Da sinistra: Herman Van Rompuy, Barack Obama, José Manuel Barroso e David Cameron durante il vertice del G8 ad Enniskillen (UK) il 17 giugno 2013. (Foto AP/Andrew Winning, Pool)

 

Il 12 luglio scorso si è concluso a Washington il primo incontro di negoziati commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e i mass media di tutta Europa sono stati invasi da un’ondata di entusiasmo: l’ambizioso accordo “onnicomprensivo” sarebbe in grado di generare mezzo punto di PIL (0,5%) e “milioni di posti di lavoro” sulle due sponde dell’Atlantico. Un impatto valutato in 120 miliardi di euro, un toccasana insomma per la claudicante economia europea.

Questi numeri, così pomposamente offerti all’opinione pubblica, sono estratti dalle analisi ufficiali della Commissione Europea(1). Quello che ci si guarda bene dal sottolineare, naturalmente, è che questi risultati sono solo il più ottimistico dei risultati previsti dalla stessa Commissione: una crescita dello 0,5% di PIL è raggiungibile, nel migliore dei casi, in 10 anni (0,05% all’anno). Più realistico, secondo la stessa Commissione, prevedere uno 0,1%, in dieci anni (0,01% all’anno!) (2). In realtà neppure queste cifre, ben meno roboanti, risultano credibili: i modelli di calcolo utilizzati per prevedere l’impatto di riduzioni tariffarie (dazi, tasse sulle importazioni) sono spesso risultati inadeguati in passato. Ma il TTIP non riguarderà le tariffe, già molto basse, tra UE e USA. Si propone invece di ridurre/eliminare le barriere “non-tariffarie”, quelle dovute a diversità normative, proponendosi una “convergenza normativa” tra UE e USA. Fare i calcoli, misurare quanto vale economicamente un cambio di normativa, diventa ben più difficile e come ammonisce l’UNCTAD si rischia di spararle davvero grosse (3).

I governi europei e la Commissione sanno benissimo di dare i numeri, ma questa cortina fumogena serve a tenere bassa l’attenzione sui rischi connessi a questo accordo. Cosa intende la Commissione per “convergenza normativa” in agricoltura e nel settore alimentare, quali barriere “non tariffarie” si vogliono ridurre/eliminare? Quelle su OGM, polli al cloro, manzo agli ormoni? Che tipo di competizione al ribasso aspetta il martoriato mondo del lavoro se deve “convergere” con quello degli USA, i quali hanno ratificato solo 2 delle 8 convenzioni fondamentali della Organizzazione Internazionale del Lavoro? Eppure già da anni Human Rights Watch denuncia violazioni di diritti fondamentali dei lavoratori statunitensi da parte di multinazionali europee (4), che li sfruttano in modo solo appena meno indecente di quanto facciano in Serbia o nell’Est europeo (vedi Fiat). C’è grande preoccupazione anche per quel che può avvenire nella privatizzazione dei servizi pubblici e nelle norme a tutela della salute, come in ambito finanziario.

Una delle minacce più gravi riguarda i privilegi che UE e USA intendono garantire agli investitori privati. Immaginiamo un comune, una regione, uno stato, che introduca nuove normative ambientali a protezione della salute pubblica, o che voglia promuovere l’agricoltura locale e per questa preveda un sostengo, o che intenda introdurre misure di tipo sociale a sostegno di particolari categorie, o che voglia ri-pubblicizzare l’acqua. Se un investitore ritiene che ciascuna di queste norme possa arrecare pregiudizio al suo investimento e incida sui profitti futuri, potrà rivolgersi ad un collegio arbitrale privato (in genere l’ICSID, presso la Banca Mondiale) (5), saltando ogni livello giurisdizionale territoriale e nazionale, e chiedere all’autorità pubblica di risarcirlo per il danno. Come sta avvenendo alla Germania, a cui il gigante svedese dell’energia Vattenfall chiede 4 miliardi di euro per aver deciso la fuoriuscita dal nucleare!

Il deficit democratico che caratterizza le politiche commerciali e di investimento della UE (mandati commerciali segreti, testi dei negoziati segreti fino ad anni dopo la conclusione degli accordi, ruolo limitato del Parlamento Europeo, scarsissimo dibattito pubblico, ruolo predominante delle grandi multinazionali europee nel definire obiettivi e strategie) rende il TTIP una minaccia ancora più grave. L’accordo non produrrà affatto i miracolosi risultati agitati dai media nei giorni scorsi, ma si presenta come l’altra faccia delle politiche di austerità, come l’ennesimo attacco ai residui elementi di quello che è stato il modello sociale europeo.

Bruno Ciccaglione

Coordinatore della rete Seattle to Brussels

(1) http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150759.pdf; http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150737.pdf
(2) http://www.opendemocracy.net/ourkingdom/clive-george/whats-really-driving-eu-us-trade-deal
(3) http://unctad.org/en/Docs/itcdtab39_en.pdf
(4) http://www.hrw.org/node/92719
(5) https://icsid.worldbank.org/ICSID/Index.jsp

Fonte: controlacrisi.org

 

di Bruno Ciccaglione - 24 luglio 2013