Nel 1994 le riviste scientifiche di tutto il mondo pubblicarono una strabiliante scoperta: era stata ufficialmente provata la possibilità di superare la velocità della luce. La barriera più certa di tutta la fisica aveva in quel preciso momento ceduto, tuttavia la notizia passò praticamente in sordina.
 


Da alcuni decenni i modelli con cui la scienza descrive l’universo hanno conosciuto una reale rivoluzione rispetto al modo intuitivo di conoscere il mondo, che era basato fin dai tempi antichi sulla indiscussa piattaforma costituita dalla nostra percezione sensoriale. Nel corso dei secoli una potente corrente di pensiero, che ha intuito la fallacia dei sensi nel conoscere la natura della realtà, è via via cresciuta tra alterne vicende, anche se è rimasta celata ai popoli per lunghi periodi storici e all’inizio del XX Secolo ha dato origine a una vera rivoluzione del nostro modo di conoscere ciò che chiamiamo universo. Nei decenni più recenti sono poi stati affrontati e riplasmati nella scienza fondamentale concetti ritenuti intoccabili per secoli. Correva l’anno 1994 quando le riviste scientifiche di tutto il mondo pubblicavano la più strabiliante scoperta di tutti i tempi nel campo della fisica: era stata ufficialmente provata la possibilità di spostare un corpo e conseguentemente l’informazione, tra due punti distanti a piacere, in un tempo arbitrariamente breve. Ciò voleva dire che si poteva superare la velocità della luce con i suoi fantastici 300.000 chilometri al secondo. La barriera più certa di tutta la fisica, che aveva costituito il punto certo per valutare la coerenza di qualsiasi teoria, aveva in quel preciso momento ceduto. Naturalmente ognuno penserà che la televisione e la stampa abbiano evidenziato la grande conquista scientifica con suggestivi servizi filmati e con imponenti articoli giornalistici. E invece non accadde nulla di tutto questo. La notizia passò praticamente in sordina e l’informazione generalista si preoccupò di parlottare come sempre dei soliti fatti più o meno irrilevanti, e infatti tutt’oggi la maggioranza delle persone non è assolutamente a conoscenza di questa importante conquista del pensiero umano.

La straordinaria scoperta è attribuita a Miguel Alcubierre [a destra], un giovane ricercatore di origini messicane che lavora presso l’Università del Galles. Egli mostra, all’interno della Teoria della Relatività Generale di Einstein, le cosiddette “soluzioni di warp drive”: le distorsioni che è possibile provocare nel tessuto dello spaziotempo tali da permettere la traslocazione superluminale. La divulgazione generalista ha invece trascorso decine di anni a divulgare l’idea che la Relatività einsteiniana proibisca ogni spostamento più veloce del valore della velocità della luce nel vuoto, ma non è affatto così. La teoria di Einstein specifica infatti che in un sistema di riferimento con marcatori di distanza locale, nessun segnale e nessun oggetto possono superare la velocità della luce. Detto in altre parole, non si può accelerare un corpo nello spazio fino a fargli superare il valore della velocità della luce, ma lo spazio stesso si può muovere alla velocità che gli pare! Il concetto è ben noto ai cosmologi da vari decenni. Dalla metà del secolo scorso un annoso problema affliggeva il campo della cosmologia e negli anni Settanta era ormai diventato “il problema”. La cosmologia del Big Bang infatti non stava in piedi. Se era vero che l’espandersi del cosmo decelerava semplicemente con il trascorrere del tempo, allora le parti più distanti dell’universo che osserviamo non potevano avere avuto il tempo di scambiarsi segnali luminosi durante le prime fasi dell’espansione, e per questo motivo non potrebbero essere in effetti in contatto termodinamico. Se infatti riproiettiamo al contrario il film della nascita dell’universo, notiamo che all’inizio dei tempi la proiezione accelera enormemente e un simile scenario non avrebbe permesso alcun tipo di contatto tra le aree più remote del cosmo che conosciamo. Allora come giustificare il fatto osservativo incontrovertibile che stabilisce al di là di ogni dubbio una forte isotropia e omogeneità di tutto l’universo visibile e dunque uno scambio di informazione avvenuto ad ogni scala?

La soluzione al rompicapo fu messa in campo per la prima volta da Alan Guth nel 1980. Egli propose una fase iniziale di espansione superaccelerata dello spazio che chiamò “inflazione”, da inflare (soffiare dentro, gonfiare) e successivamente il concetto fu esteso a diverse gerarchie di possibili universi figli dal fisico russo Andrej Linde. Oggi lo scenario proposto da Guth fa parte del Modello Standard cosmologico ed è noto come periodo di “inflazione”. Questo straordinario gonfiarsi del tessuto dello spazio è accettato dalla Comunità Scientifica dagli anni Ottanta del secolo scorso e descrive proprio un’espansione superluminale avvenuta nei primi istanti dopo il Big Bang, in grado di riaddomesticare la termodinamica che si osserva nel reverse motion della nascita del cosmo. In questo caso infatti, riproiettando al contrario il film della nascita dell’universo osserviamo un grande rallentamento muovendoci verso l’inizio dei tempi, che permette ai segnali luminosi di connettere termodinamicamente ogni angolo del cosmo. Inoltre la fase di espansione superluminale del nostro universo nelle fasi immediatamente successive al Big Bang è addirittura molto nota anche al grande pubblico, grazie ai molti articoli apparsi sulle riviste divulgative e grazie agli innumerevoli documentari trasmessi dalle televisioni di tutto il mondo.

Da allora molte ricerche sono state condotte dai fisici per determinare la natura di ciò che poteva essere in grado di provocare la grande accelerazione, e l’attuale cosmologia mostra che in realtà è la natura stessa di ciò che percepiamo come vuoto a manifestare tali caratteristiche a livello quantistico. Tutto ciò che vediamo nel cielo attraverso i telescopi ottici e attraverso l’osservazione su qualsiasi lunghezza d’onda elettromagnetica rappresenta infatti circa il 5% della totalità dell’universo esistente all’interno dell’orizzonte visibile, mentre cinque volte tanto è costituito dalla materia oscura, un tipo di materia che non interagisce in alcun modo con l’elettromagnetismo ma è visibile solo grazie allo studio delle anomalie gravitazionali rilevabili nei sistemi gravitanti a grande scala. Dunque manca all’appello ben il 70 % dell’intera massa dell’universo, e tale imponente frazione del cosmo, che gli scienziati chiamano energia oscura, è in qualche modo celata proprio da quell’entità fisica che costituisce ciò che noi conosciamo come il vuoto.
 


Ma c’è un’altra sorpresa, davvero poco nota ai non addetti ai lavori. Mentre state leggendo queste righe, l’universo si trova infatti in una nuova fase di espansione accelerata proprio per l’azione di questa esotica forza che costituisce quello che noi percepiamo come il fondale neutro sul quale viene rappresentata la grande commedia dell’universo. Ebbene sì, siamo in una nuova fase di espansione inflazionaria!

Esiste però un problema, tanto sottile dal punto di vista filosofico, quanto incombente dal punto di vista fisico. Ed è un nodo che deve essere sciolto se si vuole realmente comprendere la vera natura delle cose. La Teoria della Relatività appartiene infatti alla fisica classica di cui rappresenta la vetta insuperabile, ma è pur sempre una concezione classica e pertanto descrive l’universo a grande scala e a bassa energia, muovendosi dalla percezione che l’uomo ha naturalmente della realtà ed estrapolando tacitamente da essa per rappresentare ogni fenomeno e ogni legge presenti nel cosmo. Questo limite subdolo e spesso sottovalutato produce così costruzioni teoriche mirabili e ben visualizzabili, ma proprio per questo poco aderenti alla realtà profonda della natura, la quale non pare proprio sia stata fatta per essere percepita nella sua struttura più intima dallo stato di coscienza della nostra particolare specie, evolutasi in uno della miriade di pianeti che popolano le vastità dei cieli. Per questi motivi le soluzioni trovate da Alcubierre, pur rappresentando un risultato di portata storica e rendendo chiaro che i viaggi superluminali sono fisicamente possibili, non contengono l’energia in grado di realizzarli. Infatti se cerchiamo di calcolare l’energia necessaria ad attivare la mirabile statua spaziotemporale in movimento esposta da Alcubierre, otteniamo valori assolutamente incompatibili con qualsiasi tipo di realizzazione pratica. Dove sta allora la soluzione? Le recenti ricerche nel campo della fisica hanno aperto le due porte che permettono di superare l’impasse, ma di ciò non si è mai sentito parlare e non è stato divulgato praticamente nulla. In effetti i risultati della ricerca fondamentale sono praticamente mantenuti ignoti alla pubblica opinione già da vari decenni, e ogni nuova scoperta viene descritta in modo talmente minimale da non dire praticamente nulla in merito a ciò che è stato rilevato dagli scienziati, relegandola così nel campo del trash, dove le particelle sono ancora rappresentate come biglie dalle caratteristiche super classiche e dove le animazioni che dovrebbero mostrare l’espansione del cosmo, mostrano un universo che sembra espandersi in uno spazio preesistente. In realtà i concetti raggiunti dalla fisica quantistica, nata all’inizio del XX Secolo dai lavori del suo grande padre Max Planck, hanno recentemente toccato concetti dalla profondità insospettabile e hanno chiaramente mostrato che la realtà è molto diversa da ciò che ci suggerisce il nostro modo naturale di conoscere le cose. La materia e l’energia hanno la loro natura profonda in un oggetto chiamato funzione d’onda, che non ha nulla di corrispondente nel mondo classico a noi familiare e che resta inosservabile per principio, qualsiasi tipo di strumento noi possiamo concepire e qualsiasi esperimento ci sforziamo di escogitare.

Grazie poi all’entanglement quantistico, un tipo di connessione totalmente assente nel mondo classico che lega indissolubilmente le entità fisiche venute tra loro a contatto, l’universo gode di quella proprietà che prende il nome di non località, ovverosia permette l’influenza istantanea tra eventi a qualsiasi distanza, indipendentemente dalla famigerata velocità della luce. Negli anni a noi immediatamente vicini si è poi manifestato con chiarezza un fatto davvero sconvolgente. Ebbene, se riusciamo a rigorizzare fino a un certo grado di soglia una nostra elaborazione teorica, essa è in grado di manifestare un’esistenza che riusciamo effettivamente a osservare in un esperimento fisico! Questa potente tipologia di costruzione teoretica prende il nome di “operazionismo” e recentemente è stato in grado di mostrare i suoi primi risultati pratici. Già nel corso di tutto il secolo scorso i fisici avevano notato che se una teoria era matematicamente coerente e se rispondeva a certi canoni di bellezza si rivelava quasi sicuramente vera. Oggi è divenuto chiaro che il fenomeno si spinge ben oltre, ed è stato in grado di manifestare un’entità che si trova ben al di là di ciò che possiamo chiamare particella: si tratta del celebre “bosone di Higgs”, che conferisce la massa a una particolare classe di particelle.


[Rappresentazione artistica di un'astronave a curvatura concepita da Alcubierre. Fonte: Mark Rademaker]


È dunque possibile un vero viaggio superluminale verso le stelle, intendo con tanto di astronave e di equipaggio umano? Ebbene la risposta sembra proprio essere affermativa, dopo che le energie necessarie sono state addomesticate dalla reinterpretazione in chiave quantistica delle distorsioni dello spaziotempo necessarie al grande balzo. Ma è opportuna qualche precisazione. Resta infatti il punto chiave; ciò di cui mai nessuno parla. Nessuno ci spiega infatti come sarebbe costituito realmente l’apparato motore che dovrebbe essere installato a bordo di un veicolo capace di tali prestazioni e come dovrebbero essere in effetti realizzate le installazioni tecnologiche in grado di produrre una tale distorsione propulsiva dello spazio. Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Per sapere come realizzare questi congegni si deve anzitutto prescindere dalla fallacia dello stato di consapevolezza umano nel giudicare ciò che è più fondamentale nella struttura del cosmo. La storia ci ricorda che...

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