolio che si consumava in Cina proveniva dal Golfo Persico, ora sotto il pieno controllo americano. Diciamo che controllando i rubinetti del petrolio gli Usa hanno più potere nei confronti di Cina e Russia. Scrive ancora Goldstein sempre nel luglio 2003: “L’amministrazione Bush starebbe cercando di contenere la Cina attraverso una rete crescente di alleanze regionali; quelle con l’India sono diventate di dominio pubblico dopo la pubblicazione di un articolo da parte di Jane’s, gruppo di ricerca della difesa. L’articolo si basa su una analisi riservata di 130 pagine in cui si definisce la Cina la minaccia più significativa alla sicurezza di entrambi i paesi per il futuro, in quanto rivale economico e militare”. Infatti la Cina è l’unico paese al mondo che può prendere decisioni senza chiedere il permesso a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti. “I dirigenti cinesi sono l’unico gruppo di individui – scrive il giornalista Giulietto Chiesa (51) – che non dipende dalle opinioni che si formano a Washington, non sono tenuti a rispettarne i criteri, non devono rispondere delle proprie azioni e non sono ricattabili dall’esterno”. Secondo Chiesa l’ingresso del paese asiatico nel Wto, l’organizzazione internazionale del commercio, non contraddice questa tesi, in quanto, “anche se almeno cinquecento grandi corporation statunitensi hanno loro filiali in Cina ricavandone immensi profitti, l’importante è sapere chi tiene saldo il manico”. Nel rapporto sulle relazioni economiche Usa-Cina presentato dalla Us-China Security Review Commission al Congresso statunitense si legge che la Cina e gli Usa hanno una visione del mondo acutamente dissonante (52), interessi geopolitici antagonisti e sistemi politici in opposizione. Ed è cresciuta una categoria di imprenditori, associazioni di categoria, politici ed esperti della sicurezza che chiedono a gran voce la revisione dei tassi di scambio. In questo si inserisce anche l’Unione Europa, che per bocca del ministro italiano Giulio Tremonti (nell’autunno del 2003 presidente di turno dell’Ecofin) ha lasciato intendere che un’azione sui cambi asiatici è necessaria per non lasciarsi schiacciare dalla competitività cinese. Anche l’Ue infatti teme come la peste l’avanzare irrefrenabile dell’economia cinese e la giudica assai controproducente per i propri interessi. Lo stesso “Progetto per un nuovo secolo americano” mette la Cina sotto i riflettori per “un cambio di regime”, aggiungendo che “è arrivata l’ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell’Asia sudorientale”. In un articolo che esce nel 2002 sul settimanale scozzese Sunday Herald si parla del progetto e si citano alcuni brani (53). “Gli Usa – si legge nell’articolo – potrebbero prendere in seria considerazione nei prossimi decenni lo sviluppo di armi biologiche, che pure sono state messe al bando. Il testo dice: ‘Nuovi metodi di attacco, elettronici, non letali, biologici, diventeranno sempre più possibili. Il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi’”. E perché, allora, la Sars è arrivata fino in Canada? Cosa c’entra il Canada? L’agenzia giornalistica indipendente Indymedia ha fornito la sua versione: “E’ stato punito per non aver partecipato ai crimini di guerra in Iraq, ma anche per essere una nazione che ha sempre dichiarato di fornire aiuti a Cuba”. Ma, ammettendo che la Sars abbia rappresentato un attacco intenzionale alla Cina, in che misura avrebbe funzionato? Ha veramente colto nel segno? Conseguenze economiche ce ne sono state, sono state riviste al ribasso le stime di crescita economica. Ma è pur vero che il colosso asiatico non ha mostrato particolari o vistosi cedimenti. Se un risultato immediato la Sars lo ha ottenuto è stato quello di sopprimere ancora di più le libertà dei cittadini cinesi e di alimentare il sistema autoritario. Insomma, da questo punto di vista, la Cina ha mostrato di sapersi perfettamente adeguare ai modelli occidentali. E allora forse fa ancora più paura. 1) “Contromano” di Curzio Maltese, Il Venerdì 30 maggio 2003 2) Il Manifesto, Yuri Castelfranchi, 3 maggio 2003 – Citato da www.carmillaonline.com 3) Il Manifesto, 29 aprile 2003 – Citato da www.carmillaonline.com 4) ‘Da noi niente allarmi ma massima attenzione’, www.umbertotirelli.it/sars.htm 5) “Vita tra i reietti di Hong Kong” di Laura Collura, Panorama, 15 aprile 2003 6) Agenzia di stampa Dire, 25 settembre 2003 7) Agenzia di stampa Ansa-Reuters-Afp, 15 marzo 2003 8) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 16 marzo 2003 9) Agenzia di stampa Agi, Firenze, 17 marzo 2003 10) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 17 marzo 2003 11) Agenzia di stampa Ansa, Milano, 17 marzo 2003 12) Agenzia di stampa Ansa, di Paolino Accolla, Roma, 17 marzo 2003 13) Agenzia di stampa Ansa, Venezia, 17 marzo 2003 14) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 18 marzo 15) “Ballando nudi nel campo della mente” di Kary B. Mullis, Baldini&Castoldi, 2000 16) Agenzia di stampa Agi/Reuters, Parigi, 19 marzo 2003 17) Agenzia di stampa Ansa, Londra, 20 marzo 2003 18) “Ribavirin in the treatment of Sars: a new trick for an old drug?” pubblicato su Canadian Medical Association Journal, 13 maggio 2003 www.cmaj.ca/cgi/content/full/168/10/1289 19) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 22 marzo 2003 20) Agenzia di stampa Ansa, Ginevra, 25 marzo 2003 21) Agenzia di stampa Ansa, Washington, 25 marzo 2003 22) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 27 marzo 2003 23) Agenzia di stampa Ansa, Ottawa, 27 marzo 2003 24) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 29 marzo 2003 25) Agenzia di stampa Ansa, Washington, 30 marzo 2003 26) Agenzia di Stampa Ansa-Afp, Manila, 1 aprile 2003 27) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 1 aprile 2003 28) Agenzia di stampa Ansa, Parigi, 1 aprile 2003 29) Agenzia di stampa Ansa, Genova, 2 aprile 2003 30) Agenzia Italpress 31) Agenzia di stampa Ansa, Vienna, 2 aprile 2003 32) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 8 aprile 2003 33) Agenzia di stampa Ansa, Parigi, 9 aprile 2003 34) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 22 aprile 35) Agenzia di stampa Ansa, Roma, 21 aprile 36) “La teoria dell’Oms sul coronavirus vacilla” di Fintan Dunne, copyright Sarstravel.com, 23 aprile 2003, tratto da La Leva di Archimede www.laleva.cc 37) “Outbreak of Severe Acute Respiratory Syndrome – Worldwide, 2003”, Morbidity and Mortality Weekly Report (Mmwr), 21 marzo 2003, www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/mm5211a5.htm 38) “Update: Severe Acute Respiratory Syndrome, United States 2003”, Mmwr, 2 maggio 2003, www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/mm5217a4.htm 39) Agenzia di stampa Ansa, Londra, 23 aprile 2003 40) Agenzia di stampa Ansa, Erice (Trapani), 24 aprile 2003 41) Agenzia di stampa Agi, Roma, 25 aprile 2003 42) Agenzia di stampa Ansa, Ginevra, 2 maggio 2003 43) The Lancet on line, citato da agenzia di stampa Ansa/Reuters/Afp, Londra, 9 maggio 2003 44) Agenzia di stampa Ansa, Milano, 9 maggio 2003 45) Agenzia di stampa Agi/Reuters/Afp, Ginevra, 19 maggio 2003 46) Agenzia di stampa Agi/Afp, Parigi, 22 maggio 2003 47) Agenzia di stampa Ansa, Padova, 4 giugno 2003 48) “La sperimentazione clinica dei medicinali in Italia”, 2° rapporto nazionale, Ministero della Salute, direzione generale della valutazione dei medicinali e della farmacovigilanza, Osservatorio Nazionale di Sperimentazione Clinica – Dicembre 2002 – http://oss-sper-clin.sanita.it 49) Agenzia di stampa Agi/Afp e Ansa, Singapore e Londra, 3 luglio 2003 50) “Sindrome anti-cinese” di Ritt Goldstein, traduzione di Marina Impallomeni, Il Manifesto, 19 luglio 2003 51) “La guerra infinita” di Giulietto Chiesa, edizioni Feltrinelli, 2003 52) “Anche negli Usa è sindrome cinese” di Paolo Pontoniere, L’Espresso, 31 marzo 2003 53) Neil Mackay, Sunday Herald del 15 settembre 2003, citato in “I padroni della Sars – La vera storia del virus” pubblicato su ‘La voce della Campania’ www.disinformazione.it/SARS6.htm