Quando ho iniziato ad analizzare la tettonica di espansione, il Professor Sam Warren Carey (Professore Emerito di Geologia presso la University of Tasmania, ormai deceduto) dichiarò con profondità al sottoscritto: “Se 50 milioni di individui prestano fede a una credenza erronea, quest’ultima rimane comunque tale.” La tesi sostenuta dal professore è che la validità di una teoria non dipende dal numero di persone che la ritengono esatta; di conseguenza, una teoria comunemente accettata potrebbe rivelarsi essenzialmente fallace a dispetto del consistente numero di soggetti che la considerano corretta.
Ad esempio, l’interpretazione dei dati operata secondo la tettonica a placche si basa sulla fondamentale premessa che nel corso della storia il raggio della Terra si sia mantenuto costante, o pressoché tale. Come si descriverà a grandi linee nel presente documento, questo contrasta con l’interpretazione dei medesimi dati globali operata secondo la tettonica di espansione, la quale si basa sulla fondamentale premessa che nel corso della storia il raggio della Terra sia costantemente aumentato.
In base a tale asserzione bisognerebbe comprendere che tutti i dati globali moderni e storici impiegati per comprovare tanto la tettonica a placche quanto la tettonica di espansione sono di fatto identici. L’unica ragione per cui cinquant’anni or sono la tettonica a placche ha prevalso risiede nel fatto che il dibattito sull’eventualità che il raggio terrestre cambi o meno nel tempo era in gran parte ipotetico, data l’impossibilità di verificarlo o misurarlo in modo convincente.
Da allora la tecnologia ha compiuto grandi progressi – dallo sviluppo dei computer e delle prerogative di raccolta ed elaborazione dei dati sino ai progressi dei software, delle tecnologie satellitari e della presentazione tramite media – così come la comprensione popolare della Terra fisica e dei principi della tettonica globale.
Il tempismo delle mie iniziali ricerche sulla tettonica di espansione fu al contempo propizio e decisivo. L’ultimazione e la pubblicazione della Geological Map of the World concernente il substrato roccioso utilizzata nei miei studi a modello (figura 2) coincise con l’avvio della mia ricerca. Senza tale mappa la tettonica di espansione avrebbe continuato a restare a livello ‘medievale’. Inoltre, la tecnologia di hardware e software informatici ha soddisfatto il requisito di presentare i modelli di tettonica di espansione della Terra nonché di corroborare i dati vincolati dal tempo sui globi sferici della Terra.
Al momento attuale i più importanti esiti della mia ricerca sulla tettonica di espansione sono i seguenti:
• Il modello degli assemblaggi della placca continentale è stato completato per il cento per cento della storia geologica della Terra, dal primo eone Archeano sino ai giorni nostri. Tali assemblaggi hanno evidenziato un elevato grado di accuratezza dell’adattamento crostale – senza la necessità di frammentare arbitrariamente i continenti o di collocare preesistenti croste tramite subduzione.
• Si è prodotta una formula per la velocità di cambiamento del raggio terrestre e si è completato il modelling dei dati fisici. Il modello matematico dimostra che il raggio della Terra è aumentato esponenzialmente nel tempo sino alla velocità attuale di 22 millimetri all’anno.
• Su tutti i modelli elaborati sono stati accuratamente localizzati antichi poli magnetici ed equatori. Ambedue i poli si configurano in quanto poli nord e sud diametralmente opposti, consentendo l’esatta collocazione degli antichi equatori e zone climatiche.
• Si sono esaminati dati geologici, geografici e geofisici su tutti i modelli. Tali dati dimostrano di coincidere con precisione con le previste limitazioni biotiche e climatiche polari ed equatoriali.
• Si sono animati i modelli quadridimensionali, a indicare l’aumento del raggio terrestre nel tempo in concomitanza con la distribuzione globale dei set di dati selezionati.

GEOLOGIA E CRONACA RUPESTRE
Geologia (dal greco ghe “Terra” e lógos “discorso”) significa letteralmente discorso sulla Terra e viene definita come la scienza e lo studio della materia solida che costituisce, per l’appunto, la Terra. A mio avviso, tale definizione deve ampliarsi ulteriormente e riconoscere che le rocce che costituiscono la Terra rappresentano di fatto la cronaca dei processi fisici che hanno interessato la Terra per tutta la sua storia, come un libro aperto in attesa di lettura. Per comprendere ed esaminare la “cronaca rupestre” preservata nelle rocce è di conseguenza necessario capire il linguaggio della geologia.
Spesso si considera James Hutton il primo geologo moderno. Nel 1785, egli presentò alla Royal Society di Edimburgo un documento, pubblicato nel 1788 con la denominazione di “Teoria della Terra”, in cui ipotizzava che, onde consentire un arco di tempo sufficiente all’erosione delle montagne e alla formazione di sedimenti sul fondo marino, a loro volta successivamente sollevati sino a formare le terre emerse, il pianeta dovesse essere assai più vecchio di quanto ritenuto in precedenza. Nel 1795 Hutton pubblicò una versione in due volumi delle sue concezioni.
Da allora le conoscenze geologiche si sono ampliate a livello mondiale, unitamente all’archiviazione di un ingente quantitativo di dati geologici, geografici e geofisici globali a disposizione di tutti per una interpretazione. Durante la mia iniziale ricerca sulla tettonica di espansione, la mia principale perplessità risiedeva nel fatto che i moderni dati in questione non erano mai stati testati su modelli di Terra in espansione. La nostra percezione dei principi della tettonica globale era, ed è tuttora, fortemente orientata a favore della tettonica a placche a scapito di teorie alternative.

EXCURSUS STORICO
Nel corso dei millenni sono emerse e decadute numerose teorie, in particolare dopo il riconoscimento formale delle scienze geologiche. La teoria della Terra Piatta, in auge nell’antichità, è ormai superata, tuttavia risulta utile come punto di partenza per comprendere la progressione delle nostre conoscenze sulla Terra attraverso le epoche storiche. Suddetta concezione deriva dalle limitate conoscenze delle dimensioni e della configurazione della Terra nell’antichità e, naturalmente, dal limitato numero di “scienziati” o filosofi in grado di desumere sufficienti informazioni utili a dare un senso compiuto alle conoscenze disponibili.
L’ipotesi che i continenti non abbiano sempre occupato le rispettive posizioni attuali venne avanzata già nel 1596 dal cartografo fiammingo Abraham Ortelius, il quale asseriva che in base ai profili simmetrici delle linee costiere atlantiche le Americhe, l’Eurasia e l’Africa un tempo erano unite e quindi si distaccarono “a causa di terremoti e inondazioni”, dando origine al moderno Oceano Atlantico. Come riscontro, scrisse: “Se qualcuno dispiega una mappa del mondo ed esamina attentamente le coste dei tre continenti, le vestigia del distacco si palesano da sé.”
Nel 1915, nella prima edizione del suo libro dal titolo The Origin of Continents and Oceans, Alfred Wegener presentava scrupolose argomentazioni a sostegno della nozione di “deriva dei continenti”. Lo studioso notava come la costa orientale del Sud America e la costa occidentale dell’Africa appaiono come se un tempo fossero congiunte. Pur non essendo il primo a notarlo, Wegener fu comunque il primo a riunire rilevanti riscontri fossili e geologici a sostegno di questa semplice osservazione. Le sue concezioni non vennero tuttavia prese in seria considerazione dalla maggior parte dei geologi dell’epoca, i quali rilevarono che non esisteva alcun evidente meccanismo per la “deriva dei continenti”, come veniva definita allora. Nello specifico, non vedevano in che modo la roccia continentale potesse procedere attraverso la roccia assai più compatta che costituisce la crosta oceanica.
Val la pena di notare che per la sua presentazione dal titolo “The Tectonic Approach to Continental Drift”, tenutasi nel 1958 in occasione di un simposio presso la University of Tasmania, il Professor Sam Carey produsse modelli in scala della Terra. Lo studioso dimostrò che “se si riunissero in una configurazione ‘pangeana’ tutti i continenti su un modello che rappresenta le dimensioni della Terra moderna, la coincidenza risulterebbe ragionevolmente precisa al centro del riassemblaggio nonché lungo i margini comuni dell’Africa Nordoccidentale e dell’insenatura della costa orientale degli Stati Uniti, ma diventerebbe progressivamente imperfetta lontano da tali aree”. In base alla sua ricerca Carey trasse la conclusione che la coincidenza di questi antichi continenti “in suddette aree potrebbe risultare assai più precisa qualora all’epoca di Pangea il diametro della Terra fosse stato minore”. Dopo l’accettazione della tettonica a placche, le fondamentali osservazioni fisiche di Carey sono state totalmente ignorate.
In questo stesso periodo alcuni pensatori indipendenti ritenevano invece plausibile attribuire la formazione degli oceani a un aumento del raggio terrestre. Nel 1889 e poi nel 1909 Roberto Mantovani pubblicò una teoria della “deriva dei continenti ed espansione della Terra”, secondo la quale lo studioso prevedeva che un continente chiuso ricoprisse l’intera superficie di una Terra più piccola e ipotizzava che un’espansione termica determinò attività vulcanica, la quale a sua volta frantumò la massa terrestre in continenti più ridotti. Tali continenti quindi si allontanarono l’uno dall’altro a causa di ulteriore espansione presso le “zone di spaccatura”, dove si trovano attualmente gli oceani. A questa teoria seguirono le dirompenti opere e pubblicazioni di B. Lindemann nel 1927, di Ott Cristophe Hilgenberg negli anni Trenta, del Professor Sam Carey fra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Novanta, di Jan Kozier negli anni Ottanta e di Klaus Vogel negli anni Ottanta e Novanta.
Tutti questi ricercatori hanno dimostrato che se ciascun continente venisse fisicamente riunito agli altri, dato un globo terrestre di dimensioni pari al 55-60 per cento di quelle attuali tutti i continenti avvilupperebbero nettamente di crosta continentale la Terra. Tale coincidenza ha portato Hilgenberg, Carey e in particolare Vogel alla conclusione che l’espansione terrestre determinò la separazione e la graduale dispersione dei continenti mentre questi si spostavano radialmente verso l’esterno durante i tempi geologici.
Ad ogni modo, negli anni Sessanta, alla fine i difetti e le inadeguatezze rilevati in ciascuna di queste teorie determinarono l’accettazione della teoria della tettonica a placche, la quale ora è accreditata in quanto derivante dall’ipotesi di deriva dei continenti inizialmente proposta da Alfred Wegener.
Ormai nel complesso abbiamo una ragionevole dimestichezza con la concezione della tettonica a placche, in base alla quale si sostiene che la crosta terrestre esterna sia costituita da una serie di grandi croste rigide simili a placche che si spostano a caso sulla superficie terrestre sotto l’influsso delle correnti convettive del mantello. Si sostiene che nel processo di migrazione casuale le placche crostali si spaccano, slittano una sull’altra e/o entrano periodicamente in collisione sino a formare montagne e ‘subdurre’ sotto le croste continentali. Il primo assunto nonché indiscusso fondamento della tettonica a placche prevede che il raggio della Terra si sia mantenuto costante, o pressoché tale, in un arco di tempo pari a 4.500 milioni di anni.

Figura 1: Striping magnetico simmetrico lungo parte della dorsale medio-oceanica dell’Oceano Atlantico (Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Plate_tectonics#Explanation_of_magnetic_striping)

 

CONTRIBUTI ALLA MODERNA TEORIA DELLA TETTONICA
Nel 1947, utilizzando la nave oceanografica Atlantis del Woods Hole Oceanographic Institution, un gruppo di scienziati capitanati da Maurice Ewing confermò l’esistenza di un innalzamento del fondo marino nell’Oceano Atlantico centrale; tale innalzamento è ora noto con la definizione di “dorsale medio-oceanica”. I ricercatori scoprirono inoltre che la sezione del fondo marino sottostante lo strato di sedimenti era di basalto – non, come ritenuto in precedenza, di granito, uno dei principali elementi costitutivi dei continenti. Oltre a ciò, rilevarono che la crosta oceanica è assai più sottile della crosta continentale.
Tutte queste nuove scoperte suscitarono importanti e stimolanti quesiti sul modo in cui consideriamo la crosta oceanica. Il dato più rilevante è che l’oceano non è, come ritenuto in precedenza, semplicemente crosta continentale “oceanizzata” ricoperta da acqua marina.
A partire dagli anni Cinquanta, ricorrendo a strumenti magnetici (magnetometri) ricavati e adattati da dispositivi aerei elaborati durante la Seconda Guerra Mondiale per individuare i sommergibili, gli scienziati inoltre iniziarono a rilevare sul fondo oceanico anomali profili magnetici. Tale scoperta, per quanto inattesa, non fu del tutto una sorpresa poiché si sapeva che il basalto, roccia vulcanica ricca di ferro che costituisce il fondo oceanico, contiene un minerale fortemente magnetico denominato magnetite, il quale può determinare distorsioni locali sui rilevamenti effettuati con la bussola. Ancor più importante, dato che la presenza di magnetite conferisce al basalto proprietà magnetiche misurabili, i profili magnetici del fondo marino da poco scoperti fornivano un importante mezzo per studiare la distribuzione delle rocce vulcaniche per ciascuno dei vari fondali oceanici.
Man mano che negli anni Cinquanta si procedeva alla mappatura di zone sempre più estese di fondale marino, si scoprì che i profili magnetici non erano fenomeni isolati o casuali; al contrario, rivelavano strisce ‘zebrate’ simmetriche vicino alle dorsali medio-oceaniche. Strisce di roccia alternate risultarono disposte in file parallele su ambo i lati della dorsale medio-oceanica, una striscia dotata di polarità normale e quella adiacente di polarità inversa. Lo schema complessivo, definito da queste bande alternate di roccia a polarità normale e inversa, è divenuto noto con la denominazione di “striping magnetico”.
La scoperta di questo schema di striping magnetico simmetrico suggeriva una stretta correlazione fra le dorsali medio-oceaniche e le strisce. Nel 1961 alcuni scienziati (in particolare il geologo statunitense Harry Hess) iniziarono a formulare la teoria secondo cui le dorsali medio-oceaniche contraddistinguono strutturalmente zone deboli in cui il fondo oceanico è stato lacerato longitudinalmente lungo la cresta della dorsale medio-oceanica. Si avanzò l’ipotesi che nuovo magma vulcanico proveniente dalle profondità terrestri dovesse salire attraverso queste zone deboli e infine eruttare lungo la cresta delle dorsali sino a formare nuova crosta oceanica. Tale processo, in seguito definito “espansione dei fondali oceanici”, opera nel corso di milioni di anni e continua a formare nuovo fondale oceanico per tutta la lunghezza del sistema di dorsali oceaniche di 60.000 chilometri che ora si sa essere presente in tutti gli oceani.
Tale ipotesi è corroborata da riscontri di vario genere. In corrispondenza o nei pressi delle dorsali medio-oceaniche le rocce sono assai giovani e diventano man mano più vecchie allontanandosi dalla cresta della dorsale. Le rocce più giovani in corrispondenza della cresta della dorsale presentano sempre una polarità attuale (normale). Le strisce di roccia parallele alla cresta della dorsale si sono rivelate dotate di polarità magnetica alternata (normale-inversa-normale, etc.), a indicare che nel corso della storia il campo magnetico terrestre si è invertito numerose volte.
Dato che spiegava tanto lo striping magnetico zebrato quanto la formazione del sistema delle dorsali medio-oceaniche, l’ipotesi dell’espansione dei fondali oceanici acquisì rapidamente sostenitori. Per di più, a quel punto la costa oceanica assumeva la connotazione universale di naturale “registrazione magnetica” della storia relativa alle inversioni del campo magnetico terrestre.
Il successivo lavoro svolto dalla Commissione per la Mappatura Geologica della Terra e dall’UNESCO nel corso degli anni Ottanta, nel 1990 portò alla pubblicazione della Mappa Geologica Mondiale del fondale oceanico (Figura 2). In questa mappa globale lo striping magnetico esaminato in precedenza è stato ulteriormente elaborato. Datando le età dei fondali oceanici secondo intervalli regolari per ciascun oceano e confrontandole con lo striping magnetico, gli scienziati sono riusciti a delineare la crosta del fondale oceanico in base alle età delle rocce.
Questo sta a significare che, ad esempio, le strisce gialle in figura 2, situate fra le più giovani strisce rosse e le più vecchie strisce arancione, rappresentano rocce vulcaniche eruttate lungo le antiche dorsali medio-oceaniche durante il Miocene, protrattosi fra i 6 e i 23 milioni di anni fa. All’epoca le rocce più giovani rosse e rosa non esistevano e le due strisce gialle del Miocene erano congiunte lungo la rispettiva dorsale medio-oceanica comune.

Figura 2: Mappa Geologica Mondiale (Commissione per la Mappatura Geologica della Terra e UNESCO, 1990)

 

IMPORTANTI CONSIDERAZIONI
A questo punto vanno esaminate a fondo alcune considerazioni assai importanti inerenti alla mappatura crostale illustrata nelle figure.
• In primo luogo, lo striping illustrato in figura 2 indica che ciascun oceano contiene una dorsale medio-oceanica (attualmente accentrata sotto le linee rosa) e ciascun oceano sta aumentando la propria area superficiale nel tempo. Tale incremento di area superficiale si rivela simmetrico entro ciascun oceano. L’età massima della crosta di fondale esposta corrisponde al Primo Giurassico – all’incirca 165 milioni di anni (aree di colore azzurro chiaro).
• In secondo luogo, in un immaginario processo di andare a ritroso nel tempo ciascuna delle strisce illustrate in figura 1 e 2 deve essere rimossa in successione e i corrispondenti margini di ciascuna striscia colorata devono essere avvicinati man mano che si retrocede; vale a dire che le rocce vulcaniche (e analogamente le acque oceaniche) entro ciascuna striscia devono essere restituite al mantello da cui hanno avuto origine.
• In terzo luogo, indipendentemente dalla teoria tettonica di riferimento, andando a ritroso nel tempo ciascun continente deve essere riavvicinato in precisa conformità con i riscontri dello striping documentati in figura 2.
• In quarto luogo, la subduzione delle croste sotto i continenti è un artificio della premessa fondamentale della tettonica a placche, ovvero un raggio terrestre costante. I riscontri simmetrici dello striping non vanno a sostegno della subduzione, fenomeno non necessario se la Terra sta aumentando il proprio raggio.
Va inoltre tenuto in considerazione che quando venne inizialmente avanzata la teoria della tettonica a placche nessuno o ben pochi dei riscontri di datazione o striping magnetico erano disponibili. La distribuzione globale della datazione e dello striping magnetico fu di fatto completata in seguito, allo scopo di quantificare la storia dello spostamento di placca e quindi la storia della tettonica a placche di ciascun oceano.

TETTONICA DI ESPANSIONE VERSUS TETTONICA A PLACCHE
Come affermato in precedenza, i fondamentali riscontri utilizzati per quantificare tanto la teoria della tettonica a placche quanto quella della tettonica di espansione sono identici. La differenza fra le due teorie si riduce semplicemente all'eventualità che la presunta necessità della premessa di un raggio terrestre costante sia vera o falsa.
Nella teoria della tettonica a placche si presume che il raggio terrestre si sia mantenuto essenzialmente costante nel tempo. Quando nuove rocce vulcaniche vengono iniettate lungo gli assi di espansione della dorsale medio-oceanica, i fondali si ampliano consentendo la formazione di crosta oceanica più recente. Per sostenere la teoria di una Terra a raggio costante, un analogo quantitativo di preesistente crosta oceanica o continentale deve quindi essere distribuito altrove e restituito al mantello tramite un ipotetico processo denominato "subduzione". Tale processo rappresenta la base della teoria della tettonica a placche e risulta di conseguenza essenziale per soddisfare la premessa di una Terra a raggio statico.
In alternativa, nel caso di una Terra soggetta a tettonica di espansione, le medesime rocce vulcaniche iniettate lungo gli assi di espansione della dorsale medio-oceanica si ampliano e vanno ad aggiungersi all'area superficiale del fondale oceanico: tale aumento dell'area superficiale dei fondali oceanici è un riflesso dell'incremento del raggio della Terra, quindi non vi è alcuna necessità di ridistribuzione netta della crosta in eccesso tramite processi di subduzione.
Nel contesto di una Terra soggetta a tettonica di espansione, prima di circa 200 milioni di anni fa i moderni bacini oceanici non esistevano. All'epoca, tutta la crosta continentale risultava unita a formare un singolo supercontinente denominato Pangea, che racchiudeva l'intera Terra antica secondo circa il 52 per cento dell'attuale raggio terrestre. Invece dei moderni oceani, una rete di mari di profondità relativamente ridotta ricopriva le parti basse del supercontinente 'pangeano'. Tutte le croste vulcaniche dei fondali oceanici relativamente recenti, nonché gran parte delle acque oceaniche e dell'atmosfera, erano trattenute all'interno del mantello da cui hanno avuto origine.
Quantunque sia lecito addurre argomentazioni pro e contro ambedue le teorie, va sottolineato che esattamente i medesimi frammenti crostali che costituiscono tanto gli antichi supercontinenti quanto i continenti moderni sono adattabili con precisione, in una sorta di puzzle sferico, su una Terra con raggio minore, sino a formare un singolo supercontinente. Quindi il quesito a cui rispondere è: si tratta di un fenomeno empirico fattuale o di una semplice coincidenza?

Figura 3: Modelli sferici di tettonica di espansione dal Primo Giurassico ai giorni nostri. I modelli illustrano il relativo incremento del raggio della Terra nel corso della sua storia e includono continenti fondamentali più geologia oceanica. (Geologia successiva alla Mappa Geologica Mondiale della Commissione per la Mappatura Geologica della Terra e dell’UNESCO, 1990)

 

PANORAMICA SULLA TETTONICA DI ESPANSIONE
Attualmente numerosi ricercatori immaginano l'accettazione della tettonica di espansione come processo tettonico plausibile in quanto frustrata da rilevanti ostacoli che presumibilmente "superano le prove a sostegno".
Tali opinioni si basano su ricerche decisamente datate e a quanto pare emotive e dogmatiche condotte fra gli anni Cinquanta e Settanta, molto prima dell'avvento della moderna tettonica a placche, della tecnologia informatica, della facoltà di raccolta dati a livello globale e della comunicazione multimediale. Malauguratamente, le medesime opinioni ormai sorpassate compaiono sulla letteratura recente in assenza di un'adeguata indagine scientifica, a dispetto dei recenti progressi compiuti dalla ricerca sulla tettonica di espansione.
La teoria della tettonica di espansione elimina semplicemente dall'attuale teoria tettonica una premessa fondamentale: vale a dire, l'assunto che il raggio terrestre si mantenga costante. Eliminando tale premessa, ci troviamo dunque nella condizione di applicare principi scientifici corretti onde verificare se i dati globali vengano di fatto spiegati in modo migliore su una Terra con un raggio soggetto a incremento nel corso del tempo.
L'ultimazione della mappatura magnetica oceanica e della datazione della crosta sottostante a tutti i principali oceani terrestri (figura 2) ha fornito un importantissimo strumento utile a quantificare la tettonica di espansione. Tale mappatura dei fondali oceanici ha posto limiti di tempo finiti alla storia del movimento della placca indicato in tutti gli oceani risalenti a prima del Primo Giurassico (vale a dire, sino a circa 200 milioni di anni fa). Nel contesto della tettonica di espansione si impiega tale mappatura per quantificare sia la ricostruzione della placca sia la velocità di generazione crostale su modelli di Terra più piccola.
In figura 3 sono illustrate quattro immagini di un set di 11 modelli, dal Primo Giurassico sino al presente. In seguito si è proceduto a far risalire tali modelli sino all'iniziale Eone Archeano (circa 4.500 milioni di anni fa), nonché a proiettare un modello (non riportato in questa sede) sino a cinque milioni di anni nel futuro.
Per elaborare ciascuno dei modelli, ci si limita a rimuovere in successione le strisce di tempo geologico più vecchie parallele alle dorsali di espansione medio-oceaniche  (figura 2). Quindi ciascuna placca crostale viene ripristinata secondo una configurazione pre-espansione o pre-estensione con un raggio terrestre ridotto rispettivamente lungo la placca o il margine continentale comune. Rimuovendo successivamente la crosta oceanica giovane e riunendo le placche continentali e oceaniche lungo le rispettive dorsali medio-oceaniche comuni, ciascuno dei modelli riportati in figura 3 dimostra una concordanza di placca migliore del 99 per cento.
Su questi modelli, durante il Triassico (il periodo temporale antecedente al Giurassico) la crosta continentale nonché i sedimenti depositati attorno ai margini continentali risultano quindi avvolgere la terra come un guscio continentale completo secondo un raggio terrestre pari al 52 per cento di quello attuale. All'epoca, i sedimenti lungo i margini continentali (indicati dal colore bianco in figura 3) formavano una rete globale, a rappresentare la posizione di mari poco profondi che attorniavano e ricoprivano parzialmente le antiche terre continentali.
Questa peculiare concordanza delle terre e dei mari antichi dimostra che la tettonica di espansione è senza dubbio un processo plausibile. Il modelling delle croste oceaniche e continentali su un modello di Terra a raggio ridotto elimina efficacemente la necessità di frammentare arbitrariamente i continenti allo scopo di mantenere un raggio terrestre costante; al contempo elimina la necessità di smaltire tramite subduzione la crosta oceanica in eccesso in concomitanza con la formazione di ciascun oceano moderno.

RISCONTRI GEOLOGICI, GEOGRAFICI E GEOFISICI
Tutte le rocce contengono un'immensa quantità di riscontri geologici, geografici e geofisici che, all'occhio esperto, hanno da raccontare una storia complessa ma mutevole di formazione, cambiamento metamorfico, azione chimica ed erosiva degli agenti atmosferici, influssi climatici, attività biotica e 'patrimonio' metallico. Impiegando i modelli in figura 3 ora disponiamo di una piattaforma sulla quale mettere assieme tutti i riscontri fisici tali da individuare la posizione di antichi poli ed equatori, distribuzioni delle terre emerse, montagne, calotte di ghiaccio, mari e linee costiere, ricostruzione storica di distribuzione, schemi di dispersione ed estinzione di flora e fauna, antiche zone climatiche comprese fra calotte polari e zone equatoriali, nonché formazione e distribuzione delle risorse di metalli e idrocarburi.

Antichi poli magnetici
In particolare, i dati pubblicati relativi all'antico polo magnetico (l'ubicazione degli antichi poli magnetici desunta dalla misurazione del magnetismo residuo nelle rocce ricche di ferro) forniscono prove conclusive a sostegno della tettonica di espansione. Quando si tracciano tali dati del polo magnetico su modelli di tettonica di espansione, si dimostra che tutti i dati del polo si configurano come poli nord e sud diametralmente opposti per ciascun modello.
Tali modelli indicano che durante il Supereone Precambriano e nel Paleozoico l'antico polo nord era situato nella Mongolia-Cina orientale. Quando i continenti migrarono lentamente verso sud in concomitanza con il susseguente aumento del raggio terrestre, si verificò un'evidente migrazione polare in direzione settentrionale attraverso la Siberia sino all'attuale ubicazione del Polo Nord, nell'Oceano Artico.
Analogamente, l'antico polo sud del Precambriano e del Paleolitico era situato nell'Africa centro-occidentale e quando i continenti migrarono lentamente verso nord si verificò un'evidente migrazione in direzione meridionale lungo le linee costiere sudamericane e dell'Africa occidentale sino all'attuale ubicazione del Polo Sud, in Antartide.
Le ubicazioni di questi poli magnetici, nonché gli antichi equatori derivati, confermano in modo indipendente le ricostruzioni del modello illustrato in figura 3 e indicano ancora una volta che la tettonica di espansione è senz'altro un processo plausibile.

Antica geografia
L'antica geografia della Terra costituisce la base per la definizione delle interrelazioni fra continenti emersi, bracci di mare interposti, montagne e movimenti crostali, quindi consente, su una Terra soggetta a espansione tettonica, la quantificazione di convenzionali supercontinenti quali Pangea, Gondwana, Laurentia, Baltica, Laurussia e Rodinia.
Quando tracciate su modelli di tettonica di espansione, le antiche linee costiere indicano che durante la ricostruzione i vasti oceani Panthalassa, Tethys e Iapetus non sono necessari. Questo è dovuto al fatto che su una Terra soggetta a tettonica di espansione tutti gli oceani moderni vengono rimossi e i continenti assemblati su una singola crosta continentale; tali oceani presunti vengono invece sostituiti da mari Panthalassa, Tethys e Iapetus meno vasti, situati sopra o fra gli antichi continenti.
Gli iniziali mari Panthalassa e Iapetus si svilupparono fra il Primo Permiano e il Primo Giurassico (da 260 a 165 milioni di anni fa) come poco profondi bacini sedimentari rispettivamente all'interno delle regioni dell'attuale Oceano Pacifico nord-occidentale e dell'Oceano Atlantico settentrionale; tali bacini in seguito si aprirono e si estesero progressivamente durante il Mesozoico e il Cenozoico, sino a diventare i moderni oceani Atlantico e Pacifico. Per converso, il Mare di Tethys ebbe origine durante l'iniziale Supereone Precambriano come mare continentale situato all'interno dell'area che attualmente corrisponde ad Asia ed Europa; in seguito si ampliò progressivamente aumentando la propria area durante il Precambriano, il Paleozoico e il Mesozoico, nel corso della espansione crostale e la susseguente formazione dei moderi oceani.
Quindi, su una Terra soggetta a espansione tettonica i cambiamenti dei livelli dei mari risultano avvenire come mutamento della distribuzione dei mari continentali e come reazione al cambiamento climatico nonché a movimenti crostali, orogenesi, erosione e apertura dei moderni oceani post-Permiano e produzione di nuova acqua presso le dorsali medio-oceaniche.
Tutti questi cambiamenti modificarono gli antichi profili costieri e sfociarono in un cambiamento delle aree delle terre continentali emerse. Tale dato è confermato dalla distribuzione delle rocce sedimentarie quali scogliere calcaree nonché dei fossili di specie terrestri e marine, tutti elementi dipendenti dal clima.
Ricostruzioni di supercontinenti convenzionali quali Pangea, Gondwana e Rodinia nonché di sub-continenti minori, effettuate su una Terra soggetta a tettonica di espansione, dimostrano che invece di essere il risultato di dispersione-amalgamazione casuale o di eventi di collisione, ciascun assemblaggio continentale è progressivo e rappresenta un processo evolutivo di formazione della crosta.
Il tratto distintivo dei continenti ricostruiti su ciascun modello di tettonica di espansione è l'interrelazione fra bacini sedimentari continentali, la rete di mari continentali e la rete di movimenti crostali. La variazione di ciascuno di questi fenomeni nel tempo ha determinato cambiamenti nella distribuzione delle terre continentali emerse. La configurazione di supercontinente viene quindi definita da una progressiva estensione dei bacini sedimentari continentali, dai movimenti crostali in atto e dai cambiamenti dei livelli marini quando i moderni oceani si aprirono ed estesero rapidamente la propria area sino ai giorni nostri. 

(Fine parte 1; originariamente pubblicato su NEXUS nr. 86)


L'autore:
Il Dr. James Maxlow, nato in Inghilterra nel 1949, si è trasferito in Australia nel 1953. Ha una laurea in geologia (1971) conseguita presso il Royal Melbourne Institute of Technology nonché una laurea di secondo grado (1995), seguite da un dottorato in geologia con specializzazione in tettonica globale (2002), conseguito presso la Curtin University of Technology, Perth, Western Australia. Ha lavorato per un quarto di secolo in gran parte del territorio australiano in veste di geologo minerario e di esplorazione. Da quando ha conseguito i suoi titoli accademici, il Dr. Maxlow è attivamente coinvolto nella diffusione dei pregi della teoria dell’espansione della Terra e ha al suo attivo conferenze in Giappone, Grecia e Australia. Inoltre è implicato nella produzione di software e DVD finalizzati alla promozione della tettonica di espansione terrestre come plausibile alternativa alla tettonica a placche comunemente accettata oggigiorno.
Il Dr. Maxlow ha scritto vari articoli per NEXUS (vedere nr.i 33, 36 e 61); autore di Terra Non Firma Earth, è stato uno degli oratori in occasione del Convegno di NEXUS tenutosi a Brisbane nel 2005.
Per contatti, contact@jamesmaxlow.com; per ulteriori informazioni, visitate il suo sito web http://www.jamesmaxlow.com.


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