Riceviamo e, lieti di pubblicarla, condividiamo con voi questa riflessione [Redazione]


Nelle conversazioni più o meno futili di tutti i giorni, si usa spesso il termine “narcisista”, anche in riferimento a fatti e persone diverse.

Sono “narcisisti” gli amici o i conoscenti appassionati di selfie davanti allo specchio del bagno. È “narcisista” il tizio o la tizia che si frequenta da poco, colui o colei che prima manda sms a raffica e poi si dilegua, che chiede in continuazione conferme senza mai darle. Può esserlo la madre che si ammala per ripicca, tutte le volte che non si sente abbastanza considerata dai propri figli. La lista non si esaurisce, perché narcisista lo è anche l’amica che tratta gli uomini alla stregua di una borsetta o di un paio di scarpe, il vicino di casa che occupa tutto il parcheggio, il collega mesmerizzato dalla propria immagine nello specchio dell’ascensore.

A quanto sembra, il mondo pullula di narcisi, tant’è che il nome “Narciso” e gli aggettivi derivati sono diventati degli hashtag della quotidianità, termini jolly per definire chi pensa solo a se stesso, a discapito degli altri.
Tuttavia, il narcisismo designa anche un disturbo mentale, una condizione patologica che rende l’individuo dannoso a se stesso e agli altri. Come spiega l’enciclopedia Treccani:

Le persone affette da tale disturbo tendono a esagerare le proprie capacità e i propri talenti, sono costantemente assorbite da fantasie di successo illimitato, manifestano un bisogno quasi esibizionistico di attenzione e di ammirazione. Incapaci di riconoscere e percepire i sentimenti degli altri, tendono a sfruttare il prossimo per raggiungere i propri scopi o per poter ingrandire sé stesse.

Adesso allontaniamoci dal presente, per capire com’è iniziata questa storia. Chi era Narciso, e cosa fece per procurarsi tale nomea?
Non fece molto, in realtà.

Leggendo le varie versioni del mito, e soprattutto la versione di Ovidio ne “Le metamorfosi”, si scopre una storia inquietante, caratterizzata dalla ricerca spasmodica di un amore che non c’è. O che non si vede.

C’era una volta Narciso, un fanciullo bellissimo, nato dall’unione di un fiume con una ninfa. Alla sua nascita, l’indovino Tiresia gli aveva predetto che sarebbe vissuto a lungo, a meno che non avesse conosciuto se stesso.
Di sicuro, non vivevano a lungo coloro i quali avevano la sfortuna di incontrarlo, perché se ne innamoravano alla follia e non venivano mai riamati. Purtroppo, oltre a essere molto avvenente, Narciso possedeva il cuore più freddo della mitologia greca: a lui non interessava davvero nessuno, apprezzava la compagnia di se stesso e lunghe passeggiate solitarie nei boschi. In nessun caso gli amanti respinti riuscivano a farsene una ragione, a mettere da parte quella passione impossibile. Al punto che, al passaggio del bel giovane, era tutta una sequela di suppliche, lacrime, mani giunte, imprecazioni e suicidi. Non che Narciso ci facesse molto caso.
La superbia del fanciullo cominciò a indispettire gli Dei, che non presero però provvedimenti fino al giorno in cui toccò anche a Eco (la povera ninfa che, a seguito di una punizione di Era, non poteva parlare se non per ripetere le parole degli altri). Eco si lasciò consumare così tanto dal mal d’amore da ridursi a un mucchietto d’ossa (mentre la sua voce sopravvisse, com’è noto).

«Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama» imprecò qualcuno in quei giorni, interpretando il senso di frustrazione e il bisogno di rivalsa collettivi. La dea Nemesi agì immediatamente.
Fu così che Narciso, facendo il bagno al fiume, si specchiò sulla superficie dell’acqua per la prima volta in vita sua. E, purtroppo, non si riconobbe, diventando vittima del suo stesso fascino. Narciso si innamorò di Narciso senza capire che di se stesso si trattava.

Nel tentativo di sfiorare il volto stupendo che lo guardava al di là del pelo dell’acqua, il giovane bello e superbo cadde nel fiume e annegò.
 

Nel mito non accade quindi nulla di buono, almeno in apparenza, ed è lo stesso nella vita reale: avvicinarsi a un narcisista equivale a saltare in un buco nero, nel vuoto esistenziale di una persona che vuole tutto per sé.
Dunque, ai tempi di Ovidio come oggi, si continua a giudicare Narciso per quello che è: un egoista immorale senza possibilità di redenzione. O forse no.

La nostra è un’epoca di illuminazioni e realizzazioni sul percorso della consapevolezza. Il paradosso dell’innamoramento (e dell’attrazione in generale) è stato affrontato non solo dalla psicologia e dalla filosofia moderne, ma anche dalla fisica quantistica. Lo specchio è divenuto il simbolo delle nostre relazioni con gli altri: l’amore, l’amicizia e tutte le relazioni intessute con gli altri non sono altro che il riflesso del nostro mondo interiore.
La stessa cosa accade nel mito, quando Narciso vuole possedere qualcosa che in realtà gli appartiene già, la sua immagine sullo specchio dell’acqua. Non riesce a ri-conoscersi, e il mancato riconoscimento lo conduce alla morte.

Ecco il paradosso dell’innamoramento, che non è mai qualcosa che si subisce, ma diviene un processo attivo di conoscenza di se stessi. Spesso però si è troppo impegnati a sprofondare nell’autocommiserazione per cogliere la grande opportunità offerta dall’amore: capire che ciò che attribuiamo all’oggetto delle nostre attenzioni appartiene prima di tutto a noi.
Di questo concetto se ne parla molto di questi tempi, anche se nella pratica viene ancora digerito a fatica. Com’è evidente dal mito di Narciso, non si tratta di una novità new age o di un corollario della legge di attrazione, ma di qualcosa che esiste ed è ben impresso nell’inconscio collettivo dell’umanità.

Carl Gustav Jung, che ha studiato il linguaggio e le manifestazioni della psiche per tutta la vita, lo ha spiegato bene con i concetti di animus e anima: il primo identifica le qualità psicologiche maschili inconsce possedute da una donna, mentre la seconda pertiene alle qualità femminili inconsce possedute da un uomo. Secondo Jung, non ci si innamora mai a caso, ma solo degli individui che abbiano caratteristiche compatibili con il proprio animus o la propria anima.  Dentro di noi, seppellito sotto gli strati più o meno densi della nostra inconsapevolezza, si nasconde il ritratto della persona ideale, quella di cui siamo destinati a inamorarci alla follia. Quel ritratto lo abbiamo creato noi. Trattandosi di un identikit inconscio, ne consegue che quanto più ci si immerge nella conoscenza di se stessi, e quindi della propria anima o animus, tanto più l’amore diverrà un processo maturo e consapevole, e non un dolore che squarcia il petto o fa annegare.

Sotto questa luce, il mito dell’uomo più vanesio del mondo può essere letto in maniera diversa, e così anche il rapporto tra Eco e Narciso. Anziché essere vittima e carnefice, donna innamorata e uomo crudele, essi sono in realtà molto simili, due esseri accomunati dalla stessa debolezza. Nella contemplazione passiva dell’oggetto del proprio desiderio, vanno ambedue incontro alla morte: sia la ninfa che il bel giovane sono due esseri incompleti, incapaci di amare davvero perché inconsapevoli di se stessi.

L’amore vero, ci ha spiegato ancora Jung, è un processo alchemico, di unione degli opposti, di riconciliazione con la propria anima o il proprio animus. Perché si manifesti all’esterno dunque, la scintilla dell’amore deve accendersi soprattutto dentro di noi.
E forse a questo punto si potrebbe anche riabilitare Narciso, colpevole solo, in definitiva, di essere troppo umano, come tutti noi.