La vicenda della fusione fredda iniziò, apparentemente, con il fragoroso annuncio del marzo 1989. I giornali titolarono che l’energia del sole era stata “racchiusa” in una provetta e che la produzione di energia illimitata e a basso costo era alle porte (1) .

Gli autori della scoperta erano uno stimatissimo elettrochimico britannico di grande esperienza, Martin Fleischmann ed il suo collaboratore Stanley Pons, anche lui elettrochimico e non erano affatto degli scienziati improvvisati. Martin Fleischmann aveva lavorato per molti anni sugli idruri metallici, ossia dei metalli speciali che si imbevono di Idrogeno come delle spugne per poi rilasciarlo al momento opportuno (2). Contemporaneamente anche un altro scienziato, un fisico di nome Steven Jones, annunciò di aver ottenuto una reazione nucleare di fusione a bassa temperatura. Anche Jones aveva un brillante curriculum come fisico impegnato nella fusione “muonica” un tipo particolare di reazione di fusione che utilizza particelle elementari “esotiche”. Non era facile liquidare la scoperta con una alzata di spalle, almeno in assenza di ulteriori verifiche. Tuttavia già alcune settimane dopo iniziò una violentissima campagna di “destrutturazione” della scoperta e dei suoi autori proveniente sia dall’interno che dall’esterno della comunità scientifica.

Non si può comprendere l’eccezionalità di questi annunci se non si conosce la storia delle ricerche sull’energia nucleare.

Il primo reattore nucleare in cui si dimostrava la possibilità di sostenere e controllare una reazione di fissione (3) fu quello realizzato da Enrico Fermi a Chicago nel 1942. Nonostante l’enorme sforzo connesso all’impegno bellico, che portò alla realizzazione ed all’uso delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, la prima centrale nucleare per scopi civili, in grado di immettere energia elettrica nella rete di distribuzione, entrò in funzione solo nel 1955 negli USA. Nel 1950, alcuni fisici russi, tra cui il famoso scienziato Andrei Sakarov, proposero la realizzazione di un reattore sperimentale in cui fosse possibile realizzare una reazione di fusione autosostenuta (ossia in cui l’energia prodotta fosse almeno uguale a quella immessa). Un simile impianto dovrebbe raggiungere al suo interno temperature estremamente elevate, milioni di gradi, simulando le condizioni che i gas raggiungono nelle stelle. Dopo oltre 50 anni di studi è stato recentemente approvato (Novembre 2006) un progetto internazionale per la realizzazione di un gigantesco impianto per dimostrare la fattibilità scientifica e tecnologica del processo di produzione di energia mediante fusione termonucleare. Il futuro impianto, denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor) dovrebbe essere in grado di produrre energia (10 volte di più rispetto a quella impiegata) non prima del 2022.  Dopo oltre 70 anni un nuovo esperimento dimostrativo della fattibilità di una reazione autosostenuta. Costo: più di 10 miliardi di euro!

Nel 1989 due chimici ed un fisico hanno sostenuto che con attrezzature cosiddette “da banco”, ossia da tavolo da lavoro, si poteva realizzare quello che in 50 anni e con investimenti da capogiro sfuggiva a migliaia di colleghi!

A cominciare dal capolavoro organizzativo sotto il profilo scientifico e militare che fu il Progetto Manhattan che portò nel giro di 2 anni alla realizzazione del primo ordigno nucleare della storia, ci sono stati molti esempi di realizzazione di progetti estremamente complessi e delicati: oltre al già citato ITER, tutte le attività della fisica delle alte energie (4), i laboratori del CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) di Ginevra e dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) sotto al Gran Sasso. Il complesso e delicato esperimento che consegnò il premio Nobel per la fisica a Carlo Rubbia nel 1983, riguardava la rivelazione di una particella elementare subatomica, prevista dalla teoria e mai osservata prima in natura. Anche i grandi progetti nella ricerca medica e biologica, il “Progetto Genoma”, la ricerca sul cancro sono esempi di “big science”, di scienza “in grande”.  In tutti questi esempi gli aspetti organizzativi sono quasi preponderanti rispetto agli aspetti scientifici. Lo scienziato, fisico o biologo, si trasforma in “manager di ricerca” per tenere sotto controllo tutte le diverse parti che compongono l’insieme complesso: la finalità della ricerca e la strategia per conseguirla, il reperimento e la destinazione dei fondi, la gestione del gruppo di ricerca che può coinvolgere anche centinaia di scienziati, la realizzazione delle infrastrutture necessarie al funzionamento dei laboratori. Solo pochi, o pochissimi, hanno la visione complessiva dell’esperimento, la maggior parte dei ricercatori coinvolti è concentrata su una porzione di lavoro ad altissima specializzazione e finisce per trasformarsi da scienziato in “esperto”. Lo scienziato moderno assomiglia sempre di più a colui che cerca di guardare al cielo stellato dal fondo di un pozzo: più il pozzo è profondo, più piccola sarà la porzione di cielo che riesce a vedere. La sua specializzazione è la profondità del pozzo da cui guarda il cielo. L’organizzazione del lavoro nella “big science”, fortemente gerarchica, consente un efficiente ottenimento dei risultati ma altrettanto efficientemente è in grado di condizionare la direzione in cui la ricerca può, o deve, andare. La logica della ricerca finalizzata all’ottenimento di risultati di interesse industriale in tempi medio-brevi, (2-3 anni) completa il quadro. Una realtà scomoda ed inquietante è che oggi, i margini per una ricerca realmente libera, sono ridotti quasi a zero. Così, quando accade che qualcuno azzardi una proposta totalmente inaspettata e suscettibile di alterare i meccanismi consolidati, è possibile che si scateni un putiferio: la reazione viene non soltanto da chi lavora per indirizzare la ricerca su alcuni binari invece che su altri, ma anche da parte di coloro che lavorano, duramente, per partecipare alle grandi imprese scientifiche, avendo rinunciato alla creatività ed al gioco in cambio di una “professionalità”.

Nel caso dell’esperimento di Fleischmann e Pons la domanda corretta che la comunità scientifica avrebbe dovuto porsi è se davvero le loro affermazioni fossero da prendere sul serio. Un approccio razionale sarebbe stato dunque, considerato anche  il costo “irrisorio” degli esperimenti,  quello di consentire a questi ed altri scienziati, di continuare le loro attività in tranquillità, anzi, potenziando i mezzi a loro disposizione e contemporaneamente pretendendo estremo rigore. Trattandosi della promessa di una fonte energetica senza scorie e a basso costo, forse il gioco sarebbe valso la candela di un investimento, diciamo di un decimo (o molto meno), rispetto ai costi di un tipico esperimento del CERN o dell’investimento che ogni anno fa l’EURATOM (Comunità Europea dell’Energia Atomica). Ma le cose non sono andate così. Anzi.

Nei mesi immediatamente successivi al Marzo 1989 si susseguirono sulla stampa scientifica una serie di articoli sulle misure di Fleischmann, Pons e Jones. Si trattava di esperimenti fatti in gran fretta nei laboratori in cui si disponeva già, per qualche motivo pregresso, della strumentazione necessaria, tentando semplicemente di ripetere la ricetta degli elettrochimici. Ci furono anche molti fisici teorici che si cimentarono in interpretazioni. Ma accanto agli esperimenti che confermavano i risultati, molti riferivano di fallimenti nei tentativi di riprodurre il fenomeno. Intanto infuriava, letteralmente, una feroce polemica tra i cosiddetti “credenti” e coloro che si ostinavano a non credere. In un articolo comparso su “La Repubblica” del 6 marzo 1990, l’autorevole decano della fisica italiana, Carlo Bernardini, usava parole di disprezzo nei confronti della fusione fredda chiamando Fleischmann e Pons “adescatori” della pubblica opinione ed irridendo a quegli scienziati “eccitati dai miracoli e dai misteri della complessità” (5).

Fino ad arrivare, esattamente un anno dopo, nel Marzo del 1990 ad un editoriale della “prestigiosa” rivista Nature intitolato più o meno “Addio, senza rimpianti, alla fusione fredda” in cui si annunciava che mai più la rivista avrebbe accettato sulle sue colonne articoli riguardanti la fusione fredda. Orientamento a cui si uniformarono, immediatamente, tutte le altre riviste scientifiche, senza eccezioni.

Sono stata testimone degli avvenimenti fino dal principio di questa vicenda. Nel marzo del 1989 lavoravo già da 2 anni presso il laboratorio di Criogenia (6) dell’ENEA di Frascati con il Prof. Franco Scaramuzzi ed un altro giovane collega ed amico, Antonio Frattolillo. L’annuncio di Fleischmann e Pons ci aveva eccitato, come molti altri colleghi, e spinto all’idea di tentare di riprodurre quei risultati straordinari, sia pure utilizzando le nostre competenze di fisici per evitare le trappole dell’elettrochimica che non ci era familiare. Mettemmo su in pochissimo tempo un esperimento, avvalendoci anche della collaborazione di due altri colleghi, ed ottenemmo quasi subito dei risultati interessanti. Ma quello che accadde subito dopo fu sconcertante: intorno ai nostri risultati venne montato un vero e proprio evento mediatico. L’ENEA convocò una roboante conferenza stampa per annunciare “la via italiana alla fusione fredda”, e per alcune settimane le prime pagine dei giornali e tutte le televisioni furono piene di articoli, foto ed interviste che inneggiavano al nostro lavoro e alla riconfermata capacità degli scienziati italiani di competere alla pari a livello internazionale.  Ancora oggi, provo una strana inquietudine, ricordando quei giorni e quella sensazione di disorientamento e di fastidio per il succedersi vorticoso di avvenimenti assolutamente al di sopra di ogni mia possibilità di controllo, e per quella forte ”sovraesposizione”, tanto del nostro lavoro quanto delle nostre persone. Sebbene molto giovane e con poca esperienza del mondo della ricerca, mi rendevo perfettamente conto che quella situazione, lungi dall’offrirci una scorciatoia per il successo ed aprirci nuove prospettive per le nostre ricerche, ci stava piuttosto dirottando in un vicolo cieco. Un simile processo di “costruzione” dell’immagine pubblica di un ricercatore, ha due finalità immediate: da un lato isolare lo scienziato dalla comunità scientifica, usualmente molto moralista, che non perdona chi cerca (o quanto meno sembra cercare) scorciatoie alla normale dialettica, dall’altro legarlo proprio a quel potere che ne ha voluto esaltare l’immagine, rendendolo così manipolabile e facilmente controllabile.

Apparve subito chiaro che dietro all’esibizione mediatica, non c’era nessuna reale volontà di far proseguire le attività di ricerca. Mi pare di ricordare che l’ENEA stanziò 100 milioni di lire nel 1989 (7) e poi più nulla.

Alcuni colleghi che pure avevano partecipato ai nostri esperimenti, preferirono tornare alle proprie consuete attività, e molti altri, che al principio avevano mostrato interesse, si defilarono lasciando cadere i rapporti di collaborazione già in corso; a volte con signorile distacco, più spesso con risatine ironiche. Naturalmente questo atteggiamento ebbe come primo effetto quello di scoraggiare i giovani, sia nelle università che negli Enti di ricerca, più esposti ai ricatti della carriera, ad accostarsi a questo tipo di ricerca.

Ma per fortuna siamo in Italia dove l’inefficienza del sistema consente di trovare degli spazi in cui lavorare se si è disposti a farsi dimenticare.

Gli esperimenti erano difficili, scarsamente riproducibili, le teorie troppo complesse (8)…tranne una. Tre fisici italiani, Giuliano Preparata, Emilio Del Giudice e Tullio Bressani, avevano pubblicato nel maggio 1989 un articolo su una rivista scientifica in cui si davano le basi per una giustificazione teorica della fusione fredda. La spiegazione era quanto mai affascinante ma soprattutto la teoria apparteneva alla più pregiata e rara specie delle teorie fisiche: quelle in grado di fare previsioni! La teoria indicava la via da seguire agli sperimentali per poter riprodurre le condizioni in cui ottenere il fenomeno e risolvere la drammatica questione della scarsa riproducibilità che stava affossando questa ricerca e che neanche Fleischmann sembrava in grado di risolvere definitivamente.

Ci sono voluti circa 12 anni per giungere ad un esperimento che, seguendo le indicazioni di quella teoria, raffinata negli anni, ne confermava le previsioni. 12 anni di lavoro silenzioso, alla costante ricerca di finanziamenti, senza poter pubblicare per arricchire il curriculum perché, dopo il veto di Nature, nessuna rivista era più disposta ad accettare articoli sulla fusione fredda.  Ma anche 12 anni di grandi soddisfazioni, di studio, di successi sperimentali, di incontri con grandi scienziati e maestri, di entusiasmo. Cresciuti alla scuola illuministica della supremazia della ragione, io ed i miei amici eravamo convinti, come Galileo, che invitare i “nemici” a guardare nel cannocchiale le lune di Giove (9), avrebbe risolto ogni problema: la realizzazione di un esperimento che, secondo le regole condivise dalla comunità scientifica, mostrava la produzione di una quantità anomala di calore proprio nelle condizioni previste dalla teoria doveva essere la prova definitiva per essere riammessi nel corso ufficiale della scienza.

Ancora una volta non andò nel modo sperato. Benché l’esperimento, realizzato con la collaborazione diretta di Giuliano Preparata (10) ed Emilio del Giudice (11), ed il forte incoraggiamento dell’allora Presidente dell’ENEA, Carlo Rubbia, avesse prodotto i risultati sperati fummo, come nel Monopoli, invitati a ricominciare dal via. Ancora una volta il nostro lavoro fu ignorato e le riviste scientifiche interpellate, ben 5, cui proponemmo un articolo per la pubblicazione, lo respinsero rifiutando addirittura di motivare tale decisione(12).

In compenso, questa volta il sistema mostrò una insolita efficienza e la “nicchia” in cui era stato possibile continuare le ricerche fino a quel momento venne definitivamente chiusa (13).

È molto interessante analizzare le giustificazioni addotte da alcuni colleghi per rifiutare di prendere in considerazione la fusione fredda come reale. Uno stimato  collega fisico a cui avevo inviato il rapporto conclusivo dell’esperimento condotto all’ENEA mi ha risposto: “…non sentendomi   competente nel tuo campo non sono in grado di dare un giudizio  professionale sul tuo report. Con questo non sto emettendo giudizi, nè in un senso nè nell’altro. Mi pare, la mia, una ammissione di  incompetenza, non un atto di accusa”. Ma poi, in una conversazione pubblica scrive: “Non esiste una sola  pubblicazione in giro per il mondo che dimostra l’esistenza di fenomeni di FNF (Fusione Nucleare Fredda). Ho ripetutamente (e provocatoriamente) chiesto  a questo forum di indicarmene almeno una, ma non ho MAI ottenuto  risposta. LA FNF, sino ad ora, è una bella chimera”. Questo atteggiamento lascia supporre l’esistenza di un problema metodologico: un fenomeno fisico esiste solo se se ne parla sulle riviste “autorevoli”, il parere ed il convincimento personale, anche di uno stimato professionista, passano in secondo piano di fronte al principio di autorità. Ecco che ritorna il problema dell’”esperto”. Non è più però soltanto un problema metodologico ma diventa strategico se poi, lo stesso fisico afferma: “Capisci quindi la mia posizione, che è semplicemente quella di cercare  di impedire che finanziamenti ingenti vengano dirottati verso ricerche che non hanno (ancora, potrei aggiungere) mostrato di poter portare a risultati tangibili. Le “teorie” (Preparata,…) che sottendono a queste ricerche sono, per quanto ne so, semplicemente non compatibili con il corpus del sapere attuale. In assenza di teorie, e in assenza di esperimenti che, non da me, ma dagli esperti del settore siano giudicati convincenti, che altro si dovrebbe fare?”.  Alcune riviste hanno rifiutato la pubblicazione del nostro rapporto perché hanno sostenuto di non conoscere alcun “esperto del settore”.  Un nuovo settore della fisica perciò, in quanto tale non può aspirare a finanziamenti se prima non viene costituita una categoria di “esperti del settore”. In assenza di finanziamenti non si possono produrre prove convincenti che diano credibilità al settore, invoglino nuovi scienziati a partecipare alle ricerche, producano letteratura scientifica ed, in ultima battuta “esperti di settore”.

Ma siamo davvero sicuri che il progresso della scienza avvenga grazie agli “esperti”? Un grande matematico e filosofo della scienza, Jules-Henry Poincarè (morto nel 1921) scriveva: “Via via che la scienza si sviluppa, diventa sempre più difficile averne una visione complessiva; si cerca allora di dividerla in tanti pezzi e di accontentarsi di un pezzo solo; in una parola ci si specializza. Continuare in questa direzione sarebbe di grave ostacolo ai progressi della scienza. Lo abbiamo detto: sono le connessioni inattese fra diversi domini scientifici che rendono possibili tali progressi”.

La possibilità di produrre energia a basso costo, la realizzazione di tecnologie “leggere” e distribuite sono argomenti che catturano l’attenzione e fanno nascere grandi speranze ma stimolano anche la grande inquietudine dello sfruttamento ad uso “non pacifico” della nuova fonte energetica. Interessi oscuri possono aver lavorato per creare un clima ostile alla fusione fredda, ma la realtà non è un romanzo giallo e non ha il dovere della verosimiglianza, dunque occorre considerare, tra le altre, anche l’ipotesi che la fusione fredda sia stata ignorata semplicemente per “sciatteria intellettuale”. L’eccessiva parcellizzazione della scienza e la paura delle “connessioni inattese” possono aver permesso che interessi tutti estranei alla scienza frenassero il processo della conoscenza perché gli scienziati non sono più in grado di rispondere come una comunità ma solo come un insieme non coerente di esperti. Come sosteneva quel fisico citato, forse davvero la comunità scientifica ha ignorato la nuova scoperta perché non ne ha trovato traccia sulle riviste “rispettabili” le quali non hanno accettato di pubblicare i lavori perché non hanno trovato esperti in grado di giudicarli. Le istituzioni non hanno finanziato le ricerche perché la scarsità dei finanziamenti attribuiti alla ricerca (non solo in Italia) suggerisce di potenziare le attività suscettibili di avere una applicazione industriale in tempi brevi o, come la ricerca sulle alte energie o la fusione termonucleare controllata, di mettere in moto  grandi capitali per la realizzazione delle infrastrutture necessarie agli esperimenti.

Forse davvero non esiste un “complotto” nel senso che non esiste una “volontà” di estromettere la fusione fredda dal panorama della scienza, tuttavia la scienza è oggi organizzata nel suo interno da leggi che tendono ad espellere come estranee le innovazioni troppo “sconvolgenti”. Gli scienziati che occupano le posizioni più rappresentative, dirigenti di ricerca, professori universitari, presidenti di enti scientifici, non obbediscono agli ordini di un “grande vecchio” ed operano nella piena autonomia delle proprie convinzioni, tuttavia soltanto coloro che per convinzione o convenienza concordano con le finalità del sistema possono aspirare a ricoprirne le posizioni dirigenziali, e questo semplicemente a causa di  un processo naturale di selezione che peraltro non è limitato soltanto al mondo della scienza (14).

Ma se così fosse la scienza moderna sarebbe davvero giunta al suo crepuscolo, come è accaduto altre volte nel corso della storia, quando la creatività e l’innovazione hanno dovuto uscire dalle “accademie” per svilupparsi e dare i loro frutti.

Note

(1) La fusione è letteralmente la fusione di due atomi leggeri, usualmente due isotopi (nuclei contenenti un diverso numero di neutroni) dell’idrogeno, l’elemento più leggero in natura. La reazione genera enormi quantità di energia ed è alla base del processo utilizzato nel Sole e nelle bombe termonucleari.

(2) La sua lunga esperienza con l’elettrochimica di questi materiali lo aveva portato a formulare l’ipotesi che l’immagazzinamento del  deuterio nel reticolo del Palladio potesse dare luogo, in condizioni particolari, a reazioni di fusione.

(3) La fissione è un processo fisico in cui il nucleo di un atomo di grandi dimensioni si scinde in due nuclei più piccoli liberando energia. Il processo che avviene è simile a quello della scissione di una grossa goccia d’acqua in due goccioline più piccole.

(4) La fisica delle alte energie è la branca della fisica che studia le reazioni che avvengono tra particelle elementari di dimensioni atomiche o subatomiche. Poiché molte particelle elementari non si trovano libere in natura esse sono prodotte negli urti ad alta energia (da cui il nome) tra particelle più grandi che avvengono nei grandi acceleratori di particelle come, ad esempio, quello del CERN.

(5) Albert Einstein ha scritto: “L’uomo per il quale non è più familiare il sentimento del mistero, che ha perso la facoltà di meravigliarsi davanti alla creazione, è come un uomo morto, i suoi occhi sono spenti”.

(6) La criogenia è la branca della fisica che si occupa della produzione delle basse temperature (fino a circa 273 gradi centigradi sotto lo zero)  e dei fenomeni fisici che avvengono in quelle condizioni estreme.

(7) Quel denaro fu utilizzato, quasi interamente, per acquistare uno strumento più sofisticato di quelli a nostra disposizione, utile nella misura di eventuali radiazioni nucleari emesse nella reazione.

(8) Il rasoio di Ockham impone di scegliere, tra le molteplici cause, quella che spiega in modo più semplice l’evento.

(9) Episodio narrato nella “Vita di Galileo” di Bertold Brecht, nel quale Galileo invita il filosofo ed il matematico inviati dalla corte medicea per valutare il suo lavoro, a guardare nel cannocchiale per rendersi conto di persona della realtà delle sue affermazioni e ne riceve invece un rifiuto con la motivazione che “un occhiale che mostra cose poco probabili, non può che essere un occhiale poco attendibile”.

(10) Giuliano Preparata non assistette al completamento dell’esperimento perché venne a mancare prematuramente nell’Aprile del 2000 quando l’attività di laboratorio era nel pieno dell’esecuzione.

(11) Tullio Bressani smise di occuparsi di fusione fredda dopo alcuni anni dalla pubblicazione dell’articolo citato e Franco Scaramuzzi non aveva voluto seguirci in quella nuova impresa ma ne perseguiva una sua indipendente.

(12) Quando un articolo scientifico viene inviato ad una rivista per la pubblicazione, il responsabile scientifico della rivista individua due o tre scienziati a cui chiedere un parere sulla validità del lavoro presentato.  Il parere espresso sarà vincolante per l’accettazione del lavoro e la sua pubblicazione. Nel nostro caso alcuni responsabili si sono rifiutati di chiedere alcun parere ed hanno respinto il lavoro, altri lo hanno respinto pur riconoscendo la non validità delle obiezioni mosse dagli scienziati interpellati, altri ancora hanno sostenuto di non aver trovato nessuno che accettasse di dare un parere sul lavoro.

(13) Non ottenemmo mai da Rubbia, ne da alcuno, spiegazioni sul perché la nostra attività venne chiusa dall’ENEA.

(14) “Pares cum paribus facillime congregantur”: I simili si accompagnano molto più facilmente con i loro simili.(Cicerone, Cato Maior de Senectute, III.7 )…

Tratto dalla rivista Gaia