Cleve Backster, specialista dell’uso del poligrafo, scoprì che tutte le forme di vita – piante, batteri o cellule umane – hanno una percezione intrinseca del proprio ambiente, a cui reagiscono. Questa scoperta impone una ridefinizione della coscienza e potrebbe portare in futuro a una comunicazione inter-specie.

[Un estratto dell'intervista di Derrick Jensen a Cleve Backster pubblicata su NEXUS New Times n.125, disponibile nel nostro shop].


Una porta verso la comunicazione con altre forme di vita

Quasi 20 anni fa, incontrai Cleve Backster (1924-2013) per un’intervista sull’intelligenza delle piante. No, Backster non era un botanico. Era uno dei maggiori esperti mondiali sull’uso del poligrafo, ovvero la macchina della verità. So che può sembrare uno strano collegamento, ma ascoltate la sua storia e vi sarà tutto più chiaro. Appena dopo la Seconda guerra mondiale, lavorava per la CIA come specialista in interrogatori, e fondò all’interno della stessa Agenzia una scuola sull’uso del poligrafo. Negli anni Sessanta lasciò la CIA e creò la Backster School of Lie Detection, destinata ad agenti di polizia. Si tratta della più longeva scuola sul poligrafo che esista.
Backster sapeva indicare esattamente il momento in cui il maggiore interesse della sua vita cambiò per sempre, dagli interrogatori all’intelligenza delle piante: la mattina del 2 febbraio 1996, quando il poligrafo che stava utilizzando segnava 13 minuti e 55 secondi dall’inizio di una seduta. Aveva minacciato il benessere del soggetto, nella speranza di suscitare una reazione. Il soggetto aveva avuto una reazione elettrochimica alla minaccia. Ma il soggetto era una pianta. Ecco la sua storia.

“Le piante non mi interessavano particolarmente, ma c’era una svendita nel negozio di fiori al piano terra del palazzo, e la segretaria comprò un paio di piante per l’ufficio: un ficus elastica, e poi questa dracena, il cosiddetto tronchetto della felicità. Le avevo innaffiate fino a saturazione – mettendole sotto il rubinetto finché l’acqua non scorreva dal fondo dei vasi – ed ero curioso di vedere quanto ci avrebbe messo l’umidità a raggiungere l’apice. Mi interessava soprattutto la dracena, perché l’acqua doveva risalire per tutta la lunghezza del fusto e poi raggiungere le estremità delle foglie lunghe. Pensavo che mettendo il rilevatore per la risposta galvanica cutanea del poligrafo sull’estremità di una foglia, sulla carta si sarebbe registrato un calo di resistenza quando l’umidità fosse arrivata in mezzo agli elettrodi... Notai sul grafico qualcosa che assomigliava alla risposta umana che si rileva con il poligrafo: decisamente non quello che mi aspettavo per dell’acqua che entra in una foglia.

“La macchina della verità funziona secondo il principio che quando le persone percepiscono una minaccia al proprio benessere, hanno una risposta fisiologica prevedibile. Quando si usa il poligrafo durante un’indagine per omicidio, si potrebbe chiedere al sospetto: ‘Sei stato tu a sparare il colpo fatale?’, eccetera. Se la risposta vera fosse ‘Sì’, il sospetto avrebbe paura di essere scoperto a mentire, e gli elettrodi sulla sua pelle capterebbero la risposta fisiologica a tale timore.

“Quindi iniziai a pensare a come potevo minacciare il benessere della pianta. Per prima cosa provai a intingere una foglia vicina in una tazza di caffè caldo. La pianta diede un vago segno, che oggi interpreto come noia: la linea sul grafico continuava a tendere semplicemente verso il basso. Poi, quando il grafico segnava 13 minuti e 55 secondi, mi venne in mente di bruciare la foglia. Non lo dissi ad alta voce, non toccai la pianta, non toccai il macchinario. Eppure la pianta impazzì. La penna schizzò rapidamente in cima al grafico. L’unico elemento nuovo a cui la pianta poteva aver reagito era la mia immagine mentale.

“Andai nell’ufficio a fianco a prendere dei fiammiferi dalla scrivania della mia segretaria. Ne accesi uno e lo passai con estrema leggerezza su una foglia vicina. Mi accorsi, però, che stavo già assistendo a una reazione talmente estrema che non avrei potuto notare un qualsiasi incremento. Allora tentai con un approccio diverso: Rimossi la minaccia riportando i fiammiferi nella scrivania della mia segretaria. La pianta si calmò immediatamente.
“Compresi subito che stava succedendo qualcosa di importante. Non mi veniva in mente nessuna spiegazione scientifica convenzionale. Non c’era nessun altro nei laboratori, e io non stavo facendo nulla che avrebbe potuto provocare un innesco meccanicistico. Da quella frazione di secondo, la mia consapevolezza non è più stata la stessa. Tutta la mia vita da quel momento era votata alla ricerca su questo fenomeno.”


La percezione primaria di ogni forma di vita

Cleve denominò l’azione della pianta percezione primaria. Scoprì che non sono solo le piante a esserne capaci.

“Ho osservato con sorpresa le capacità di percezione fino al livello dei batteri. Un campione di yogurt, per esempio, si accorge di quando un altro viene nutrito. È come se dicesse: ‘A lui viene dato il cibo. Dov’è il mio?’ Il fenomeno accade con un buon grado di ripetibilità. O se prendiamo due campioni di yogurt, ne colleghiamo uno agli elettrodi e facciamo cadere nell’altro degli antibiotici, lo yogurt con gli elettrodi mostra una reazione intensa alla morte dell’altro. E non è neppure necessario che si tratti di batteri dello stesso tipo.
“Il primo gatto siamese che io abbia mai avuto mangiava soltanto pollo. Tenevo un pollo cotto nel frigorifero del laboratorio, e ogni giorno ne staccavo un pezzo per darlo al gatto. Quando ormai il pollo stava per finire, la carcassa era in frigo da giorni e si era già avviata una proliferazione batterica. Un giorno avevo dello yogurt collegato al macchinario, e quando tirai fuori dal frigo il pollo per iniziare a staccare pezzi di carne, lo yogurt reagì. Allora misi il pollo sotto una lampada a infrarossi per portarlo a temperatura ambiente, e il calore che colpiva i batteri creava reazioni ancor più intense nello yogurt.”

Gli chiesi come faceva a sapere che non era lui a influenzarlo.

“All’epoca non mi resi conto della reazione. C’erano minuscoli interruttori in tutto il laboratorio, e ogni volta che eseguivo un’azione premevo un interruttore, che innescava a distanza la scrittura di un tratto su un grafico. Solo in seguito confrontai la reazione dello yogurt con quello che era successo nel laboratorio.”

Lo yogurt reagì ancora quando il gatto iniziò a mangiare?

“Questo è interessante: a quanto pare i batteri hanno un meccanismo di difesa tale per cui in situazioni di pericolo estremo vanno in uno stato simile allo choc. È come se svenissero. Questo succede anche a molte piante. Se le disturbi abbastanza, il loro grafico diventa piatto. Apparentemente è quello che accadde ai batteri, perché non appena giunsero nel tratto digestivo del gatto, il segnale sparì. Da quel momento in poi, il tracciato era piatto.”


A sinistra: allestimento interno per verificare l'Effetto Backster. L'amplificatore a corrente continua è sulla sinistra, collegato tramite il cavo schermato alla foglia e al potenziometro. Il dispensatore di nutrienti è nel vaso.

A destra: il galvanometro a corrente continua e i circuiti elettronici sviluppati per testare la risposta "emotiva" delle piante di yucca all'esterno. La pianta che si vede nella fotografia dà un'idea delle dimensioni dell'apparecchio.


Cleve proseguì:
“Una volta mi trovavo in aereo, e avevo con me un piccolo rilevatore di reazioni galvaniche a batteria. Appena gli assistenti di volo iniziarono a servire il pranzo, tirai fuori il rilevatore e dissi all’uomo che avevo di fianco: ‘Vuole vedere una cosa interessante?’ Misi una foglia di lattuga fra gli elettrodi, e quando la gente iniziò a mangiare l’insalata rilevammo una reattività, che si interruppe quando le foglie entrarono in choc. ‘Aspetti che vengano a riprendere i vassoi’, dissi, ‘e guardi cosa succede’. Quando gli assistenti di volo ci tolsero i vassoi, la lattuga riacquistò la sua reattività. Io ero seduto in un posto che dava sul corridoio, e mi ricordo ancora di quel passeggero intrappolato vicino al finestrino che non poteva sfuggire allo scienziato pazzo che collegava un apparecchio elettronico alle foglie di lattuga.
“Il punto è che la lattuga era andata in uno stato protettivo per non soffrire. Quando il pericolo era terminato, la reattività riprese.
“Questa interruzione elettrica a livello cellulare è legata, credo, allo stato di choc in cui cadono anche gli esseri umani quando vivono un trauma estremo.”

Piante, batteri, foglie di lattuga...

“Uova. Quando abitavo a New York avevo un Dobermann pinscher a cui davo da mangiare ogni giorno un uovo. Un giorno avevo collegato una pianta a un grande rilevatore di reazioni galvaniche, e quando ruppi l’uovo il rilevatore impazzì. Da quel momento passai centinaia di ore a monitorare le uova. Fecondate o no, non importava; è sempre una cellula vivente, e le piante percepiscono quando si interrompe la continuità. Anche le uova possiedono lo stesso meccanismo di difesa. Se le minacci, il tracciato diventa piatto. Se aspetti circa 20 minuti, tornano a reagire.

“Dopo aver lavorato con piante, batteri e uova, ho iniziato a chiedermi come avrebbero reagito gli animali. Ma non potevo tenere fermo un gatto o un cane abbastanza a lungo da ottenere un monitoraggio significativo. Allora pensai di provare con gli spermatozoi umani, che sono in grado di sopravvivere al di fuori del corpo per lunghi periodi di tempo, e sono certamente abbastanza facili da ottenere. Mi feci dare un campione da un donatore, e lo misi in una provetta con gli elettrodi, poi feci allontanare il donatore dallo sperma, diverse stanze più in là. Il donatore inalò del nitrito di amile, che fa dilatare i vasi sanguigni ed è usato convenzionalmente per arrestare un ictus. La sola azione di sbriciolare il nitrito di amile causò una reazione notevole nello sperma, e quando il donatore lo inalò, lo sperma impazzì...


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L’autore:
Acclamato come filosofo-poeta del movimento ambientalista, Derrick Jensen è autore pluripremiato di 20 libri fra cui The Myth of Human Supremacy, Endgame e A Language Older Than Words. È diplomato in scrittura creativa alla Eastern Washington University e laureato in fisica e ingegneria dei minerali alla Colorado School of Mines. Ha insegnato alla Eastern Washington University e alla prigione di stato di Pelican Bay. Ha un nutrito pubblico, conquistato grazie al suo spirito rivoluzionario, a cui si rivolge negli auditorium universitari, ai congressi e nelle librerie.
Derrick Jensen può essere contattato per posta elettronica all’indirizzo derrick@derrickjensen.org. Per maggiori informazioni si visiti il sito www.derrickjensen.org.

Nota di redazione:
Questo articolo è tratto dal terzo capitolo del libro di Derrick Jensen The Myth of Human Supremacy (Seven Stories Press, New York, USA, 2016, www.sevenstories.com). Su NEXUS nr.56 era stata pubblicata una precedente versione dell’intervista di Derrick Jensen a Cleve Backster.