|
Allora, troppi si improvvisano filosofi e
blaterano
di natura matrigna e del posto dell’uomo nel pianeta.
È molto triste che i commentatori di
turno pensino
all’umanità solo se sollecitati da dodicimila morti, ma questo
è oggi il mondo
dell’informazione, show must go on, e la profondità filosofica
del nostro tempo
non va oltre allo spessore del quotidiano su cui viene enunciata.
È terribile se soltanto un cataclisma
epocale riesce
ad attirare l’attonita attenzione delle folle su una questione che
dovrebbe
essere al cuore della nostra stessa consapevolezza di uomini, mentre
è
riservata ormai esclusivamente alle funeste, terribili grandi occasioni.
Alla vista dei cadaveri accanto ai quali si
rannicchiavano i parenti urlando di dolore e disperazione mi sono
chiesto –
come tutti, suppongo – se tante morti e tanta sofferenza potevano
essere
evitate o ridotte.
Non è la folle, ma umanissima, ricerca
di un
colpevole su cui scaricare l’accusa liberatoria; è una domanda
semplice e
diretta:
“Se i miliardi di euro che vengono spesi da
tutte le
nazioni per gli armamenti venissero, anche solo in parte, destinati
alla ricerca
sismologica, sarebbero prevedibili i terremoti?”
Ripeto: è una domanda, non una
provocazione. Non c’è
la risposta prevista, non è una battuta retorica. È una
domanda; forse ingenua
ma di certo non più inopportuna delle giaculatorie sulla
piccolezza umana e
sulla “furia killer” della natura (come se la natura potesse avere
nulla a che
fare con le nostre aberranti mostruosità mentali…)
Secondo l’autorevole osservatorio del SIPRI, nel
2003 le spese militari mondiali hanno toccato la cifra di 956 miliardi
di
dollari.
Molti commentatori del disastro in Asia hanno
sottolineato che una serie di monitor satellitari avrebbe ridotto
notevolmente
il bilancio dei morti, ma i paesi coinvolti non potevano permettersi
queste
apparecchiature made in Usa. Chi è povero, deve morire.
I soli Stati Uniti d’America sotto il governo
Bush
hanno destinato, per l’anno fiscale 2004, 401,3 miliardi di dollari.
Se l’uomo (di cui ora conversano con paroloni
metafisici i sapienti da editoriale) non fosse quella bestia feroce e
mansueta,
aggressiva e docile, maligna e ottusa che invece è, se l’uomo
non avesse
rinunciato ad una vita degna di questo nome, noi ora non vivremmo in
una
società in cui si spendono miliardi di dollari per creare e
mantenere strumenti
di distruzione e intere popolazioni devono morire perché non ci
sono soldi per
comprare strumenti scientifici.
Gli esperti ci ripetono che non è
assolutamente
possibile prevedere il terremoto, e questa dichiarazione comporta
l’anatema su
chi crede il contrario.
La scienza ha sue regole, ci dicono, e vanno
rispettate se si vuol essere scienziati: d’accordo. Ma sono le regole
della
scienza o piuttosto le regole di chi decide come fare scienza?
È la realtà a stabilire le
modalità per la sua
conoscenza o non sono piuttosto dogmi imposti da chi si è fatto
il nido su una
cattedra universitaria?
Ho avuto l’onore di conoscere il sismologo Raffaele
Bendandi (1893-1979), colui che elaborò una teoria
sismogenica “eretica” e che
riuscì più volte a prevedere terremoti con una precisione
inquietante.
Ebbene, Raffaele Bendandi
dovette subire
l’ostracismo, anzi una vera e propria censura e persecuzione da parte
dell’establishment scientifico italiano dagli Anni Trenta in poi.
Se autorità nella materia come il
celeberrimo Padre
Alfani ammirarono e difesero la sua opera, vi furono sismologi (come il
prof.
Agamennone) che richiesero l’intervento delle autorità e, sotto
la dittatura
fascista, Bendandi
venne formalmente diffidato in prefettura dal pubblicare le
sue ricerche e le sue previsioni.
Bendandi aveva una
colpa originaria che pagò per
tutta la vita: era autodidatta. Ne aveva un’altra, ma di certo meno
grave della
prima: la sua teoria dei terremoti era originale.
Eppure, un geologo “ortodosso”, Antonio
Veggiani, ha
così concluso, nel 1990, un suo esame dell’opera di Bendandi:
“Dopo quanto è stato qui esposto si
può subito
rilevare che Bendandi
non deve essere considerato solo un dilettante di
astronomia e di sismologia ma un vero e proprio ricercatore con
intuizioni che,
alla luce delle più moderne conoscenze, sono da considerarsi
pionieristiche.
(…) Si potrebbe azzardare a dire, a conclusione di questa ricerca, che Bendandi
era troppo avanti per i suoi tempi e non c’erano allora le condizioni
per una
tranquilla discussione su problemi che solo oggi con più
adeguati mezzi a
disposizione, i ricercatori possono affrontare serenamente”.
Mi chiedo: quanti sono oggi i ricercatori
isolati,
solitari, ignorati che potrebbero, come Bendandi, suggerire
intuizioni preziose
e sono derisi?
“Essi preferirono le tenebre alla luce”, ha
scritto
San Giovanni.
Speriamo non
sia l’epitaffio dell’umanità. |