Imparando a ritrovare il legame con la natura e con le altre forme di vita, possiamo scoprire la saggezza delle piante. La loro chimica si intreccia in una rete complessa con la vita di tutti gli organismi, preservandoli e addirittura guarendoli quando sono malati.


Per gran parte del periodo in cui gli esseri umani hanno abitato la Terra, la loro integrazione nell’ambiente è stata tale per cui, fino a tempi piuttosto recenti, non vi era separazione fra uomo e natura. Questa concezione trova un riscontro nel sapere che giunge a noi dalla maggior parte delle culture indigene e antiche: questi popoli non avvertivano sé stessi e la natura come entità separate. L’intimo intreccio dell’umanità con le altre forme di vita durante tutta l’evoluzione significa che l’intero sviluppo della specie umana, in quanto specie distinta, non si può separare dagli ecosistemi in cui si è sviluppata. Una simile interconnessione con l’ambiente è talmente fondamentale per la nostra specie che, in definitiva, non possiamo comprendere noi stessi come esseri umani senza conoscere in una certa misura la natura stessa. Poiché l’esperienza della natura e delle altre forme di vita è integrata tanto profondamente nella storia della nostra specie, l’uomo possiede una predisposizione genetica verso la natura e le altre forme di vita: tuttavia occorrono delle esperienze specifiche per attivarla. Edward O. Wilson chiama questo sentimento o interesse innato verso le forme e i sistemi viventi, ovvero per la natura, biofilia.

Questa affinità innata verso tutte le forme di vita – verso cose che nella prospettiva occidentale non appaiono neppure come vive – è stata sistematicamente denigrata fin dai tempi dei poeti romantici. Difficilmente viene mai insegnata durante il processo educativo.
Fra gli scienziati e gli insegnanti c’è la tendenza ad attribuire uno speciale status ontologico o di realtà fondamentale alle particelle scoperte dai fisici, e si vede il tentativo di emulare o privilegiare questo orientamento in altre discipline. C’è una convinzione intrinseca per cui la comprensione della fisicità e interrelazione della materia nella sfera più microscopica in qualche modo riesca meglio a integrare le persone nella realtà rispetto ad altri approcci. Si crede generalmente che un sistema occidentale basato sulla scienza possa avvicinare la gente al modo in cui le cose sono “davvero” e che quindi abbia più valore. Alla base di questa convinzione c’è un altro presupposto, più radicato, per cui adottare un sistema simile ci dà una conoscenza sufficiente per avere un controllo effettivo sulla natura e sulle malattie. Di conseguenza, gli si attribuisce una sorta di supremazia fra gli approcci per descrivere il mondo. Altri approcci, come quelli che riguardano l’interiorità della natura, per esempio, da questa prospettiva appaiono “nebulosi”, meno accurati, non altrettanto utili o reali. La sede della coscienza e della percezione che viene esercitata in questo approccio alla realtà è, naturalmente, il cervello, e in particolare i suoi lobi frontali.

 

La relazione fra cuore e cervello

Di contro, alcune ricerche interdisciplinari emergenti – inizialmente avviate da ricercatori “popolari” più che da scienziati istituzionali – indicano che il cuore non è una semplice pompa muscolare, ma una parte del cervello con lo stesso numero di neuroni sensoriali posseduto da certe regioni subcorticali del cervello. Fra il cervello e il cuore esistono fenomeni di retroazione biologica strettamente interconnessi, nei quali vengono scambiate informazioni sulla percezione del mondo da parte del cuore. Il cuore usa un linguaggio emotivo altamente dettagliato per percepire e descrivere il mondo, e queste descrizioni vengono inviate al cervello, che le analizza ed elabora una risposta. I due organi essenzialmente effettuano un’analisi attraverso due meccanismi diversi per ottenere la migliore comprensione del mondo in cui vive un individuo umano. Mentre la mente apprende attraverso modelli analitici, il cuore utilizza la sua capacità di generare dei complessi unici di sentimenti-Gestalt per comprendere la realtà interiore del mondo che lo circonda. Il cuore apprende un mondo vivo in cui ogni cosa possiede una profondità interiore, un punto di vista e una vitalità. Come commentava lo psicanalista junghiano James Hillman, il cuore è l’organo che “percepisce le corrispondenze fra le sfumature della coscienza e i livelli dell’essere” ed è coinvolto nella “interpenetrazione fra la coscienza e il mondo” [dalla lezione “Thoughts of the Heart”, 1981]. Il cuore ha una capacità naturale di trovare l’unicità delle cose, di sperimentare un’intimità con ciascun evento particolare. Gli antichi Greci chiamavano questa capacità aisthesis. Sviluppare la capacità dell’aisthesis permette all’essenza vivente unica che è presente in ogni cosa di fluire nell’uomo attraverso l’organo di percezione che è fatto per riceverla: il cuore.

 

Due prospettive sulla vita

Nell’Occidente di oggi, la capacità di percepire in questo modo è limitata per via dei tanti decenni in cui la pedagogia ha posto l’enfasi sul ragionamento analitico. Anzi, siamo incoraggiati a smettere di ascrivere vitalità, anima, profondità o intelligenza al mondo esterno per adottare invece una visione dominante: l’universo come macchina. Siamo addestrati a vedere tutte le specie come unità isolate senza connessione con l’ecosistema più vasto in cui vivono o il sistema ancor più vasto della Terra stessa. Questa prospettiva – che noi o qualsiasi forma di vita possiamo essere considerati come entità isolate dalle altre forme di vita – è stata codificata nella nostra attuale epistemologia culturale. È una visione tutt’altro che esatta e ha avuto impatti terribilmente negativi sulla Terra e sugli ecosistemi umani.
Da molto tempo si dà per scontato (e si insegna) che il DNA sia una specie di programma software predefinito che determina la forma e i comportamenti degli organismi. Invece, il DNA è in realtà un organo altamente flessibile della cellula, tant’è vero che esistono numerose strutture cellulari che non hanno altro scopo che mediare la ridisposizione del DNA. Si dà per scontato che i batteri non abbiano intelligenza e siano solo portatori virulenti di malattie: da qui la guerra della medicina ai batteri infettivi. La combinazione di queste due concezioni, come hanno dimostrato molti epidemiologi e ricercatori, non ha prodotto altro che disastri. In realtà, i batteri sono estremamente intelligenti (sebbene i ricercatori tendenzialmente parlino di intelligenza genomica) e in presenza di antibiotici mettono in atto una ridisposizione promiscua del DNA. Creano attivamente delle soluzioni per contrastare gli antibiotici – anche antibiotici che non hanno mai incontrato – che poi insegnano ad altri batteri. L’uso sconsiderato degli antibiotici ha creato quelli che molti giornalisti hanno soprannominato super-germi: batteri virulenti che non reagiscono ad alcun antibiotico noto. Molti ricercatori oggi prevedono che ci saranno epidemie di batteri resistenti, più virulenti di tutti quelli visti in passato.

Questo tipo di problema nasce in parte dal fatto di considerare gli altri membri dell’ecosistema terrestre come qualcosa di non vivo o intelligente, privo di un’interiorità o un’anima. Le culture antiche e non-tecnologiche in genere concepiscono l’Universo come qualcosa di vivo, non una macchina fatta di pezzi che si possono capire smontandoli e studiandoli. Queste due prospettive, una volta interiorizzate, non solo cambiano il modo di vedere la vita, ma anche l’esperienza che si ha della vita.
La tensione fra queste due prospettive – l’Universo come organismo vivente e l’Universo come macchina – è immediatamente percepibile. Consideriamo questa poesia di Norbert Mayer:

Proprio ora / Una pietra ha avuto paura / Quando mi ha visto / È fuggita / Fingendosi morta.

Confrontiamola con questa osservazione di Ken Wilber [in A Brief History of Everything, p. 149]:

... Tutto ciò che potete avere in comune tu e il tuo sasso portafortuna è che cadete alla stessa velocità.

Se vi concedete un attimo per indugiare su queste frasi e interiorizzarle, noterete una distinta differenza nel sentimento che suscitano. Recito la poesia di Mayer a centinaia di persone ogni anno, e la reazione è sistematicamente la stessa. Quando pronuncio l’ultimo verso, i loro visi si illuminano e ridono. A ciascuno di noi viene in mente qualcosa che sappiamo già: che la Terra, le piante, le pietre sono qualcosa di vivo. C’è in questo una gioia naturale, infantile, che percepiamo immediatamente con tutto il corpo.

La frase di Wilber, di contro, ha effetti piuttosto diversi. Qualche volta la gente ride, ma non quanto per la poesia di Mayer. Parlare di un sasso portafortuna crea un senso di denigrazione sarcastica, dunque la risata è sarcastica e si riferisce all’umorismo di Wilber, al pensiero di una persona così sciocca da attribuire un valore affettivo a un sasso e all’immagine della persona e del suo amico sasso che cadono insieme. Molto più spesso, appena questa frase penetra nel corpo c’è silenzio, poi un sospiro addolorato, una tristezza generale. La gioia infantile che accompagna la poesia di Mayer si dissolve. La poesia di Mayer attiva un senso di vitalità personale e di meraviglia tipico dei bambini. La frase di Wilber sposta la percezione dell’ascoltatore dal corpo alla mente, al pensiero, a un cervellotico sarcasmo; alcuni ascoltatori si sentono contrariati o istupiditi. E forse è proprio questo l’obiettivo del commento: far sembrare stupida la convinzione – e chiunque la sposi – che i sassi siano in qualche modo vivi, che abbiano un valore uguale alle persone, che esista una vita di questo genere nell’Universo. Ognuna di queste frasi rappresenta un’epistemologia distinta. Ciascuna, interiorizzata, plasma l’esperienza e la percezione dell’individuo.

In tempi più antichi, quando si percepiva la natura come viva, dotata di intelligenza e anima, si verificava un processo naturale. La gente aveva un legame con la natura, molto simile a quello che oggi si ha con gli animali domestici o i propri familiari. Questo legame – che è diventato sempre meno frequente con il prevalere di una visione meccanicistica – generava un certo tipo di atteggiamento verso la natura. Quello che descrive Wilson è un aspetto della biofilia, l’affinità emotiva dettata dalla genetica o innata verso tutte le altre forme di vita della Terra, ma rappresenta anche il manifestarsi di un lato più profondo della biofilia: la biognosi.

L’immersione continua nella natura in cui sono supportati e incoraggiati processi di attaccamento permette una saggezza più profonda: la conoscenza diretta e profonda della natura che non può ridursi alla somma di tante informazioni accumulate. Si acquisisce una conoscenza delle interazioni complesse dei sistemi naturali o del contributo dei singoli membri senza che si riesca a definire con precisione ogni fase del processo. Anzi, probabilmente non c’è alcuna fase: il sapere giunge attraverso visioni o guizzi di intuito. La conoscenza, a causa dell’immersione nella biofilia, viene comunicata direttamente dallo stesso ambiente, piante o animali. Potrebbe esserci un fattore saliente che porta la conoscenza al livello di consapevolezza, ma i tanti elementi che ci sono stati prima sono e rimangono inconsci: un’espressione dell’antica interazione fra gli organismi intessuta nella matrice che ha dato loro la vita come specie: un’interazione fra specie che sono, nella loro essenza, parenti.

 

Le piante e il loro linguaggio

Fu nel 1803 che Friedrich Sertürner isolò dall’oppio i primi singoli elementi costituivi delle piante e li chiamò alcaloidi, circa 140 milioni di anni dopo che le complesse piante terricole li avevano creati per motivi propri. Nello schema delle cose, non è da molto tempo che si studia la chimica delle piante: non è ancora stata compresa molto bene. Considerate che ciascuna delle 275.000 diverse specie di piante che si stima ci siano sulla Terra contiene da varie centinaia a varie migliaia di sostanze chimiche uniche. La maggior parte di queste specie si manifesta sotto forma di milioni di individui differenti, e tutti generano varianti diverse, spesso anche notevolmente diverse, sul tema chimico della propria specie. Una pianta con mille diversi componenti chimici è letteralmente in grado di combinarli in milioni di modi. Ad aumentare la complessità c’è il fatto che queste combinazioni, aggiunte a quelle di altre piante o altri organismi, producono risultati sinergici che non sono prevedibili. Anche una minuscola differenza in un dosaggio o una combinazione può produrre risultati significativamente differenti.
Insomma, il poco che le persone sanno attualmente sulla chimica delle piante non è granché. Questa ignoranza è amplificata dalla nostra tendenza (dovuta all’educazione che abbiamo ricevuto) di pensare alle piante come insensibili insalate o materiali da costruzione coinvolti in processi produttivi chimici che sono avvenuti solo per caso e, di conseguenza, non hanno uno scopo o un significato.

 

Fitoesistenzialismo

Eppure, eccoci. Le piante, a quanto pare, producono e rilasciano i loro complessi composti chimici per dei motivi specifici. I fagioli di Lima infestati dai tetranichidi (un tipo di acaro) rilasciano una miscela di oli volatili (terpenoidi) che attraggono un acaro predatore che si nutre di tetranichidi. La pianta capisce esattamente da che tipo di acaro è attaccata analizzandone chimicamente la saliva. Ciascuna specie di piante produce una diversa miscela di composti volatili a seconda del tipo di tetranichide che la infesta. La miscela richiamerà solo il predatore che si nutre di quel tipo di acaro. Ma la loro risposta chimica va ben oltre la difesa, ben oltre le leggi della sopravvivenza.

 

Impollinazione e impollinatori

Gli impollinatori delle piante vanno dai pipistrelli alle zanzare, topi, formiche, opossum, api, scimmie, scarabei, lucertole, mosche, uccelli, farfalle, pteropotus. A impollinare le piante ci sono almeno 1.500 specie di uccelli, 15.000 vespe, 40.000 api, 20.000 specie di farfalle e falene, 14.000 mosche e 200.000 scarabei, 165 pipistrelli e 300 altre specie di mammiferi. Probabilmente l’80% di tutte le piante da fiore viene impollinato dagli scarabei. Il 40% delle angiosperme ha un impollinatore primario dominante e numerosi altri impollinatori meno regolari. Alcune piante ne hanno solo uno. Negli ultimi 40 milioni di anni, ciascuna delle specie di fico nel mondo – un numero compreso fra 700 e 900 – è stata impollinata da un proprio tipo specifico di vespa del fico. Spesso la loro vita è reciprocamente interdipendente: nessuna può sopravvivere senza l’altra.

La stragrande maggioranza degli impollinatori viene attratta verso le proprie piante da specifici composti chimici prodotti esclusivamente per loro, e che sono attivi in quantità estremamente esigue. Il moscerino della frutta Dacus dorsalis, per esempio, reagisce anche ad appena 0,01 microgrammi (cento milionesimi di grammo) del composto di feromoni metileugenolo prodotto dalle piante della specie Cassia. Il composto è talmente specifico che persino una variazione minima nella sua composizione chimica annulla la reazione da parte del moscerino.
Visto questo tipo di specificità, le piante creano un’amplissima gamma di composti volatili che attirano gli impollinatori. L’odore della carne putrescente, delle feci fresche, della frutta marcia o certi aromi floreali hanno tutti una componente chimica a cui gli impollinatori rispondono. Tuttavia, la maggior parte dei “richiami” chimici – e ce ne sono milioni – non ha alcun odore. Viene captata da recettori che negli invertebrati prendono il nome di organi vomeronasali (OVN). Nei mammiferi, gli OVN si trovano nel naso e la loro unica funzione è introdurre e trasportare fino al cervello le sostanze aromatiche complesse che piante e animali emettono in minime quantità. Sono talmente sensibili nell’uomo che anche una sola parte per miliardo di sudore femminile in acqua distillata, posta su un cotton-fioc sul labbro superiore di un’altra donna, stimola il suo corpo a iniziare a mestruare in armonia con la prima. Tutti gli impollinatori e tutti gli esseri viventi terricoli possiedono gli OVN o un loro equivalente: si tratta di recettori per le complesse comunicazioni chimiche espresse dalle piante.
Molte piante agevolano questo processo. Innalzano la temperatura nei propri fiori (spesso considerevolmente) per aumentare la volatilizzazione dei propri composti aromatici nell’aria. Incrementano la produzione aromatica quando il polline è maturo, e variano la quantità e il tipo di sostanze volatili prodotte in momenti diversi per attirare impollinatori diversi. Poiché gli impollinatori notturni non possono affidarsi a elementi visivi, molte piante incrementano la produzione di sostanze volatili di sera. I diversi composti si diffondono nell’atmosfera a velocità diverse, permettendo agli impollinatori di capire a che distanza si trovano dalla fonte. Grazie a questi richiami chimici, le api sono in grado di operare in un raggio di 60 miglia [quasi 100 km] e ricordarsi ogni pianta da fiore con la relativa posizione.

Le piante da fiore continueranno a rilasciare composti aromatici, anche aumentandone la quantità, finché tutti i loro semi saranno fecondati o finché il fiore appassirà e cadrà. Spesso, perché ciò accada, occorrono numerose visite degli impollinatori. Le capsule del tabacco, per esempio, contengono 2.500 semini minuscoli che richiedono 2.500 fecondazioni (che nel caso del tabacco devono avvenire entro 24 ore) in uno spazio largo meno di un millimetro e mezzo. Appena la fecondazione è completa, la produzione e la volatilizzazione delle sostanze aromatiche cessa.
Poiché il nettare è un componente essenziale nella dieta di gran parte degli impollinatori (per alcuni è l’unico alimento), gli elementi costitutivi del nettare vengono alterati a seconda di quando arriveranno gli impollinatori primari e di quale tipo di impollinatore si attende. Per esempio, i calabroni hanno bisogno di un contenuto molto maggiore di amminoacidi (e le piante glielo danno) rispetto alle api, per via della loro incapacità di consumare grandi quantità di polline. Simili interazioni pianta-impollinatore possono essere eccezionalmente complesse e coinvolgere numerose piante e insetti.
Le farfalle Heliconius depongono le uova sulla passiflora tropicale, agendo da impollinatori primari della pianta. Le larve di farfalla si nutrono della passiflora e sequestrano nel proprio corpo i suoi composti alcaloidali per proteggersi dagli uccelli dopo la trasformazione in farfalla. Mentre ciascuna delle 45 specie di Heliconius è specializzata per un particolare tipo di passiflora, le specie di passiflora limitano intenzionalmente il proprio raggio di diffusione. In una certa area non ci sono mai più di 10 specie diverse. E anche se fra le numerosissime specie di passiflora esistono foglie dalla forma simile, nessuna di queste 10 specie avrà foglie simili. Ogni passiflora di quell’area usa sostanze chimiche e richiami visivi diversi (forma delle foglie) per le rispettive specie di farfalla. Ma la complessità di questa interdipendenza non si ferma qui: entrano in gioco anche altre piante locali, le specie Anguria. Le farfalle Heliconius si nutrono del polline dell’Anguria, effettuando un’impollinazione incrociata delle piante durante le loro visite. L’Anguria genera nel proprio polline esattamente l’azoto necessario per supportare la produzione di uova delle farfalle Heliconius. E nonostante le farfalle prendano il polline anche da altre fonti, è solo l’azoto del polline dell’Anguria che viene incorporato direttamente nelle loro uova. Le piante di Anguria e passiflora coordinano la schiusa dei propri fiori e l’emissione di sostanze chimiche in modo da essere visitate in successione.

 

La chimica pervasiva delle piante

Questo uso della chimica delle piante da parte delle forme viventi degli ecosistemi è pervasivo. Le sostanze prodotte dalle piante servono da ormoni della muta, feromoni sessuali, precursori alimentari di sostanze protettive, proteine essenziali, amminoacidi e lipidi e anche da medicine curative.
Le piante producono sempre più sostanze di quante ne servono per la propria salute; queste sostanze vengono rilasciate nelle comunità vegetali e negli ecosistemi per il loro mantenimento. Come avviene per tantissimi altri aspetti del mantenimento degli ecosistemi, le piante avvertono quando i membri della propria comunità sono malati e offrono le proprie sostanze per guarirli. Queste sostanze vengono inviate dove occorrono attraverso reti sotterranee di miceli dei funghi, oppure sono richiami chimici ad attirare l’animale o l’insetto alla pianta che ne ha bisogno.
 

Le piante e le loro sostanze chimiche naturalmente fanno molte altre cose. Sono intimamente interconnesse con la vita di tutti gli organismi della Terra. E i loro ruoli sono ancora più complessi. Le piante non esistono solo per sé stesse: creano e mantengono la comunità della vita sulla Terra. Le piante producono le sostanze chimiche necessarie a tutte le forme di vita e guariscono altri organismi viventi quando sono malati.


Continua...


La prima parte di questo articolo è stata pubblicata originariamente su NEXUS New Times n. 111, Agosto - Settembre 2014 (CLICCA QUI per maggiori informazioni o acquisto):

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Sullo stesso argomento ti suggeriamo anche la lettura dell'articolo La Musica delle Piante a firma di Simone Vitale, sull'ultimo numero di NEXUS New Times (disponibile in edicola e nel nostro shop):

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L’autore:

Stephen Harrod Buhner è un poeta della Terra e autore pluripremiato di 20 libri su natura, culture indigene, ambiente e medicina erboristica. Viene da una stirpe di guaritori, fra cui Leroy Burney, Chirurgo Generale degli Stati Uniti durante la presidenza di Eisenhower e Kennedy, ed Elizabeth Lusterheide, levatrice ed erborista che lavorava nelle campagne dell’Indiana all’inizio del XIX secolo. A influenzare principalmente il suo lavoro, però, è stato il suo bisnonno C. G. Harold, che utilizzava molto l’erboristeria quando iniziò a lavorare come medico nell’Indiana rurale del 1911. Gli scritti di Buhner sono citati dai media di tutto il Nord America e l’Europa, come Common Boundary, Apotheosis, Shaman’s Drum, New York Times, CNN e Good Morning America. Buhner tiene ogni anno conferenze negli USA su temi come la medicina erboristica, la sacralità delle piante, l’intelligenza della natura e gli stati mentali necessari per abitare al meglio la Terra. È un instancabile sostenitore della reintroduzione nella società americana dell’artista esploratore, dello studioso indipendente, del naturalista amatoriale e dello scienziato cittadino, specialmente come contrappeso per l’influenza della scienza e della tecnologia dominate dal mondo corporativo.

I libri più recenti di Buhner sono:
Plant Intelligence and the Imaginal Realm: Beyond the Doors of Perception into the Dreaming of Earth (Bear & Company, 2014) (seguito di The Secret Teachings of Plants, Bear & Co., 2004);
Healing Lyme Coinfections: Complementary and Alternative Treatments for Bartonella and Mycoplasma (Healing Arts Press, 2013);
Herbal Antivirals: Natural Remedies for Emerging & Resistant Viral Infections, Storey Publishing, 2013.

Stephen Harrod Buhner può essere contattato tramite The Foundation for Gaian Studies, Silver City, New Mexico, USA; e-mail info@gaianstudies.org; sito Web http://gaianstudies.org. La versione integrale di questo articolo è disponibile all’indirizzo http://gaianstudies.org/articles2.htm.