Vi ricordate di questa notizia? Anzi, l'avevate mai letta prima di oggi (eccezion fatta per i fedeli lettori di PuntoZero)? Ma soprattutto, ne avete più saputo niente? A distanza di qualche anno, nel silenzio sugli sviluppi di questa vicenda, un "oggetto smarrito" che non mancherà di suscitare qualche interrogativo...


Più di mezzo milione di studenti delle scuole superiori e medie in Giappone potrebbe soffrire di astinenza da un nuova droga, ormai diffusa quasi ovunque: il web.
Non una boutade, ma un vero allarme che ha spinto le autorità nipponiche a pensare a dei veri e propri campi di disintossicazione per aiutare gli adolescenti che non riescono a staccarsi volontariamente dalla rete.

Il progetto, che nasce da un'indagine compiuta dal ministero dell'Educazione giapponese sulla dipendenza da Internet, prevede l'istituzione di strutture in cui gli affetti da tale disagio possano imparare a vivere senza computer ("elaboratori" in italiano), telefoni cellulari e videogiochi.
Sta diventando molto più che un problema”, afferma Afikume Sekine, portavoce del Ministero, al Daily Telegraph,

“stimiamo che affligga 518mila bambini delle scuole medie e superiori in tutto il Giappone, ma questa statistica sta crescendo e per quanto ne sappiamo potrebbero essercene moltissimi altri”.

Ad agosto, il gruppo di ricerca del professor Takashi Oida dell'università di Nihon ha reso noti i dati del primo studio nazionale sulla diffusione della nuova sindrome tra gli adolescenti nipponici, basato sulle risposte date da 98mila studenti tra ottobre 2012 e marzo 2013. In particolare, nel questionario fornito loro veniva chiesto se si fossero mai sentiti spinti a prolungare il numero di ore spese online per sentirsi appagati, se abbiano tentato (senza riuscirvi) di uscire da questa dipendenza e se la loro attività virtuale compromettesse le relazioni con familiari e amici. In base alle risposte fornite, 7.952 (l'8,1%) sono stati ritenuti “patologicamente” dipendenti da Internet, mentre il 23,2% ha difficoltà a prendere sonno ed il 15,6% passa la notte in bianco. Restando sulle percentuali, secondo lo studio gli scolari che spendono più di 5 ore al giorno per la navigazione virtuale sono tra il 14 ed il 15% ed una percentuale simile quantifica gli studenti di scuola media che spendono in rete lo stesso numero di ore anche nel fine settimana, per salire al 21% tra gli studenti delle superiori. Su questi numeri, il Ministero ha così quantificato almeno 518mila studenti che soffrono di dipendenza dal mondo virtuale. Tra gli effetti collaterali di un utilizzo eccessivo di Internet, il gruppo del prof. Oida include disordini nutrizionali e del sonno, sintomi di depressione, quando non addirittura trombosi, ossia la formazione di grumoli di sangue dovuti al mantenimento della stessa postura per molte ore. Ovviamente, a risentirne sono anche le qualità umane di bambini ed adolescenti, oltre che le loro prestazioni scolastiche: incapacità di concentrazione, blackout emozionali e forti manifestazioni di rabbia quando privati (spesso dai genitori) dei propri aggeggi elettronici. Un copione già visto con la dipendenza da videogiochi e televisione, che oggi si allarga ad Internet, grazie anche all'ampia diffusione di smartphone, iphone, tablet e ipad, che permettono di navigare pressoché ovunque.

Spostandoci a Sud, in Australia il Sydney Morning Herald denuncia la diffusione della stessa problematica tra giovani e giovanissimi del Nuovissimo continente.

“Per i bambini, giocare è un'istanza necessaria, ma l'utilizzo della tecnologia è un potenziale problema”,

 afferma al quotidiano australiano Mike Kyrios, direttore del Centro di ricerca sulle scienze psicologiche e del cervello. L'Australia, infatti, è stata uno dei primi paesi ad offrire un trattamento pubblico e ad istituire cliniche per trattare il disagio, in virtù dell'inserimento del “disordine dall'uso di internet” nel 5° manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali (DSM-V). Un rimedio diverso da quello proposto nel Sol Levante, dove si pensa di integrare i campi di disintossicazione con centri di apprendimento, in cui fanciulli e ragazzi siano costretti ad interagire maggiormente con il mondo reale, partecipando ad attività all'aperto, giochi e sport di squadra, con psichiatri e psicoterapeuti disposti ad aiutare chi trovasse troppo traumatica la transizione da virtualità a realtà.

“Vogliamo portarli fuori dal mondo virtuale ed incoraggiarli ad avere una comunicazione reale con i coetanei e con gli adulti”,

 spiega Afikume Sekine.

Una comunicazione ben diversa, quindi, da quella dei social network, che sembrano (a dispetto del loro nome) peggiorare le relazioni umane anziché rafforzarle. Come conferma Ethan Kross, che insegna psicologia sociale all'università del Michigan ed è autore di uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS, sulle emozioni provate dagli utilizzatori delle reti di condivisione virtuale.

“In superficie, Facebook sembra una risorsa essenziale per rispondere alla necessità umana di mantenere relazioni sociali”, invece “più che favorire lo scambio di emozioni positive [nelle relazioni, ndr], abbiamo riscontrato che l'uso di Facebook produce il risultato opposto: le distrugge”.

Insomma, in un'epoca in cui l'amicizia virtuale sembra non negarsi a nessuno e l'indice di popolarità si misura con la quantità di “mi piace” sul proprio profilo virtuale, ritrovare un po' di umanità sembra quanto mai necessario.

In particolare, la realtà giapponese forse anticipa l'involuzione umana della tecno-dipendenza, se si considerano i dati forniti dall'Associazione giapponese per l'educazione sessuale: il 40% delle studentesse ed il 35,1% dei loro omologhi maschi tra i 16 ed 19 anni dichiarano di non nutrire alcun interesse sessuale, contro il 17,5% di cinque anni prima. Si potrebbe obiettare che le percentuali sono facilmente falsificabili ed utilizzabili per dimostrare qualsiasi cosa ed il suo contrario, e magari non ci si allontanerebbe dal vero, ma la tendenza a preferire il sesso virtuale al contatto carnale è forse l'aspetto più estremo della virtualizzazione del reale. 
Una virtualizzazione della vita che può portare al verificarsi di episodi paradossali come quello successo in Corea del Sud nel 2010, quando una coppia di genitori (adulti in questo caso) è stata arrestata per aver lasciato quasi morir di fame il proprio figlio, perché impegnata per ore in un videogioco online in cui i due dovevano... crescere un bambino virtuale. Forse è proprio questo il rischio più grande: dimenticare la vita reale per un suo surrogato. Ne vale la pena?

Pubblicato originariamente su PuntoZero, Aprile 2014, nella rubrica "Sotto la Lente"


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