In queste ultime settimane, nonostante sia accaduto praticamente di tutto (vedi Francia e Germania), ritengo che l’evento più significativo sia stato il fallito tentativo di colpo di stato in Turchia.

A tutt’oggi non è ancora del tutto chiaro cosa sia realmente accaduto: secondo una fonte siriana, il putsch contro Erdogan sarebbe fallito per l’intervento del Mossad all’insaputa degli americani (i quali ne sarebbero stati gli istigatori); secondo l’agenzia iraniana Fars, invece, sarebbero stati i russi ad avvertire Erdogan del golpe imminente. Dalla loro base di Khmeimim in Siria, dove hanno installato la loro centrale di sorveglianza elettronica, avrebbero intercettato messaggi dei golpisti e avvisato Erdogan in tempo, consentendogli di scappare dal resort poco prima che i commandos mandati per eliminarlo si calassero dagli elicotteri. Questo però non spiega come mai una coppia di F-16 turchi “golpisti”, pur avendo intercettato e “agganciato” l’aereo con a bordo Erdogan, diretto a Istanbul, abbiano rinunciato ad abbatterlo. 

Alcune fonti vicine al processo attualmente in corso nei confronti dei golpisti, sostengono che uno degli organizzatori dietro il tentativo di colpo di stato sarebbe il generale statunitense John F. Campbell, ex comandante dell’International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan. Pare che da maggio, sino al giorno del tentativo di golpe, si sia recato segretamente in Turchia almeno un paio di volte (presso la base militare di Erzurum e l’aeroporto di Incirlik) e che tramite una banca nigeriana (una filiale dell’UBA, United Bank of Africa) abbia fatto pervenire al personale militare turco coinvolto oltre due miliardi di dollari nell’arco di sei mesi, utilizzando risorse della CIA. Forse le accuse di Erdogan, secondo il quale la “mente” dietro il golpe sia Fethullah Gülen, predicatore e politologo turco esule in Pennsylvania e appoggiato dall’intelligence, dai militari e da altre istituzioni statunitensi, non sono del tutto campate in aria... 

Sia quel che sia, la vicenda presenta degli aspetti davvero interessanti, in particolar modo per il fatto che la Turchia, con le sue potenti forze armate e la base aerea di Incirlik, costituisce uno dei più importanti bastioni della NATO in funzione dell’accerchiamento di cui è oggetto ormai da alcuni anni la Russia. E proprio il presunto ruolo di quest’ultima nella vicenda, a dispetto del recente abbattimento di un suo Sukhoi 24 in Siria da parte di un F-16 turco, dimostra quanto sia attuale il vecchio detto che recita “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Come saprete (o forse no), la base NATO di Incirlik è stata isolata e fatta oggetto di imponenti manifestazioni popolari che chiedono l’estromissione degli USA dal territorio turco. Difficile dire cosa succederà nei prossimi mesi, certo è che il fianco Sud della cosiddetta Alleanza Atlantica rischia seriamente di sgretolarsi, con conseguenze geopolitiche inimmaginabili. Una cosa è sicura: con questa mossa, degna di un maestro di scacchi, la Russia non solo ha considerevolmente allentato la pressione militare ai suoi confini, ma ha anche spinto Erdogan a mostrare al mondo il suo vero volto, con la sua repressione di qualunque spazio democratico e l’arresto o il licenziamento di migliaia di persone fra le forze armate, l’apparato giudiziario, gli enti statali, i canali mediatici e persino la compagnia di bandiera turca.

In attesa di scoprire cosa ci riserveranno le prossime settimane, vi lascio alla lettura di questo numero di NEXUS, come al solito ricco di informazioni utili a comprendere e interagire con questo pazzo, pazzo mondo... alla prossima!


Quello che avete letto è l'editoriale di Tom Bosco in apertura all'ultimo numero di NEXUS New Times.


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