Un tratto saliente della società “moderna e liberale” è l’assenza di qualsiasi profondità storica: la cognizione del passato non si spinge oltre i tre mesi e l’opinione pubblica fluttua in un eterno presente. La storia è eversiva, perché il suo studio consente di smontare facilmente la narrazione proposta dal Potere ed afferrare il “filo invisibile” che lega gli avvenimenti. Si prenda l’omicidio Regeni: a lungo abbiamo evidenziato come non fosse altro che un’operazione sporca dei servizi angloamericani per minare i rapporti italo-egiziani. Una novità? No, perché il terrorismo è da sempre uno strumento per sabotare le strategie mediterranee dell’Italia: con la strage del 1985 all’aereoporto di Fiumicino, il terrorista “palestinese” Abu Nidal portò le relazioni italo-libiche ad un passo dalla rottura. Ma la Prima Repubblica era di un’altra pasta…


Terrorismo: come castrare la politica mediterranea dell’Italia

Alcuni osservatori avranno certamente notato come una delle principali caratteristiche dell’attuale società sia l’assenza di qualsiasi profondità storica: la realtà non è più concepita come un film che si dispiega nel tempo, ma come un fotogramma a sé stante, scollegato dagli altri, diverso dopo giorno. L’opinione pubblica fluttua così in balia di eventi passeggeri, incapace di opporre qualsiasi resistenza alla narrazione dei grandi media: la sua maturità è simile a quella dei bambini, totalmente assorbiti dal presente. Lo studio della storia è quindi eversivo: non solo perché rinvanga fatti scomodi che sarebbe meglio dimenticare, ma anche (o soprattutto?) perché consente di afferrare quel filo invisibile che lega gli avvenimenti e dischiude scenari completamente nuovi, spesso in aperta opposizione al pensiero dominante.

Si considerino gli attentati di Parigi, novembre 2015, e Nizza, luglio 2016: benché siano costati la vita a 200 persone e presentino tuttora una serie di interrogativi irrisolti, appartengono ormai ad un passato remoto. La loro eredità si riduce ad un indefinito senso di inquietudine (secondo gli obiettivi del potere), ma non c’è traccia di una loro metabolizzazione storica:  nessuna riflessione circa la loro possibile appartenenza alla classica strategia della tensione. C’è da dire che l’opinione pubblica francese è piuttosto “naif” da questo punto di vista, mentre un Paese come l’Italia che ha vissuto trent’anni di strategia della tensione (da Piazza Fontana alle stragi mafiose) ha una “preparazione” più solida: è facile, per noi, leggere negli attentati francesi la semplice riproposizione di quanto già sperimentato a lungo nel Belpaese.

Già, l’Italia.

Uscita dalla Seconda Guerra Mondiale ed assegnata dagli accordi di Jalta alla sfera d’influenza angloamericana, vive a partire dal 1969 tre ondate di terrorismo: quello “fascista” di Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo, poi quello “marxista-leninista” delle Brigate Rosse, ed infine quello “mafioso” di Cosa Nostra. Si è detto che l’obbiettivo di questa strategia della tensione fosse scongiurare l’ingresso dei comunisti nel governo e mantenere saldamente l’Italia nell’orbita NATO ma, ex-post, si può tranquillamente dire che questi attentati si proponessero anche la destabilizzazione tout court del Paese, così da mantenerlo in una perenne condizione di subalternità. La lunga storia del terrorismo italiano dovrebbe, a rigor di logica, essere quindi ancora attuale: se il comunismo è morto, l’esigenza di tenere il nostro Paese al guinzaglio infatti permane.

Il passato di bombe e stragi offre quindi ancora preziosi spunti per interpretare e comprendere il presente? Senza ombra di dubbio, sì.

Prendiamo ad esempio l’omicidio di Giulio Regeni: abbiamo più volte sottolineato nelle nostre analisi come l’assassinio al Cairo del giovane ricercatore friulano fosse la classica operazione sporca dei servizi angloamericani, tesa a minare un rapporto strategico, quello tra Italia ed Egitto, germogliato sotto la presidenza di Abd Al-Sisi e fiorito con la scoperta, nell’estate 2015, del più grande giacimento metanifero del Mediterraneo ad opera dell’ENI.

Si poteva arrivare a questa conclusione sia partendo dalla contingenza dell’omicidio (come abbiamo sinora fatto), sia seguendo quel “filo invisibile” che lega i diversi avvenimenti della storia: il terrorismo è, infatti, un’arma con cui le potenze straniere (Regno Unito, Stati Uniti e Francia in testa) da sempre tentato di sabotare la politica estera italiana, e quella mediterranea in particolare. Esiste quindi un “precedente” dell’omicidio Regeni? Esiste un’operazione simile, tale da dire che il caso Regeni ne è la semplice riproposizione? La risposta è ancora sì: la strage all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985.

Un esperto del ramo, così in là con gli anni da aver vissuto la stagione del terrorismo “palestinese”, direbbe: la dinamica sottostante all’omicidio Regeni è la stessa dell’attentato di Fiumicino. È lo stessa operazione aritmetica, dove si cambia solo qualche elemento per ottenere lo stesso risultato. Con l’omicidio Regeni i servizi atlantici hanno messo nel mirino gli scomodi rapporti italo-egiziani, così come con la strage di Fiumicino avevano messo nel mirino gli altrettanto scomodi rapporti italo-libici. L’esperto del ramo, ormai invecchiato, sospirerebbe però facendo un simile confronto, perché noterebbe come la Prima Repubblica fosse molto più scaltra e risoluta nel difendere gli interessi nazionali. Neutralizzare i danni di un’operazione sporca come l’omicidio di Giulio Regeni, sarebbe stato facile per quei politici che nel 1985 vanificarono il tentativo di scavare un fossato incolmabile tra Libia e Italia, dopo il ben più sanguinoso assalto all’aeroporto romano.

Procediamo con ordine.
Sull’omicidio Regeni (ruolo dell’università di Cambridge, profilo dei docenti inglesi, funzione e natura di Amnesty International, intervento dell’anglofilo ambasciatore Maurizio Massari, etc. etc.) abbiamo detto a sufficienza. Non ci resta, per tessere il nostro calzante paragone, che ricostruire la strage di Fiumicino del 1985, di cui molti conservano solo un vago ricordo ed altri hanno sentito nominare solo di sfuggita.

Corre l’anno 1985. Alla Casa Bianca siede Ronald Reagan e Downing Street è occupata da Margaret Thatcher: entrambi sono espressione di una destra liberista, muscolare ed aggressiva, che prosegue quel processo di deregolamentazione dei mercati e finanziariazzione dell’economia avviato con lo choc petrolifero del 1973 e completato negli anni ‘90 dal democratico Bill Clinton e dal laburista Tony Blair. Entrambi anche sono decisi a ribadire la supremazia angloamericana nelle aree chiave del mondo, prime fra tutte il Mar Mediterraneo: in questo contesto il Colonello Muammar Gheddafi rappresenta un elemento di forte disturbo, benché il rais, salito al potere col putsch militare del 1969, si limiti a flirtare con Mosca e conservi la Libia nello schieramento del Paesi non allineati (quelli che saranno poi liquidati dalla NATO tra il 1991 ed il 2011).

L’Italia ha solidi rapporti con la Libia “nasserista” del Colonnello: il nostro apporto alla salita al potere di Gheddafi è stato, secondo alcune ricostruzioni, determinante, come testimonierebbe il fatto che, mentre molte compagnie angloamericane sono nazionalizzate dopo il 1969, l’ENI è risparmiata e le sono anzi spalancate le porte per massicci e proficui investimenti. Un ingente flusso di armi di fabbricazione italiana si riversa negli arsenali libici ed i nostri servizi segreti, non solo “plasmano” quelli di Tripoli (1), ma a più riprese contribuiranno a sventate i progetti per defenestrare/assassinare il Colonnello: merita di essere ricordato il tentativo inglese nel 1971 di rovesciare il Gheddafi sbarcando un gruppo di mercenari sulle coste libiche, noto come “piano Hilton”, prontamente neutralizzato da Roma.

Nei primi anni ‘80, quando l’amministrazione Reagan ha già imposto sanzioni economiche alla Libia e ne ha proibito l’importazione di greggio, l’Italia continua quindi a fare lauti affari con la “Quarta Sponda”, nella veste di primo acquirente di petrolio e venditore di tecnologia: si noti ancora il parallelismo con l’Egitto di Abd Al-Sisi e la scoperta del maxi-giacimento di Zohr.

Nel corso del 1985 il divario tra Washington e Londra da una parte, Roma dall’altra, si allarga: gli americani hanno messo la Libia sotto embargo, armano insieme ai sauditi la resistenza al rais in Ciad, progettano il cambio di regime e demonizzano il Colonnello, dipingendolo come il principale sponsor del terrorismo internazionale (accusa piuttosto ridicola se pronunciata da chi ha partorito le Brigate Rosse e a Rote Armee Fraktion). Gli italiani gettano acqua sul fuoco, si aggiudicano commesse miliardarie con l’Italsider, stigmatizzano l’aggressività dell’amministrazione Reagan e, per bocca del ministro degli Esteri Giulio Andreotti, ribadiscono l’estraneità del rais al terrorismo che insanguina il Paese (al contrario, il Colonnello finanzia l’IRA che si batte per la liberazione dell’Irlanda del Nord dagli inglesi). Come riportare all’ovile la riottosa Italia? Semplice: proprio come avverrà a distanza di 31 anni con l’omicidio Regeni, progettando una sanguinosa operazione che metta in crisi i legami tra Roma e la sponda sud.

Si arriva quindi all’aeroporto di Fiumicino, 27 dicembre 1985: sono le nove del mattino, quando un commando di quattro palestinesi assaltano con bombe a mano e kalashnikov i banchi della compagnia israeliana El Al e della statunitense Twa, sparando sulla folla. In circa 60 secondi restano uccisi dodici passeggeri ed un impiegato di El Al (2), prima che tre dei quattro terroristi siano uccisi dalle forze dell’ordine italiane e dai tiratori scelti israeliani: già perché Tel Aviv, precedentemente avvisata dal SISMI guidato da Fulvio Martini circa la possibilità di un attentato a Fiumicino tra il 25 ed il 31 dicembre, aveva preso provvedimenti. Solo il ministero degli Interni, guidato da Oscar Luigi Scalfaro, si rivela stranamente sordo agli avvertimenti del SISMI. Misteri italiani.

Quasi in contemporanea, un commando di terroristi assalta con identiche modalità l’aeroporto Schwechat di Vienna, uccidendo due persone: perché Vienna? Perché l’Austria in quegli anni, grazie al cancelliere Bruno Kreisky, è il secondo alleato europeo della Libia, subito dopo il nostro Paese ed a fianco della Grecia di Andreas Papandreou.

Veniamo così al “legame” tra le stragi e il Colonnello Gheddafi: quell’immaginario nesso, identico al pretestuoso coinvolgimento dei vertici egiziani nell’omicidio Regeni, che dovrebbe seminare l’odio tra l’Italia e la Libia. L’architetto delle stragi di Roma e Vienna è, infatti, il terrorista palestinese Abu Nidal ma, secondo l’ossessiva campagna della Casa Bianca, il mandante è nientemeno che Muammar Gheddafi. Un brevissimo profilo di Abu Nidal (1937-2002): strenuo oppositore di Yasser Arafat, considerato una scheggia impazzita dallo stesso OLP che lo condannerà a morte in contumacia, buona conoscenza dei brigatisti italiani e tedeschi (3), sospettato di essere un agente del Mossad, questo papavero del terrorismo internazionale non è altro che un alfiere dei servizi atlantici. “Abu Nidal, notorious Palestinian mercenary, was a US spy” scriveva The Indipendent nel lontano 2009 (4). Un terrorista pienamente ascrivibile ai servizi atlantici compie una sanguinosa strage a Fiumicino, gli USA incolpano il rais di esserne il mandante ed enormi pressioni sono esercitate su Roma affinché tagli i ponti con la Libia: suona famigliare? Ricorda un poco il caso Regeni?

Siamo però in Guerra Fredda ed in Italia regna ancora la Prima Repubblica: la rigida polarizzazione est-ovest, la “minaccia comunista” e le qualità dei leader politici forgiati, con tutti i loro limiti, alle grandi scuole del partito democristiano e socialista, permettono all’Italia di scansare la tagliola che le è stata preparata. Il premier Bettino Craxi annuncia che il nostro Paese non parteciperà a nessuna azione di rappresaglia militare contro la Libia e, affiancato dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti, adotta un atteggiamento prudente e dilatorio, in attesa che passi la bufera: solo i partiti “anglofili”, come il PRI ed PLI, invocano la linea dura, con l’imposizione di sanzioni economiche (le stesse già adottate da Washington, ossia il blocco delle importazioni petrolifere) e una drastica inversione di rotta della Farnesina. Si noti, continuando il parallelismo con il caso Regeni, che ampi settori dell’informazione (Gruppo l’Espresso) e della politica (esponenti filo-atlantici del PD come l’ex-Lotta Continua Luigi Manconi) chiedevano anch’essi nel 2016 l’imposizione di sanzioni all’Egitto e la sospensione delle attività dell’ENI, come “rappresaglia” contro il Cairo.

Mentre la VI flotta manovra minacciosa davanti alle coste libiche, Craxi si adopera per ricucire i rapporti, tanto che si parla di un imminente incontro a Malta tra il premier italiano ed il rais: se il faccia a faccia salterà, sarà colpa della solita azione frenante esercitata dagli “anglofili” liberali e repubblicani. L’Italia continuerà a remare contro Washington anche nei mesi successivi, quando gli americani, ormai decisi ad andare fino in fondo e a liquidare il Colonnello, passeranno alla classica politica delle cannoniere: prima una serie di bombardamenti contro postazioni militari libiche (marzo 1986), seguiti da un raid aereo sul quartiere generale del rais (aprile 1986). Secondo le ricostruzioni più accreditate, Muammar Gheddafi sfuggirà al letale attacco aereo proprio grazie al tempestivo avvertimento di Bettino Craxi.

Trascorreranno ancora anni prima che i protagonisti di questa vicenda siano definitivamente eliminati dai poteri atlantici: Craxi con Tangentopoli, Andreotti (che ambiva a quella presidenza della Repubblica poi occupata dal sullodato Oscar Luigi Scalfaro) con l’accusa di associazione mafiosa, Gheddafi con la rivoluzione colorata ed i successivi raid della NATO nel 2011. Tre figure, controverse e differenti, che in quel dicembre del 1985 operarono però in sintonia, impedendo che una strage dei servizi segreti atlantici degenerasse in una crisi diplomatica. Impedendo che quell’Abu Nidal, terrorista al soldo della NATO, causasse l’irreparabile nel Mar Mediterraneo con una mattanza all’aeroporto di Fiumicino. Impedendo che si verificasse l’infamia del 2011, quando il governo Berlusconi, su pressione di Giorgio Napolitano, concesse la basi italiane per bombardare quel Paese con cui aveva sottoscritto nel 2008 il trattato di Amicizia e Cooperazione.

Constatata l’identità tra la strage di Fiumicino del 1985 e l’omicidio di Giulio Regeni del 2016, non si può che rabbrividire di fronte alla diversità di reazione: il premier Matteo Renzi che avvalla la crisi diplomatica con l’Egitto, l’ambasciatore Maurizio Massari promosso a Bruxelles per i suoi servigi al Cairo, il disastroso Marco Minniti che si adagia alla strategia filo-islamista degli angloamericani in Libia, l’ossequioso Paolo Gentiloni che si reca in pellegrinaggio alla London School of Economics nelle stesse ore in cui media inglesi diffondono la notizia di improbabili attacchi informatici russi alla Fernesina.

Di fronte a questo scempio, viene da dire: ridateci il Cinghialone! Ridateci il Divo! Ridateci la Prima Repubblica o, perlomeno, ammazzate in fretta la Seconda!
 


(1) Gheddafi, Angelo Del Boca, Editori Laterza, 2001, pag. 131

(2) http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/12/20/strage-di-fiumicino-il-terrore-30-anni-prima-di-parigi_dce1fdd8-eca4-4a14-a641-3b56e20340af.html

(3) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/09/10/le-br-come-la-raf-un-pugno.html

(4) http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/abu-nidal-notorious-palestinian-mercenary-was-a-us-spy-972812.html


Fonte: federicodezzani.altervista.org