L’avvento sempre più imperante e penetrante della multiforme realtà artificiale dei mass media ha provocato la scomparsa e la desertificazione della soggettiva realtà fino a sostituirla con l’ingannevole iper-realtà, ovvero una perfetta simulazione mediatica o virtuale della realtà che prende il posto del reale in quanto il falso iper-reale sembra più vero dell’autentico. La simulazione non elimina il reale ma, al contrario, occulta proprio il fatto che non vi sia più il reale in modo tale da confondere perfettamente il virtuale con il reale.  Il virtuale non distrugge la realtà ma paradossalmente la propone come vera.
 In questa “prigione artificiale”, il virtuale assume caratteristiche “programmabili” perché rende manipolabile il reale in quanto tutto viene, in un certo senso, gestito all’interno di un’interattiva informazione omologata e preconfezionata secondo una logica comunicativa chiusa e priva di senso critico. 

«Viviamo sempre più immersi nell’iperreale. Il termine coniato dal sociologo francese J. Baudrillard trent’ anni or sono mi sembra oggi di stretta attualità. L’iperreale è un luogo, anzi un non-luogo, fatto di simulacri, di previsioni, di stime, di calcoli statistici, e costituisce il nostro futuro prossimo» (Filippo Domenicali). 

Nella “realtà informatizzata”, viene annullato il senso estetico delle cose, l’apertura dialettica o l’immaginazione individuale per lasciare spazio a una fredda programmazione digitale del mondo. Il rapporto con il virtuale pianificato è direttamente presente in ogni istante o espressione della vita perché non v’è differenza alcuna tra come elaboriamo i dati informatici e nel modo in cui organizziamo il tempo libero o il lavoro. Abbiamo, di conseguenza, scarse possibilità di poter accedere a un universo di informazioni originali su cui poter esprimere davvero la nostra alterità.
        In una tale struttura sociale pianificata e virtualmente funzionale, l’attività umana o il pensiero diventano solo dei passivi mezzi operativi diretti all’amministrazione tecnica del sistema dominante. Pertanto, dobbiamo stare molto attenti ad applicare, in modo univoco, il software Windows. Microsoft non ha raggiunto solo il monopolio del mercato ma ha anche realizzato, in un certo senso, una particolare piattaforma informatica adatta alla pianificazione mediatica della realtà. Il programma che gestisce la manipolazione dei dati è il mezzo informatico con cui certe notizie possono facilmente entrare nelle case, insieme alla televisione, proprio come avviene nel “Grande Fratello” di Orwell. Il fatto grave è proprio questo. Se un sistema operativo non ti permette realmente di gestire liberamente l’informazione a tuo piacimento, senza essere spiato e senza essere costretto a dover seguire particolari e complesse procedure tecniche, esiste il rischio di dover essere collaudati alla sottomissione di una certa amministrazione che vuole usare il mezzo informatico per chiudere un determinato tipo di comunicazione aperta e soggettiva, in modo da costringere a ragionare secondo piatti schemi di pensiero coloro che navigano in Rete o adoperano programmi informatici. 

«Secondo Gilles Deleuze non si tratta più di una forma di controllo che si presenta come “stampo”, esprimendosi nelle istituzioni chiuse che impartiscono a tutti lo stesso addestramento, ma piuttosto di un sistema capace di integrare le differenze individuali, e che porta ad estenderle a dismisura: più siamo “globali” e, cittadini delle società occidentali avanzate, lasciamo dietro di noi un numero maggiore di tracce e di scie elettroniche, più esse permettono di approfondire la conoscenza della nostra personalità; più ci muoviamo, più lasciamo tracce. Per questo la nuova sorveglianza lavora in un assetto a “geometria variabile” in grado di adattarsi al potenziale differenziale degli individui.» (Filippo Domenicali). 

È come se esistesse una grande mentalità aziendale a senso unico che organizza operativamente tutto e tutti secondo una perversa logica frattale.
 

   


   Il modello Windows, nella sua evoluzione fino alle attuali versioni, facilita molto la multimedialità rendendo più operativa e fruibile la partecipazione pubblica ma all'interno di un contesto comunicativo circoscritto dove l’informazione, prima di essere diffusa e usata, viene precostituita o “preconfezionata” dall’establishment secondo criteri operativi prettamente funzionali nel manipolare le nostre scelte. I messaggi della Rete, in sintesi, vengono organizzati in modo ideale e capillare per poter integrare e diffondere il condizionamento culturale del sistema. Le previsioni di oltre quindici anni fa dello scrittore Renato Pestriniero suonano adesso davvero profetiche: 

«E fra non molto sarà l’uomo massa a modificare di suo pugno una realtà che non gli interessa in quanto appare sempre più estranea: quando verrà realizzata la convergenza tra le tecnologie video (TV-videoregistratori-laser disc) e quelle informatiche (computer-software interattivi) gli basterà manovrare il mouse per richiamare qualsiasi fotogramma, scorporarlo e ingrandirlo, cambiarlo di posizione e ripeterlo. L’azione verrà decisa dall’uomo massa in una farsa di libero arbitrio, allora riprese già addomesticate potranno dare origine a migliaia di soluzioni scelte direttamente dal fruitore». 

Se la televisione interattiva diviene in grado di interfacciarsi totalmente con i computer mediante un opportuno software come Windows, allora l’intero universo legato alla comunicazione digitale è destinato a programmare e spiare le nostre scelte od opinioni, anche senza il nostro consenso.
       Non possiamo agire davvero liberamente se non siamo in grado di dar vita a una gestione autonoma e creativa dei dati e della comunicazione. Il rischio è che crediamo di comunicare in Internet in modo completamente libero oppure autonomo con la totale scelta o condivisione dell’informazione multimediale, quando invece in realtà siamo semplicemente intrappolati a un sistema multimediale perfettamente omologato e chiuso. Questo controllo avviene perché  

«oggi viviamo in una società in cui realtà spurie sono costruite dai media, dai governi, dalle multinazionali, dai gruppi religiosi, dai gruppi politici; ed esistono le apparecchiature elettroniche che permettono di trasmettere questi pseudomondi direttamente nella testa del lettore, dello spettatore, dell’ascoltatore» (Philip K. Dick). 

Il più delle volte noi selezioniamo, quasi involontariamente o meccanicamente, un campo di messaggi che i mass-media diffondono o pubblicizzano come i più importanti. Scegliendo passivamente questo insiemi di dati, noi finiamo per adattare il più possibile la nostra percezione della realtà a una realtà mediale costruita esternamente e artificialmente dai mezzi di comunicazione, senza esserne realmente  consapevoli.

         Il famoso politologo italiano Sartori, nel suo libro Homo videns, avverte che è in atto una sorta di “mutazione genetica” nell’uomo dipendente dalla televisione. A causa di continue e martellanti trasmissioni visive da parte della Tv, sta nascendo una nuova generazioni di videodipendenti che valuta per immagini, senza riflettere criticamente sugli eventi che accadono nella realtà. Si è diffuso una sorta di “video-apprendimento” che induce le persone a “sapere per immagini” con la tragica conseguenza di rendere atrofico il facoltoso pensiero umano. Se il sistema operativo segue il modello televisivo tanto da non permettere davvero di evitare le varie e videodigitali informazioni pubblicitarie o politiche provenienti dal Web, allora diventa molto difficile interagire privatamente nel sistema operativo Windows evitando un condizionamento mediatico in grado di inquadrare il nostro modo di navigare su Internet. 
        Non dobbiamo ignorare che non siamo noi i clienti della Rete ma le imprese che acquistano gli spazi pubblicitari. Non a caso, tempo fa, Bill Gates ha tentato di  impossessarsi del motore di ricerca Yahoo per fronteggiare Google nel mercato della pubblicità on-line. Questo è stato molto pericoloso perché il motore di ricerca deve rimanere il più indipendente possibile dal sistema operativo e dai rapporti commerciali onde evitare che l'analisi nel  Web diventi una specie di funzionale e arido schema esecutivo  di Windows. La ricerca in Rete dev'essere il più possibile libera e spontanea senza l'interferenza incisiva causata  dalla manipolazione del mercato oppure da un convenzionale sistema operativo. L’informatizzazione della società ha reso possibile la totale programmazione dell’esistenza umana, la quale è stata convertita su scala globale in una grigia “vita digitale”, perfettamente integrata nel massificato pensiero unico. Debord afferma difatti che non è più possibile per la gente esprimere un’idea personale sulla realtà esistente proprio a causa della continua e soffocante informazione dei media che non lascia spazio alla nascita del pensiero critico del singolo. 
          Il post-francofortese J. Habermas ha criticato la moderna partecipazione politica delle masse, puramente illusoria nell'attuale sistema democratico che è strutturato dai mass media in modo tale da promuovere e produrre scelte politiche predefinite, dove l’opinione pubblica costruita dal potere risulta essere addirittura conforme alla sfera privata. Il condizionamento mediatico diventa assoluto nella realtà mediale quando la realtà non proviene da esigenze o esperienze personali ma da una percezione organizzata simultaneamente dai media. Così facendo, il mondo non è ciò che sentiamo o vediamo individualmente ma è esattamente ciò che altri vogliono farci vedere o sentire come se fosse nostro, dandoci l’illusione di essere sempre bene informati su tutto attraverso la “perfezione” dell’informazione digitale. Le elaborazioni e lo scambio dei messaggi non sono diretti a un contesto critico del reale ma diventano 

«piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale.» (Baudrillard).

       Si tratta, in poche parole, di ritrovarsi a gestire passivamente un grande flusso di notizie, volute solo apparentemente dai consumatori ma strutturalmente definite secondo le strategie di mercato dei grandi gruppi economici, i quali mirano a rendere la comunicazione umana un mezzo prettamente adatto a promuovere un rapporto consumistico e tipicamente operativo  con il mondo. Le tecnologie comunicative e informative riescono a occultare l’assenza di un vero rapporto democratico con il sistema per mezzo della propagazione istantanea e ramificata di una democrazia simulata e commercialmente organizzata in senso spettacolare, dove diventa assai facile diffondere e camuffare la persuasione di massa. Pertanto, se la comunicazione viene ottenuta in base alla diffusione del consumismo inerente alla pubblicità della società delle immagini, la percezione della realtà finisce per uniformarsi in modo unidimensionale a quella massa di dati che vengono opportunamente filtrati e manipolati dal potere, mediante programmi adatti a svolgere quel tipo di elaborazione.