Un'anteprima dell'articolo di Sharon Tennison pubblicato sull'ultimo numero di NEXUS New Times, che potete trovare in edicola o nel nostro shop (anche in formato digitale).


Perché il governo statunitense e i media occidentali lo demonizzano?

Replicare alle accuse

Man mano che la situazione in Ucraina è peggiorata, sulla Russia e sul suo presidente Vladimir Putin si sono riversati fiumi di disinformazione e toni sensazionalistici. Giornalisti ed esperti devono perlustrare la rete e i dizionari per trovare nuovi diabolici epiteti con cui descrivere l’una e l’altro.
Ogni volta che tengo delle presentazioni in America, al momento delle domande la prima che mi viene rivolta con tono inquieto è sempre la seguente: “E Putin?” Credo sia arrivato il momento di condividere i miei pensieri in proposito.
Ovviamente Putin ha i suoi difetti e commette degli errori. In base alla mia precedente esperienza con lui, nonché alle esperienze di persone fidate come funzionari statunitensi che hanno lavorato a stretto contatto con l’attuale presidente russo per un certo numero di anni, con ogni probabilità Putin è un uomo diretto, affidabile e dotato d’eccezionale inventiva. È ovviamente una persona capace di pensare e pianificare a lungo termine, e ha dimostrato di eccellere sia come analista sia come stratega. È un leader capace di lavorare in silenzio per raggiungere i propri obiettivi sotto cumuli di accuse e di miti con cui è stato costantemente bersagliato da quando è diventato il secondo presidente della Russia.
Io sono rimasta in silenzio a osservare la demonizzazione di Putin aumentare da quando è cominciata, all’inizio di questo secolo, e ho affidato i miei pensieri e le mie preoccupazioni al mio computer, sperando di riuscire alla fine a includerli tutti in un libro (pubblicato nel 2012 con il titolo The Power of Impossible Ideas). Ovviamente, il libro spiega le mie osservazioni in modo più esauriente di quanto possa fare quest’articolo.

Come altri che hanno avuto esperienze dirette con quest’uomo di cui in realtà si sa poco, ho cercato invano di evitare di essere etichettata come una “apologa di Putin”. Se si dimostra anche soltanto neutrale nei suoi confronti, una persona viene considerata “tenera con Putin” da esperti e cacciatori di notizie, come pure dai comuni cittadini che s’informano attraverso canali come CNN, Fox e MSNBC.

Non pretendo di essere un’esperta; sono soltanto una sviluppatrice di programmi che ha lavorato in Unione Sovietica e in Russia negli ultimi trent’anni.

Ma durante questo periodo, ho avuto contatti molto più diretti sul posto con russi di tutti i tipi, attraverso 11 fusi orari diversi, rispetto a qualunque giornalista occidentale, o anche rispetto a qualsiasi funzionario di Washington, se è per questo.

Sono stata nel paese in questione abbastanza a lungo da ritenermi in grado di riflettere profondamente sulla storia e sulla cultura russe, di studiarne la psicologia e il tipo di condizionamento, nonché di comprendere le marcate differenze di mentalità tra americani e russi che tanto complicano i nostri rapporti politici con i loro leader. Come accade con le personalità in una famiglia, un circolo sociale o un municipio, ci vogliono comprensione e capacità di compromesso per riuscire a creare relazioni praticabili quando i condizionamenti di base sono diversi. Washington è sempre stata notoriamente disinteressata a comprendere queste differenze per tentare di incontrare la Russia a metà strada.
Oltre alla mia esperienza personale con Putin, ho avuto delle discussioni con numerosi funzionari e uomini d’affari statunitensi che hanno lavorato per anni con lui, e credo di poter dire che nessuno lo definirebbe “brutale” o “criminale”, ed eviterebbe di ricorrere agli altri ingiuriosi aggettivi e sostantivi che vengono ripetutamente usati dai media occidentali nei suoi confronti.

Io incontrai Putin anni prima che potesse anche soltanto sognare di diventare presidente della Russia, così come molti di noi che lavoravamo a San Pietroburgo negli anni Novanta. Da quando è cominciata l’opera di diffamazione, sono diventata quasi ossessionata dal desiderio di comprendere il carattere di Putin. Credo di aver letto ogni discorso importante che abbia mai fatto, compresi i testi completi delle sue lunghe “chiacchierate” telefoniche annuali con i cittadini russi. Ho cercato di verificare se sia cambiato in peggio da quando è stato nominato presidente, o se sia invece un personaggio serio a cui è stato affibbiato un ruolo che lui stesso non aveva previsto, e che, con la sua intelligenza, sta facendo del suo meglio per trattare con Washington in circostanze estremamente difficili. Se quest’ultimo è il caso, e io penso che lo sia, dovrebbe ricevere voti alti per la sua performance da quando, nel 2000, è salito al potere.

Non a caso Forbes ha messo Putin in cima alla sua lista delle Persone più potenti del mondo del 2013, al posto del presidente americano Barack Obama, a cui era stato assegnato il titolo nel 2012.

 

San Pietroburgo, 1992

Quella che segue è la mia unica esperienza personale con Vladimir Putin. Era il 1992, due anni dopo l’implosione del comunismo. Il luogo era San Pietroburgo. Per anni avevo creato programmi volti ad aprire le relazioni tra i due paesi nella speranza di aiutare la gente ad andare oltre le proprie radicate mentalità gerarchiche. Una nuova possibilità di programma emerse nella mia testa. Dato che mi aspettavo che richiedesse una firma da parte del municipio Marienskii, presi un appuntamento.
Il mio amico Volodya Shestakov e io arrivammo da una porta laterale all’edificio Marienskii. Ci ritrovammo in un piccolo ufficio d’un marrone opaco, di fronte a un uomo ordinato e anonimo con un completo marrone. Quest’ultimo mi chiese il motivo della mia visita. Dopo aver esaminato la proposta che avevo portato, cominciò a rivolgermi delle domande intelligenti. Dopo ognuna delle mie risposte, rivolgeva altre domande, tutte pertinenti.

Mi resi conto che quell’intervistatore era diverso da altri burocrati che sembravano sempre cadere in conversazioni amichevoli con gli stranieri, e con gli americani in particolare, nella speranza di ottenere delle bustarelle in cambio della disponibilità a esaudirne le richieste. Il Centro per l’Iniziativa dei Cittadini (Center for Citizen Initiative o CIC) si basava sul principio che non avremmo mai dato bustarelle a nessuno.
Quel burocrate era aperto, indagatore e impersonale nel suo contegno. Dopo più di un’ora di attente domande e risposte, mi spiegò con tono tranquillo di essersi sforzato al massimo di determinare se la proposta fosse legale o no. Poi disse che purtroppo al momento non lo era. Pronunciò qualche parola buona a proposito della proposta in questione. Tutto lì. Poi semplicemente e gentilmente ci indicò la porta.
Quando ci ritrovammo sul marciapiede, dissi al mio collega:

“Volodya, è la prima volta che abbiamo trattato con un burocrate sovietico senza che ci chiedesse un viaggio negli Stati Uniti o qualcosa di valore!”

Ricordo allora di aver dato un’occhiata al biglietto da visita di quel burocrate sotto la luce del sole. Sopra c’era scritto “Vladimir Vladimirovich Putin”.

 

San Pietroburgo, 1994

Il console generale degli Stati Uniti Jack Gosnell mi chiamò allarmato a San Pietroburgo. Nei tre giorni successivi sarebbero arrivati in quella città 14 membri del Congresso e il nuovo ambasciatore in Russia, Thomas Pickering, e lui aveva bisogno di un aiuto immediato.

Mi precipitai nel consolato e appresi che Jack voleva che io mi occupassi di quella fausta delegazione e dell’imminente ambasciatore. Rimasi sbalordita, ma lui insistette. Arrivavano da Mosca ed erano furiosi per come là si stessero sprecando i finanziamenti statunitensi. Jack voleva che sentissero le “buone notizie” sui programmi del Centro per l’iniziativa dei cittadini che stavano dando buoni risultati.
Nelle 24 ore successive, Jack e io organizzammo per i dignitari in arrivo anche degli incontri “domestici” nei piccoli appartamenti di una dozzina di imprenditori russi (quelli del Dipartimento di Stato a San Pietroburgo erano atterriti, perché una cosa del genere non era mai stata fatta prima, ma Jack li scavalcò).

Solo in seguito, nel 2000, venni a sapere dell’esperienza triennale di Jack con Vladimir Putin negli anni Novanta, mentre quest’ultimo governava la città per conto del sindaco Sobchak.


La Piazza del Palazzo di San Pietroburgo, in Russia, con l'arco trionfale e il Palazzo dello Stato Maggiore (Foto: Josep Renalias)


Mosca, 1999-2000

Senza alcun preavviso, alla fine del 1999 il presidente Boris Yeltsin annunciò al mondo che il giorno successivo avrebbe abbandonato la propria carica, lasciando la Russia nelle mani del poco noto Vladimir Putin.
Sentendo la notizia, pensai che di certo non si trattasse del Putin che ricordavo; uno come lui non avrebbe mai potuto guidare la Russia. Il giorno successivo, un articolo del New York Times includeva una foto. Sì, era proprio lo stesso Putin che avevo incontrato anni prima!
Rimasi scioccata e costernata, e dissi agli amici: “Questo è un disastro per la Russia. Ho trascorso un po’ di tempo con questo tizio. È troppo introverso e troppo intelligente. Non riuscirà mai ad andare d’accordo con le masse russe.”
Lamentai, inoltre, quanto segue: “Perché la Russia possa rialzarsi, devono accadere due cose: (1) i giovani oligarchi arroganti devono essere rimossi dal Cremlino; e (2) si deve trovare un modo di rimuovere i boss regionali (governatori) dai loro feudi in tutte e 89 le regioni della Russia”. Per me era chiaro che l’uomo con l’abito marrone non avrebbe mai avuto né le capacità né il coraggio di affrontare le principali sfide gemelle della Russia…

Continua...


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